Si dice che il basket sia il gioco più bello del mondo. Anzi il Gioco, come lo chiamano da sempre gli appassionati, con la G maiuscola. Effettivamente, è difficile non appassionarsi seguendo anche solo uno spezzone di una partita, con quelle regole fatte apposta per emozionare e tenere col fiato sospeso fino all’ultimo secondo. Il basket è uno sport dove tutto può accadere, dove non esistono favoriti certi né pronostici scontati, dove l’adrenalina è tua amica, sia che tu sia in campo che sugli spalti. E in Italia, se esiste un esperto del Gioco, quello è sicuramente Flavio Tranquillo.

Giornalista e scrittore, cinquantasei anni, milanese, in Sky dal 1991 ovvero dalla sua fondazione, Tranquillo è il punto di riferimento per chiunque sia anche solo un simpatizzante della palla a spicchi. Praticamente impossibile aver visto una partita della Nazionale o dell’NBA da vent’anni a questa parte senza aver sentito la sua voce e aver apprezzato il suo stile di commento: asciutto e appassionato, tecnico ma leggero, competente, puntuale, è soprattutto una vera e propria miniera di statistiche, storie, aneddoti e ricordi che non manca mai di proporre nemmeno durante le telecronache, nelle pause di gioco. Guardare un match commentato da lui è un’esperienza immersiva: riesce a raccontare ciò che si vede e a fare contemporaneamente immaginare ciò che non si vede, regalando impagabili finestre su quello che è dietro il canestro, oltre il parquet, subito prima della palla a due. E non raccoglieva certo un “testimone” poco ingombrante: più di lui, forse solo l’immenso Dan Peterson.

Lo incontriamo nel Salento, a margine di un Mastercamp per giovani cestisti organizzato da diverse realtà locali dove è ospite, e non perdiamo l’occasione per cercare di carpire qualche rumour sulla stagione che sta per iniziare. Non è semplice, perché Flavio Tranquillo è prima di tutto un grande professionista che parla solo quando è certo della fonte, ma la carne al fuoco è troppa per non dare almeno un commento.

Flavio Tranquillo
Flavio Tranquillo durante la nostra intervista.

Allora Flavio, non possiamo che iniziare con la domanda più scontata di tutte, ma necessaria perché da qualche settimana non si parla d’altro: LeBron James ha firmato con i Lakers. Che scenari si aprono ora per il Re e per la franchigia gialloviola?

Onestamente parlarne adesso ha poco senso, perché non sappiamo che squadra sarà. Però possiamo già dire che avendo firmato per tre stagioni più una l’operazione è già meno “cotta e mangiata” di quelle che sono state le ultime stagioni, sarà sicuramente qualcosa con più prospettiva. Forse, più che altro, l’idea è che sia obbligatorio parlarne. Chiaramente l’operazione è interessante.

Una promessa mantenuta di Magic Johnson che è arrivato al vertice dei Lakers dicendo «li riporto dov’erano»?

Sì, ma forse più che una promessa di Magic è stata proprio una decisione di LeBron per una serie di motivi. Al di là di vedere che squadra sarà e cosa succederà in campo, io mi aspetto un salto di qualità perché a differenza di quello che ha trovato a Miami ora, in questi Lakers, non troverà niente. A partire dal punto di vista della “cultura” e andando oltre, se dovesse essere lui a portarla, questa “cultura”, forse sarebbe veramente il segreto per quadrare il cerchio.

Il web si è scatenato a immaginare, come in questo fotomontaggio, il Re in gialloviola.

E Kawhi Leonard? Cosa c’è di vero nelle voci che vedono anche lui vicino ai Lakers?

Non è una partita in cui si possa dire “è vero” o “non è vero”. Abbiamo tre attori, da una parte Leonard, dall’altra gli Spurs e poi le squadre che aspettano una decisione. Certo è che per averlo in gialloviola occorre una trade, quindi in un certo senso sarebbe obbligatorio indebolirsi un po’ e questo va considerato. Chi dice «con Leonard ai Lakers è anello di sicuro» pecca di grande superficialità, perché è chiaro che avere uno come lui fa la differenza rispetto a non averlo, però non è certo così che si vincono i campionati. Chi lo dice ne capisce proprio poco di basket.

Con l’avvento di James a Los Angeles si accentua ancora di più il divario tra Ovest e Est in termini di grossi giocatori, con una situazione che in molti, sui social, definiscono “troppo sbilanciata”. È davvero finita per l’East Coast?

Nel caso specifico di LeBron credo che poco abbia pesato la questione west/east perché parliamo della città di Los Angeles e di una squadra come i Lakers che poi, alla fine, “casualmente” sono a Ovest. Se una squadra tra Boston e Philadelphia vincesse il titolo entro due-tre stagioni io non sarei così scioccato. Le altre sono oggettivamente oggi molto indietro, ma ci sono almeno due squadre (lasciando perdere Toronto che non ha ancora dimostrato quanto vale) che possono essere competitive con tutte, ma finché non le vediamo….

E per tutti quelli che dicono «mischiamo le Conferences, non c’è più gara»?

Certo c’è una sproporzione, inutile negarlo. Ma il concetto di “mischiare” è inutile perché il sistema è già concepito per essere il più democratico possibile con degli strumenti tesi a garantire la competizione che sono i più forti in assoluto di tutto il sistema-sport mondiale. Nessuno sport ha draft, salary cap, luxury tax eccetera eccetera per garantire a chi è andato meno bene di provare a migliorare e contemporaneamente frenare un po’ chi sta andando troppo bene. È naturale però che nessun sistema può fermare una situazione in cui una squadra crea la dinastia più forte di sempre scegliendo un giocatore alla settima, uno all’undicesima e uno alla trentacinquesima [si riferisce a Golden State, che negli anni ha “pescato” Steph Curry come settima scelta, Klay Thompson come undicesima e Draymond Green come trentacinquesima, N.d.R.]. Alla fine tu puoi mischiare quanto vuoi ma poi tutto sta nella capacità di creare un nucleo o non crearlo e se poi per qualche motivo queste personalità in questi ultimi anni si sono trovate tutte a Ovest non è mischiando che ottieni un risultato, è una cosa irrazionale. Lo spettacolo è decisamente salvo. Poi ci sta parlare di equilibrio, ma fossilizzarsi su questo concetto vuol dire guardare solo l’ultimo quarto delle partite o trarre conclusioni in base al risultato, se finisce di venti punti sarà stata più noiosa di una finita di due o tre. Poi magari ci sono state tante partite finite con venti di distacco che sono state infinitamente più belle ed emozionanti di quelle punto a punto.

E dall’altra sponda LA, i Clippers torneranno nell’oblìo?

Onestamente non si capisce. Alla luce degli ultimi movimenti sembra che non stiano puntando né in alto né in basso, piuttosto a mantenersi a galla con nel mezzo delle scelte un po’ strane, tipo portare dentro Jerry West per poi vivacchiare. Al momento forse sono costretti ad essere, per così dire, “vivacchianti”. Aspettiamo che si fermino le bocce e poi vediamo che ne esce.

Parlando di Clippers, Danilo Gallinari? Aspetta?

Eh si, aspetta. È chiaro che se dovessero esserci movimenti importanti e dovesse essere necessaria una trade lui sarebbe il primo ad essere messo sul piatto, sempre parlando di trade per un giocatore di quel tipo, ovvero Kawhi Leonard. Ma è un’osservazione puramente tecnica, guardando al valore dei contratti. Poi Danilo l’anno scorso praticamente non ha giocato, vessato continuamente dagli infortuni. La sua storia non è particolarmente allegra e merita rispetto, ma i bilanci si fanno a fine carriera e per Danilo, a 31 anni, non è ancora arrivato il momento.

Danilo Gallinari in maglia Clippers (foto clutchpoints.com)

E sulla recente querelle sulla maglia azzurra che lo ha visto protagonista? È comparso su Instagram un post particolarmente infuocato dove non le mandava a dire a quelli che lo accusavano di aver volontariamente disertato gli ultimi impegni della Nazionale per scarso attaccamento alla maglia e al gruppo.

Questa è una storia molto lunga, ma l’aspetto principale della vicenda è che il dover scegliere tra due contendenti nega alla base il senso della cosa. Alcuni aspetti della polemica si possono indagare e quindi – eventualmente – giudicare dall’esterno, altri no. Ridurre il tutto a una contesa se ha ragione o non ha ragione, se Danilo ama o non ama la Nazionale, è come dire “vuoi più bene alla mamma o al papà”, una cosa un po’ infantile. Sono tutti grandi e vaccinati e faranno tutti le loro considerazioni.

L’altro italiano, Marco Belinelli, protagonista del grande ritorno in casa Spurs?

Beh, sappiamo cosa Marco aveva e ha lasciato, ma non sappiamo più cosa ri-trova ora. E nemmeno lui lo sa tanto bene perché ci sono, forse per la prima volta, forti punti di domanda. Una mini-rivincita però se l’è presa per certi versi. I soldi non sono tutto, ma nel 2015 lui ha voluto massimizzare quello che gli Spurs non potevano concerdergli per un tema di salary cap e anche di strategie sul voler incentrare la squadra in un determinato modo. Ha deciso quindi di provare altrove. Tornare con un contratto più o meno simile ma con diversi anni in più sulle spalle è decisamente positivo, un ulteriore riconoscimento. Lui fa delle cose che attualmente in NBA hanno valore.

Marco Belinelli è l’unico italiano ad aver vinto un titolo NBA, nel 2014 con gli Spurs. Nello stesso anno ha vinto la gara da tiri da 3 punti all’All Star Game. Foto: marcobelinelli.it

Ma volendo proprio sbilanciarsi, secondo te, un azzardo di pronostico per una Final 2019?

Impossibile, assolutamente. Così a sensazione potrebbe essere Golden State – Boston, ma non sarei stupito se fosse Houston – Philadelphia e ovviamente per motivi diversi Lakers e Toronto meritano attenzione.

Parlando di Italia invece?

Beh in Italia sia ieri, che oggi, che domani di squadra più forte almeno sulla carta ne resta sempre e solo una, che è l’Armani Milano. Resta, a tutt’oggi, se non altro per ragioni di budget, la numero uno. Le altre purtroppo restano indietro.

Qui al sud abbiamo una cenerentola che è Brindisi, che cerca di distinguersi con alterni risultati, sempre per il discorso che, come nel calcio, per le compagini meridionali tutto sembra essere più difficile.

Non è una questione di facile o difficile, quanto di budget e di strutture. Al momento ci possono essere due Brindisi, quella che può arrivare quarta o quinta e quella che può retrocedere, non è chiaramente possibile ora capire quale prevarrà. Ci sono dieci squadre in una forbice dove la prima va in semifinale e l’ultima retrocede, ma perché non è che uno prende LeBron James e Kawhi Leonard e agli altri quel che resta, il livello dei giocatori all’interno del quale pescare è molto simile e siam tutti lì.

Nuovo canale SKY NBA. Vedremo più partite?

Certo, nuovo canale, più partite. Restano gli stessi sette incontri dell’anno scorso più uno e su questo nuovo canale ogni notte una partita scelta dall’NBA.

Ultima domanda: visto che siamo qui con i giovanissimi che scelgono il basket come sport della vita, che consiglio daresti alle mamme che si trovano dover scegliere lo sport per i figli? Perché magari proprio il basket e non, ad esempio, il calcio?

Beh, io non mi sento in grado di dare questo tipo di consigli perché, anche da genitore, faccio prima a dire gli errori che ho fatto. Magari quello che posso dire è che a cinque, otto, anche tredici anni è presto per scegliere lo sport per la vita. Bisognerebbe fare un cammino di avvicinamento e avviamento allo sport che comprenda in primis un lavoro atletico, che dia una base su cui lavorare. Una delle cose che molti dicono e su cui sono d’accordo è, avendone la possibilità, di far fare uno sport individuale e uno di squadra per far capire le differenze. Il problema non è tanto quale sport fare, piuttosto iniziare a farlo bene e poi scegliere eventualmente quello che si vuole portare avanti più coscientemente, perché a un certo punto ci sta che uno scopra le sue naturali predisposizioni. Bisognerebbe però avere un assaggio di tutti gli sport, prima di scegliere il proprio, esattamente come…..Gigi La Trottola!

The Wise ringrazia per questa intervista Gianvito Guadalupi, Daniele Michelutti, Sandro Laudisa e Sergio Conte.

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Sono nata negli anni '80, quando si credeva ancora che tutto fosse possibile. Sono cresciuta negli anni '90, quando ci si è iniziati ad accorgere che forse la vita delle nuove generazioni non sarebbe stata poi così facile. Ho studiato Lingue (ne parlo tre e mezzo), mi affascinano le culture straniere, diverse. Amo viaggiare e amo la musica live. Il massimo è quando le due cose coincidono. Ho due gatti e sono childfree 100% convinta, pur non essendo in alcun modo vegana o vegetariana sono fermamente convinta che gli animali sappiano dare molte più soddisfazione delle persone. Ho deciso di diventare giornalista quando avevo nove anni, durante una gita scolastica: ricordo il momento esatto in cui mi sono innamorata di questo mestiere e della sua immensa responsabilità di portare la verità. Penso che in questo momento storico non ci sia niente di più prezioso e al contempo di più difficile da trovare della verità. Siamo circondati da troppi mistificatori, mitomani e manipolatori, che hanno imparato la sottile arte del convincimento per ottenere i loro scopi. Non penso che i lettori siano tutti stupidi: semplicemente, non hanno ancora imparato a chi conviene dar retta. Ho scritto e scrivo per diverse testate locali, prima di accettare la sfida di theWise. Perché ho accettato? Perché dopo tanti anni, ancora, è forte in me l'amore per la verità e perché voglio che, stavolta, diano retta anche a noi.