Il governo Israeliano ha annullato il 3 aprile scorso un accordo stilato meno di ventiquattro ore prima, che avrebbe previsto il ricollocamento in Paesi occidentali di oltre sedicimila richiedenti asilo africani, in particolare somali ed eritrei, presenti attualmente in Israele. L’accordo era stato concluso con l’UNHCR, l’Agenzia ONU che si occupa della gestione dei rifugiati, ma ancora prima che fossero diffusi i dettagli del nuovo piano, quali i tempi del trasferimento e i Paesi occidentali effettivamente coinvolti, è stato travolto da numerose polemiche che hanno spinto il presidente a fare un passo indietro.

Perché è stato fatto l’accordo

Israele è tra i firmatari della Convenzione sui rifugiati dell’ONU del 1951 e deve, di conseguenza, rispettarne le regole che impongono di fornire un rifugio sicuro ai profughi. Dal 2009 però il governo si è arrogato il diritto di scegliere chi debba essere considerato un rifugiato e pertanto ha riconosciuto come tali solamente otto eritrei e sudsudanesi: gli altri sono stati definiti come “infiltrati”. In particolare, le dodicimila richieste di asilo di persone provenienti da questi due Stati africani sono state ignorate: questo perché il loro tasso di accettazione sulla base dei numeri degli altri Paesi è molto alto (84 per cento per gli eritrei e 60 per cento per i sudsudanesi).

Israele
Fonte: Il Manifesto

L’accordo è stato concluso dunque per cercare una soluzione alla questione dei migranti africani in Israele, diventata protagonista anche del dibattito internazionale un mese e mezzo fa, quando il governo israeliano aveva iniziato ad applicare un controverso piano di espulsione a 34.000 migranti. La maggior parte di quest’ultimi provengono dal Sudan e dall’Eritrea e sono arrivati in Israele tra il 2006 e il 2012. Il piano promosso dal presidente Netanyahu prevedeva due opzioni: accettare una modesta cifra, circa 3.500 dollari, e trasferirsi in Uganda o Ruanda, oppure essere trasferiti in modo forzato in un centro di detenzione in Israele per un tempo indeterminato. Tra dicembre 2013 e giugno 2017, sono stati quattromila gli eritrei e i sudanesi residenti in Israele a essere trasferiti nei due Paesi africani sulla base di questo programma di “rimpatrio volontario” (ma come funziona veramente un rimpatrio forzato?). Una volta arrivati in Ruanda e Uganda hanno scoperto però che questo accordo non esisteva in realtà, e si sono ritrovati senza documenti di soggiorno né altra forma di aiuto necessaria per insediarsi nel nuovo Paese. Molti di loro, poi, hanno deciso di spostarsi verso la Libia e tentare la traversata nel Mediteraneo invece di tornare in Eritrea, dove rischierebbero la vita, o in Sud Sudan, Paese col quale Israele non ha una relazione diplomatica. Gli africani rimasti in Israele sono stati invece chiusi nel carcere di Saharonin, costruito nel 2012 nel deserto del Negev e considerato il più grande centro di detenzione di migranti al mondo, o trasferiti in zone povere a Sud di Telaviv. Molte sono state le denunce, anche da parte dei migranti stessi, delle condizioni di vita inumane e non sono mancati neppure gli scioperi della fame. I risultati sono stati esigui dal momento che a nessun africano è stato permesso di incontrare un funzionario del governo e i rapporti con le istituzioni carcerarie si sono fatti ancora più aspri.

Cosa dicono gli israeliani

Israele è considerato quasi universalmente come uno stato di apartheid, dove la segregazione sociale è molto forte nei confronti di coloro che sono percepiti come “stranieri”. Gli africani, in questo caso, non devono essere integrati nello stato perché non parlano ebraico, non sono bianchi, non sono ebrei. Essere neri e non ebrei li preclude da ogni forma di integrazione sociale. In questo contesto vanno lette le parole di Ayelet Shaked, ministro della Giustistia Israeliano e membro del partito nazionalista di estrema destra, Focolare Ebraico, che ha presentato il primo piano di Netanyhahu affermando che «Israele non è un’agenzia di collocamento dell’Africa». Nonostante le conseguenze legate a questa forma di eccessivo nazionalismo, vi sono anche coloro che insistono sui valori ebraici della carità. Diversi attivisti e alcuni rabbini hanno creato un movimento ispirato ad Anna Frank per sostenere i migranti africani, promuovendo campagne di sensibilizzazione e minacciando di ospitare i migranti nelle loro case se il governo non fermerà le espulsioni. Un programma televisivo molto popolare ha modificato i nomi di alcuni protagonisti indicandoli con la frase “nipote di un rifugiato russo” o “nipote di un rifugiato iracheno”. Trentasei sopravvissuti israeliani all’Olocausto hanno poi scritto una lettera aperta al premier Netanyahu per difendere i diritti dei richiedenti asilo del Sudan e dell’Eritrea. «Proprio perché siamo ebrei, sappiamo cosa vuol dire sentirsi abbandonati nel momento più difficile», si legge nella lettera. «Per questo non possiamo cedere all’indifferenza né all’espulsione dei richiedenti asilo. Lo stato israeliano deve proteggerli».

Cosa non ha funzionato

Il nuovo accordo trovato con l’ONU, annunciato il 2 aprile, era stato presentato dal governo israeliano dunque come una soluzione al piano precedente, anche in seguito alle critiche ricevute e alle pressioni internazionali. Tuttavia, le polemiche non hanno tardato ad arrivare tanto che, in un post pubblicato su Facebook in serata, il presidente Nethanyhahu ha annunciato la sospensione dell’accordo. Infatti, tutta la vicenda ha provocato tensione tra Israele e alcuni Paesi occidentali, tra i quali Italia, Germania e Canada, dal momento che il primo ministro israeliano aveva identificato quest’ultimi tra i possibili “Paesi Occidentali” destinati al ricollocamento dei migranti presenti sul suolo israeliano. Il governo italiano e quello tedesco hanno però sin da subito negato di essere a conoscenza dell’accordo e Netanyahu non è stato risparmiato dalle critiche anche della sua coalizione di governo. In particolare, per quanto riguarda il dibattito interno italiano, la Lega, attraverso le parole del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, ha ribadito la volontà di rimandare a casa tutti i clandestini anzi che accogliere gli espulsi da Israele. Maria Stella Gelmini, deputata di Forza Italia, ha addirittura chiesto l’annullamento di tutti gli accordi internazionali firmati dal governo in carica, reazione mai vista prima per un incidente diplomatico così piccolo. Il M5S ha affermato che le scelte della politica migratoria spettano al governo e non all’UNHCR. Nel frattempo, sia la Farnesina che il Ministero degli Interni hanno smentito l’esistenza dell’accordo, così come la rappresentante per l’Europa meridionale dell’UNHCR, Carlotta Sami. Anche il Canada ha affermato di non essere a conoscenza dell’accordo ma, nonostante il repentino annullamento di quest’ultimo, si è dichiarato disponibile ad accogliere duemila richiedenti asilo da Israele. L’UNHCR ha invitato il presidente israeliano a riconsiderare la sua decisione, per trovare un’intesa che possa giovare a Israele, alla comunità internazionale e ai richiedenti asilo coinvolti.

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Nata in provincia di Pisa nel 1994, ma adottata dalla Capitale nel 2013, quando mi sono trasferita per studiare Scienze Politiche alla LUISS. Adesso sono al secondo anno della specialistica in Public Policies. Sebbene non sappia cosa fare di preciso nella vita, tre sono le cose delle quali sono certa: amo viaggiare, scrivere e imparare nuove lingue. In particolare, ho una fissa con la lingua araba e per questo motivo ho più timbri del Marocco, dove ogni tanto vado a fare corsi di arabo, che di qualsiasi altro Paese sul mio passaporto. Ultimamente, ci sono restata qualche mese in più per fare uno scambio all’università EGE di Rabat per poi tornare di nuovo a Roma. Nel mio tempo libero, sono una gattara che va a cavallo.