Lady Bird: imparare ad essere fedeli a sé stessi

Passare da un genere di nicchia come il mumblecore ai riflettori degli Oscar non è indifferente. Greta Gerwig però l’ha fatto con il suo esordio registico, Lady Bird, ed è riuscita a coniugare uno spirito indie a una struttura narrativa e un’attrattiva più popolari. Non che una parte di pubblico non fosse attirata dal film proprio perché è un prodotto della Gerwig. La giovane artista infatti si era già costruita una cerchia di fan nell’antro indipendente della produzione cinematografica statunitense. Infatti ha dalla sua una personalità davvero distintiva e persino inconfondibile. Ha aspirazioni da commediografa sin dagli anni di formazione al Barnard College di New York, fondando un gruppo di improvvisazione teatrale, The Tea Ensemble Party, di cui riutilizzerà l’esperienza acquisita per i dialoghi altrettanto improvvisati che contraddistinguono il mumblecore, nei film di Joe Swanberg (LOL, Hannah Takes The Stairs, Nights and Weekends) e dei fratelli Duplass (Baghead). Inoltre la cultura newyorkese in cui è profondamente calata sarà ancora più evidente nel sodalizio con Noah Baumbach, un erede di toni più morbidi dello spirito alleniano. C’è una comune cultura raffinata, un’espressione verbale balbettante e logorroica, un’attenzione di taglio umoristico alle nevrosi dell’uomo moderno e le sue relazioni disfunzionali. Quando Greta Gerwig entra nel mondo di Baumbach, con Greenberg (2010) al fianco di Ben Stiller, il suo volto si annuncia immediatamente come un marchio scintillante nell’esperienza del regista (i due poi si sposeranno). Nella prima scena in cui appare, guidando in macchina da sola e inquadrata di profilo, impone la sua presenza pur senza parole. I suoi sono occhi sperduti in un proprio mondo, sognanti e di scoperta intensità, rivelando un personaggio chiacchierone, impulsivo, un po’ impedito e dalle stentate difese verso le avversità quotidiane della vita che poi trionferà in Frances Ha (2012).

Non solo ha una forte presenza sullo schermo, qualità essenziale per un’attrice carismatica, ma proprio con Baumbach intensifica la sua esperienza di sceneggiatrice, travolgendo il processo creativo con la propria personalità e facendo sì che si possa ben vedere quando un film di Baumbach ha dietro la mano stilistica della moglie e quando invece essa è assente. A differenza di altre sue colleghe, quindi, Gerwig sembra destinata a una individualità artistica pronta ad abbracciare progetti di propria fattura. Così è stato per Lady Bird. Alla base c’è una sceneggiatura lavorata per anni e soprattutto la voglia di raccontare il proprio piccolo mondo di origine, Sacramento (California), l’adolescenza lì vissuta. Non era previsto sin dall’inizio che il film sarebbe stato girato da lei, ma nel momento decisivo della scelta, nonostante l’offerta di Baumbach di dirigere il film, Gerwig aveva capito che questa volta era importante riuscire nell’impresa da sola. Pur senza esperienza registica previa, Gerwig si dimostra padrona del mezzo e disinvolta, anche se non vi sono particolari guizzi formali (la candidatura agli Oscar come miglior regista fa pensare ad una quota rosa più che a un riconoscimento meritocratico, considerando il resto dell’annata cinematografica).

Va considerato che non si tratta, però, di un film letteralmente autobiografico, poiché gli eventi sullo schermo non sono davvero accaduti, ma sicuramente di una rielaborazione creativa della biografia personale della regista. Lady Bird, nome scelto per sé dalla protagonista Christine MacPherson (Saoirse Ronan), assomiglia a una sorella minore di Frances Ha, e sembra quindi essere nel DNA di un idolo artistico ormai affermato. Come accennato, con fluidità e savoir-faire allora Gerwig riesce a scavalcare il settore di nicchia precedente e confezionare un film dove maturità e leggerezza confluiscono per il piacere di un pubblico vasto, tanto che negli Stati Uniti il film ha ottenuto l’incasso più alto in rapporto alle sale esercenti che ci sia mai stato nella storia del cinema per una regista donna, oltre a essere stato più in generale un bestseller del 2017. Cosa ha fatto breccia nei tanti spettatori e nella critica cinematografica entusiasta? Talvolta non servono grandi idee né realizzazioni spettacolari per avvincere uno spettatore medio, il quale può di certo essere sensibile anche ad una storia semplice, una sceneggiatura accattivante che parli di una fase di vita comune a tutti come l’adolescenza. Lady Bird quindi si inserisce nel ricco filone del racconto di formazione. In particolare si tratta di un’adolescenza negli Stati Uniti, con le problematiche, le dinamiche sociali e culturali che ne derivano. Sceglie infatti un approccio irriverente, pragmatico e lucido per dipanare la progressiva scoperta della propria identità, centro nevralgico di questo genere. Il vedere meglio dentro di sé qui non passa primariamente attraverso la scoperta del proprio corpo o della propria sessualità, come accade in una parte consistente dei coming-of-age (un recente caso è Chiamami col tuo nome), ma si sviluppa nel rapporto concreto con il proprio ambiente natale, ovvero la famiglia, la città e l’estrazione sociale, di contro all’alterità invidiata e mitizzata; cioè qui l’alone dorato dei privilegi e dei possedimenti altrui, del successo e dei luoghi ad esso associati come New York.

Lady Bird
La scena di apertura inquadra già il punto centrale del percorso di Lady Bird, ovvero il rapporto tra madre e figlia. Foto: junkee.com

Cercare se stessi

A conferma di quanto la Gerwig pensasse come centrali le dinamiche tra Christine e la madre Marion (Laurie Metcalf), il primo titolo del suo script era proprio Mothers and Daughers. Nelle prime due scene infatti è stabilita già una serie di fattori che si fondono nella percezione di Christine. Marion la accompagna per una visita ad un college di New York, le due dormono in hotel insieme, Christine guardando fuori dalla finestra – simbolo costante nel cinema del mondo esterno rispetto ai confini del sé – chiede alla madre se sembra che provenga da Sacramento, e Marion non fa che affermare un dato di fatto, «tu sei di Sacramento». Dopo Moonlight (2016) di Barry Jenkins, della stessa casa di produzione A24, torna il racconto di una vita giovane in classi meno agiate di provincia. Sacramento è angusta, non ha la miriade caleidoscopica di attrattive di New York, non ha lo stesso ambiente culturale sofisticato, e spiritosamente secondo Christine è anche ben lontana dall’immagine edonistica che si ha della California, dal momento che è di certo meno elettrizzante dei fasti di Los Angeles. Inoltre ancora più microscopicamente la scuola privata frequentata da Lady Bird è di impronta protestante, costringendola ogni giorno a compiere una meccanica serie di rituali e imponendole una conseguente visione religiosa, di cui vorrebbe spogliarsi per la libertà e apertura mentale della Grande Mela. Quindi il rigetto di Christine verso le sue radici si raddensa in più elementi: il rapporto con la madre e con il tenore di vita della sua famiglia, con la propria cittadina e con la religione in cui è stata allevata. Christine non vuole essere chiamata Christine, ma Lady Bird, «un nome dato a me da me» dice lei. Un momento cruciale infatti nell’adolescenza è proprio il distacco da tutto ciò che si percepisce come deciso da altri per definirsi autonomamente, attraverso delle proprie iniziative e ricerche. Questa scoperta delle proprie possibilità e del proprio io attraverso l’esperienza del mondo è vissuta con molta passione e inquietudine, è un’uscita dai confini protettivi della famiglia per avventurarsi in un inserimento nella vita adulta con le proprie gambe, quindi con tutte le cadute in cui si può incappare. Capire come orientarsi nel mondo significa ancora prima individuare i propri desideri più sinceri, e per farlo è necessario poter conoscersi, vedersi per quello che si è tra pregi e limiti, lasciando da parte delle idealizzazioni, dei modelli falsi o di fascino superficiale, inadatti alla propria persona. Si tratta quindi di un percorso di tentativi ed errori, dove ogni strada imboccata è utile anche nella misura in cui fa comprendere chi siamo o cosa vogliamo per esclusione o violenta negazione, una sorta di not my cup of tea. Si matura ma non si è ancora maturi, come è normale in un’età di mezzo: la spensieratezza e innocenza dell’infanzia sono un ricordo, ma permangono ancora gli egoismi ed egocentrismi istintivi di questa prima età. Non si è ancora abituati a considerare seriamente la sensibilità e la volontà degli altri, i propri genitori ad esempio, anzi le si percepisce più che altro in relazione al proprio ego, in modo molto emotivo. Nel caso dei genitori ad esempio le si carica di un’ostilità ingiusta alla propria voglia di emancipazione, pur attingendo ancora alle loro energie e alle loro possibilità economiche. Una raggiunta maturità comporta un punto di equilibrio, che coinvolge numerosi fattori: una percezione onesta di sé, una considerazione più attenta degli altri e delle loro azioni, un affrancamento dai castelli favolistici dell’infanzia per costruire ogni giorno una vita possibile nella realtà presente, e quindi una maggiore responsabilità nell’agire. Tutto questo è essenziale in Lady Bird. Christine cerca sé stessa nel mondo con intraprendenza, ma calpesta la sua natura più vera, fortemente legata alle sue origini, e i suoi cari, rapita completamente dalle sue vicissitudini. Disegnandosi come un uccello “signorile” pronto a spiccare il volo, cerca di costruire un io che aderisca a una patina socialmente appetibile, sopravvalutando sé stessa o dando un valore fuorviante a diversi elementi.

Lady Bird
A sinistra la prima fiamma di Christine, Danny (Lucas Hedges, già visto di recente in Tre manifesti a Ebbing, Missouri). Foto: newyorker.com

Per distinguersi dalla massa studentesca in divisa, Christine si dà sempre un tono di colore, in primis spiccano i capelli tinti e gli accessori con cui si abbiglia, che in alcune inquadrature, dove gli studenti della scuola Cuore Immacolato sono in fila, la pongono subito come un mosca bianca, perlomeno nelle apparenze. Christine ha ambizioni che le fanno desiderare una fuga, un sentimento che non tutti i suoi coetanei sentono ugualmente. Torna la favola di residuo dall’infanzia: spuntano qua e là gli effetti di un immaginario romantico, come l’indossare un vestito vagamente principesco, ascoltare Il lago dei cigni nei momenti di una delusione amorosa, pensare al Connecticut come un’alternativa appetibile per le sue fughe, perché lì gli «scrittori vivono nei boschi», usare in genere un tipo di lessico che dimostra una visione cartonata della vita, ancora ingenua. Sogna di andare a Yale, pur non essendo affatto una studentessa brillante. Sogna di abitare nelle case a schiera dei quartieri residenziali di una classe medio-alta, con dei privilegi a cui non ha accesso, immaginando una vita di lusso ben più emozionante dell’effettiva realtà di chi la vive. Sogna di essere immersa nella cultura sofisticata di New York, salvo non avere doti intellettuali spiccate né un apprezzamento culturale particolarmente riflessivo. Cerca un’espressione artistica di sé partecipando a una compagnia scolastica teatrale che inscena musical, salvo non avere doti recitative né canore. Gerwig contrappone il suo personaggio all’amica Julianne: le due si iscrivono insieme alla compagnia teatrale, ma quest’ultima è coinvolta più sinceramente dal progetto e vi aderisce perché ne è genuinamente interessata, non con il puro fine di esibirsi e ricevere attenzione. Le due si differenziano proprio perché l’amica Lady Bird è guidata da un’ambizione scriteriata, che la porta a non essere fedele a sé stessa né a chi davvero ha una risonanza con la sua personalità più autentica, inclusa la stessa Julianne, oltre che i genitori. La regista tratta con affetto e paziente empatia le contraddizioni di Christine “Lady Bird”, conducendo la sua protagonista in una progressiva demistificazione dei suoi idoli, ma anche di sé. Il moto di allontanamento dall’amica è orientato verso i modelli sociali invidiati, i compagni detentori di maggiori privilegi economici, mentendo sulle proprie condizioni economiche per essere accettata da loro, voltando le spalle anche alla propria famiglia. Proprio nell’addentrarsi nelle abitazioni e nelle abitudini dei suoi miti, si rende conto che non è tutto oro quel che luccica e che i compagni sono ben meno interessanti dell’alone attrattivo dato loro. È proprio la madre a esprimere una verità quasi lapalissiana, ovvero che il benessere economico non si accompagna automaticamente a una vita stimabile. Christine fa un’elaborazione di essa della sua immaginazione. Guardando tale mondo dall’esterno ne ha sottratto il caos, la confusione e la noia che attribuiva primariamente al proprio ambiente familiare, e che poi ritrova delusa proprio nelle mitiche case a schiera.  Qui Gerwig fa una caratterizzazione che si riferisce a tipi già consolidati nella tradizione narrativa. Questi adolescenti ricchi sono proprio come si prevede: supponenti, viziati, pieni di pose (su tutti è posta attenzione a Kyle, interpretato da Timothée Chalamet). Non manca però un piglio ironico e dei dialoghi che evitano una stilizzazione pallida di questi personaggi, esattamente come accade a Julianne, anch’essa ricoprente un ruolo e una fisionomia e carattere collegati che confinano con il cliché. Ancora di più essi attraversano la storia velocemente, senza un approfondimento acuto, lasciando però ad intendere drammi personali non di poco conto. Non è tuttavia casuale. L’omosessualità nascosta, la malattia di un genitore, l’assenza ancora di un padre nella vita di famiglia, il lutto di un insegnante e in generale i sentimenti vissuti e lontani dei compagni sono brevi allusioni in poche battute per rispettare la percezione distratta di Lady Bird.

Ritrovare gli altri

Lady Bird
Foto: quinlan.it

Nel momento però in cui si ferisce la sensibilità di questi personaggi percepiti in modo opaco, essi riemergono all’occhio di Lady Bird più marcatamente, insieme alla realizzazione della dannosità di tentare di essere una persona che non è, davanti al poco che se ne ricava per la propria felicità personale. L’ingratitudine provocata dal valore errato dato ai soldi e al privilegio sociale ha portato la ragazza a rinnegare e usare la propria famiglia come materia di sarcasmo davanti agli altri. Sul punto della separazione tanto auspicata, madre e figlia sempre in collisione umorale giungono a un silenzio traumatico, dove Marion deve accettare che la figlia si separi e conduca una propria vita, mentre Christine deve riconsiderare il suo comportamento e il suo approccio al proprio nucleo domestico, scoprendovi una nostalgia inedita, una nuova umiltà e riconoscenza. Collera e liti irriflessive svoltano nel punto di esagerazione decisiva, come in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, all’importanza fondamentale della gratitudine, come in una secchiata d’acqua fredda. Se in fondo tutte le azioni di definizione ribelle della figlia erano una risposta indiretta alla madre, ecco che si giunge ad un punto in cui il nervo è maggiormente scoperto e va fronteggiato in modo più ravvicinato e accorto. Lady Bird è simile a Frances Ha nel suo essere una ragazza senza particolari talenti, seppur con una forte personalità, e che di nuovo riconosce dopo un percorso dispersivo e goffo di poter trovare una vita benefica nella valorizzazione degli affetti più importanti, nella lealtà a sé stessa indipendentemente dai fasti dei grandi successi o di stellari realizzazioni.

Giungendo nei luoghi agognati e che non sortiscono l’effetto sperato, si compie un percorso di ritorno interiore alle proprie origini, scoprendo le somiglianze con la propria madre, il bisogno di appoggiarsi alla propria religione proprio per ritrovare le orme dei genitori, fino a un percorso in macchina che chiude un movimento circolare rispetto alla scena di apertura. Gerwig dirige un coming of age di saggezza non scontata, che in verità si rende più universale rispetto alla classe elitaria di Baumbach, ritraendogli stenti di una famiglia in cui si possono ritrovare molti spettatori.

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