«L’attenzione e la sensibilità agli effetti della comunicazione non significa orientare le decisioni giudiziarie secondo le pressioni mediatiche né, tanto meno, pensare di dover difendere pubblicamente le decisioni assunte. La magistratura, infatti, non deve rispondere alle opinioni correnti perché è soggetta soltanto alla legge».

Le parole di Sergio Mattarella ai vecchi e nuovi membri del Csm riuniti al Quirinale tornano su un tema da lui già affrontato in risposta alle critiche alla magistratura mosse dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sottolinea, il Capo dello Stato, che i membri “laici” sono eletti «per competenze e non perché rappresentanti di singoli gruppi politici» proprio per dare concretezza a quel principio di indipendenza della giurisdizione che separa il potere giudiziario dalla politica. 

Le conseguenze del caso Diciotti

Una presa di posizione chiara contro le recenti affermazioni via Facebook del ministro, dunque. La procura di Palermo ha inviato al tribunale dei ministri gli atti dell’inchiesta su Salvini per il blocco dei migranti a bordo della nave Diciotti. Il reato ipotizzato è quello di sequestro di persona aggravato, «commesso in territorio siciliano sino al 25 agosto 2018 (…) in pregiudizio di numerosi migranti». A dare la notizia è lo stesso Salvini, che apre la busta della procura in diretta su Facebook, sotto gli occhi di 25000 utenti ai quali legge l’atto, «con massima serenità»: «non mi ritengo né un sequestratore, né un eversore, né un molestatore, né un pericoloso delinquente razzista. Quello che ho fatto lo rifarei». Non si sente preoccupato, né terrorizzato, e non ha nemmeno tempo da far perdere ai suoi avvocati. Lo rassicura il voto degli italiani, che più che un alibi rappresenta per lui complicità: le sue azioni sono legittimate proprio dal loro consenso, e in virtù di questo non c’è legge che possa toccarlo. «Io sono stato eletto da voi, me l’avete chiesto voi, siete miei amici, miei sostenitori, miei complici. Altri – i magistrati – non sono stati eletti da nessuno e non rispondono a nessuno».

Il caso Diciotti si fa, prima di tutto, simbolo della fermezza del governo italiano nei confronti di un’Europa che non accetta di condividere il collocamento dei migranti. Ma le conseguenze di questo scontro si fanno simbolo anche di qualcos’altro. Al di là della disputa, che forse non si è ancora esaurita, tra chi appoggia le decisioni prese da Salvini e chi dall’altra parte denuncia il Ministro di razzismo e disumanità, al di là di ciò che si dice a Bruxelles, e al di là di una sfida, già persa in partenza da entrambe le parti, che ha avuto come posta in gioco centinaia di esseri umani. C’è, nel caso Diciotti, un’altra contrapposizione, che pone su versanti opposti due poteri dello Stato. Politica e magistratura si scontrano laddove dovrebbero essere componenti complementari che, senza alcuna influenza reciproca, rappresentano lo stesso stato di diritto. Ma quello che abbiamo visto è stato un gruppo di migranti che non poteva scendere da una nave per decisione di un ministro, e quello stesso gruppo che infine è sceso per decisione di un magistrato. Ne sono seguite due accuse da e per entrambe le parti: una di reato e una di illegittimità. È però opportuno ricordare, come ha fatto Mattarella, che è compito assegnato dalla costituzione quello della magistratura di svolgere indagini e accertamenti su chiunque, compresi coloro che ricoprono cariche pubbliche. Inoltre, il consenso popolare non coincide con la giustizia, e la legge va oltre ciò che riguarda le elezioni e l’opinione pubblica. Non a caso un contesto democratico è inimmaginabile senza la divisione dei poteri e, quindi, l’indipendenza delle toghe.

Delegittimazione della rule of law

Quella di delegittimare la sfera della giustizia è una dinamica che alcuni leader politici possono sfruttare per produrre consenso. Si tratta di un fenomeno che si genera nella dimensione di ricezione dello stato di diritto da parte dei cittadini e che nasce dalla sovrapposizione irrazionale e non funzionale della sfera della giustizia, di quella politica e dell’opinione pubblica. Una strategia che punta a diffondere una cultura della giustizia non coerente con i principi base dello stato di diritto, ma che si presta a condizionare il dibattito pubblico in una direzione delegittimante dell’intera sfera giurisdizionale.

Non è la prima volta che il ministro Salvini manipola argomenti relativi alla giustizia per produrre consenso. Basta scorrere il suo profilo Facebook: una vera e propria manifestazione digitale di una strategia di manipolazione dell’informazione volta a presentare un quadro criminale peggiore rispetto a quello oggettivo, in cui il carnefice è, spesso e volentieri, l’immigrato. E ne discute non tanto dati alla mano, ma piuttosto basandosi su paure, stereotipi e luoghi comuni diffusi con il preciso intento di confermarli. Per quanto i dati statistici possano indicare un decremento dei crimini, la rappresentazione fatta dal ministro è sempre quella di un clima di insicurezza dilagante. Prescindere completamente dai dati effettivi subordina le argomentazioni in materia giuridica alle esigenze di consenso politico. E una manipolazione ad hoc della percezione del crimine tende spesso a generare consenso. Ci sposta da un piano fattuale a uno più retorico e simbolico, che inevitabilmente delegittima qualsiasi tentativo istituzionale. Anche la pena, infatti, quella giuridica, finalizzata al reintegro e al recupero del trasgressore, assume una forma distorta: il trasgressore viene totalmente spersonalizzato, se non demonizzato, e di conseguenza la pena risulta insufficiente. Il reato viene percepito come un’offesa all’intera comunità, la quale si pone su un piano opposto rispetto al reo, in un’ottica noi vs loro, e ne legittima una punizione e un’umiliazione sproporzionata, venendo meno a quel principio della finalità rieducativa della pena che appartiene al modello dello stato di diritto. Un esempio: «Castrazione chimica per gli stupratori». Un altro: «carcere a vita e lavori forzati». Quando fa questo tipo di affermazioni, Salvini sa di parlare all’italiano indignato, e sa di dargli quello che vuole: una sorta di vendetta. 

I rischi

Questo tipo di atteggiamento diminuisce il rispetto per la legge. Scardina il sistema liberale. Depotenzia lo stato di diritto e delegittima le istituzioni. Ma le leggi e le pene non devono parlare alla pancia della gente. «Non sono il frutto di paure o pulsioni. Il diritto è freddo, nell’interesse di tutti», commenta il direttore del Tg la7 Enrico Mentana a proposito della vicenda della nave Diciotti. E continua ancora Mattarella ai membri del Csm: «non potrà mai esserci giustizia di centro, destra o sinistra». Anche il presidente della Camera Roberto Fico, presente alla cerimonia al Colle, sottolinea l’importanza dell’indipendenza della magistratura: «Sono convinto che la magistratura è un organo indipendente che deve lavorare in piena autonomia senza alcun tipo di interferenza da parte della politica e viceversa. La nostra Costituzione si compie se viene mantenuta la divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». Chiaro, giusto. Ma abbiamo avuto bisogno che qualcuno lo ribadisse. Se è possibile valutare la qualità della democrazia, il politologo Leonardo Morlino ci suggerisce, tra le altre cose, di badare a quanto forte sia il rispetto della legge e dello stato di diritto. Nessun allarmismo, ma i fatti sono questi.

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Sono del '97, ma di sicuro appartengo ad un'altra era. Romana, studio Comunicazione alla Sapienza con il preciso obiettivo di diventare giornalista e occuparmi di politica. Perdo la testa per molte cose, tra cui il britpop e il rock 'n' roll, i romanzi russi, le città sul mare. Ma più di tutto, è scrivere che mi fa impazzire, nella sfumatura più positiva del termine. Scriverei di qualunque cosa, ma quella per la politica, soprattutto quella nazionale, è una "passionaccia" che non mi so spiegare, ma c'è ed è ingombrante.