Slasher: archetipi e segni particolari di un sottogenere horror

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Lo slasher, dall’inglese to slash che sta per “ferire profondamente”, è una sottocategoria dell’horror che ruota attorno alla presenza di un gruppo di giovani intrappolati in un luogo isolato e circoscritto dove vengono uccisi l’uno dopo l’altro da un maniaco mascherato e indistruttibile. Ricco di variabili e simboli, lo slasher è un genere che nasce negli anni Settanta, vive la sua epoca migliore tra gli Ottanta e i Novanta, e, da questi ultimi, inizia a reinventarsi, senza perdere le sue caratteristiche fondanti. Per chi desiderasse approfondire l’argomento, rimandiamo al saggio Slasher. Il genere, gli archetipi e le strutture di Marco Greganti.

Analisi dello slasher

C’era una volta l’horror, un genere amato o odiato, ma in entrambi i casi irresistibile, che ha iniziato a spaventare, ma al contempo a purificare, i cinefili di tutto il mondo, grazie anche al contributo delle grandi firme dell’horror come Alfred Hitchcock, Dario Argento, George A. Romero o David Cronenberg. Ad un certo punto della storia del cinema, precisamente negli anni Settanta (ma anche prima: Halloween di John Carpenter del 1978 è considerato il capostipite del genere, ma si possono considerare prototipi anche Psycho del 1960 e Black Christmas del 1974) l’horror si specializza in un sottogenere particolare e nasce lo slasher. Un termine sconosciuto a molti, ma evocativo nel suono che ricorda i colpi di un’arma affilata, quella solitamente utilizzata dai più famosi serial killer di questo sottogenere horror. Lo slasher è definibile come un tipo di horror concreto, realistico, non legato allo spiritismo, seppure esso non disdegni antagonisti non umani. La sua formula generale, di cui talvolta manca qualche pezzo che non pregiudica la categorizzazione di un film, è la seguente: un gruppo di ragazzi nel fiore degli anni parte per una località sconosciuta dove si imbatterà in un serial killer fortissimo e inafferrabile che li ucciderà uno dopo l’altro, accanendosi in particolar modo su quelli che si dedicano al sesso, fino alla sopravvivenza di un unico personaggio, il protagonista, che non si svela immediatamente come tale ed è solitamente una ragazza, detta nel gergo cinematografico final girl.

Dalla sua nascita ad oggi, al netto delle innovazioni che sono state apportate ad un schema diventato ripetitivo nel tempo, lo slasher ha mantenuto queste caratteristiche salienti, che non sono frutto di una scelta a tavolino da parte degli autori, ma una naturale conseguenza della pratica artistica che imita da sempre la vita umana. Più precisamente si sta parlando di archetipi, intesi come simboli universali che ci riguardano profondamente: che riguardano cioè la nostra natura, i nostri istinti, i nostri comportamenti, il nostro peregrinare nel mondo e, più in generale, la nostra vita. Gli archetipi sono presenti in tutta la drammaturgia, dalle favole fino alle moderne pellicole cinematografiche, per il semplice fatto che essa attinge alla vita e all’azione umana.

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L’arena di “Black Christmas” del 1974.

Il primo archetipo da tenere a mente quando si discute di slasher, e suo elemento narrativo costante, è il viaggio, il comune denominatore degli esseri umani da sempre impegnati in migrazioni ed esodi. Negli slasher ad intraprendere il viaggio (campeggio, gite fuori porta, vacanze) sono i giovani (adolescenti o al massimo ventenni), per i quali la partenza ha il duplice significato di conquista dell’autonomia e definizione dell’identità, mentre sono lontani dal nido familiare e possono liberamente scegliere chi essere. Gli stessi giovani di uno slasher, nel loro essere a metà strada tra la fanciullezza e l’età adulta, sono scelti per simboleggiare il continuo e vorticoso mutamento sociale. Il viaggio intrapreso dai ragazzi li conduce in un’arena/ambientazione, da intendere nello slasher nel suo significato storico di luogo in cui gladiatori e animali si ammazzano per dare spettacolo, che può essere una casa oppure uno spazio aperto, come il bosco. La casa e il bosco hanno una simbologia fortissima: la casa è il luogo sicuro per eccellenza scelto dallo slasher, con il preciso obiettivo di distruggere le certezze dell’essere umano e non farlo sentire al sicuro nemmeno nei luoghi reputati più tranquilli, mentre il bosco deve essere inteso come un luogo iniziatico – con riferimento ai riti iniziatici tribali che rappresentavano un passaggio fisico o spirituale, come quello dall’infanzia all’età adulta, e che venivano svolti nelle foreste perché ricche di ostacoli – in cui l’individuo, sottoposto a prove difficili, abbandona il suo vecchio io, che in un certo senso muore, ed accoglie una nuova e più matura identità.

Pur essendo un elemento orrorifico e di grande spettacolo negli slasher, la morte non ha un significato negativo nei film di questo genere, perché è profondamente concepita come una rinascita (archetipo) ad un grado superiore dell’esistenza. All’interno dell’arena di un film slasher (la pensione per studentesse di Black Christmas, la casa di provincia di Halloween, il campeggio di Venerdì 13, la villa di Turistas), ha luogo la mattanza di corpi che contrappone un gruppo di ragazzi spaventati e vulnerabili ad un maniaco omicida dalla forza sovrumana che fa aumentare il cosiddetto bodycount (cioè il conteggio dei morti) nel corso di tutta la proiezione, regola imprescindibile dello slasher, fino all’immancabile confronto con la final girl. Durante la carneficina la mano del killer si abbatte impietosa su quasi tutti i giovani malcapitati, ma il vero appassionato di slasher sa bene che i primi personaggi a morire sono quelli che fanno, stanno per fare o vogliono fare sesso, o semplicemente quelli che sono mostrati in momenti erotici. È per questi motivi che lo slasher è spesso considerato un genere cinematografico bigotto e espressivo della morale cattolica che la chiesa ha imposto all’uomo per controllarne la sua sfera sessuale e, a partire da questa, tutto il resto, sfruttando il senso di colpa. Il maniaco di uno slasher, quindi, è un castigatore, un moralizzatore, sebbene egli violi la morale per realizzare i suoi scopi. L’associazione tra sesso e morte è giustificabile anche in un altro modo: il sesso fa parte di una vasta gamma di pulsioni che l’uomo ha bisogno di controllare per non vivere in un perenne stato di guerra e, in base a ciò, la morte dopo il sesso che avviene sempre in uno slasher rappresenta il controllo che l’uomo cerca di esercitare su sé stesso per la sopravvivenza.

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La celebre locandina di “Halloween”, film del 1978.

Al fine di polarizzare il conflitto interno alla storia, elemento drammaturgico costante perché è costante il conflitto nella vita reale, la protagonista/final girl è solitamente una ragazza innocente con i capelli biondi o castani che indossa vestiti chiari (rosa, bianco o celeste), quindi un simbolo di purezza, mentre il serial killer è una figura alta, robusta, con vestiti scuri, quindi un simbolo del male. Il male messo in scena dai film slasher non è qualcosa di estraneo all’uomo, bensì qualcosa che lo riguarda intimamente: in base ad un’idea di coesistenza tra bene e male nell’animo umano, l’antagonista di uno slasher è l’espressione e la realizzazione del lato oscuro dell’uomo. La visione di uno slasher, in cui sovente si fa il tifo per il cattivo, è il modo in cui tale lato buio può liberarsi, sfogarsi, sublimarsi in una finzione, all’interno di un contesto civile in cui non si nuoce a nessuno. Il fatto che i serial killer degli slasher siano mascherati (Leatherface di Non aprire quella porta indossa una maschera di pelle, Ghostface di Scream indossa una maschera bianca con l’espressione di un urlo) trova una giustificazione nella tendenza umana a reprimere nel profondo tutto quello che percepisce come negativo. In termini tecnici l’antagonista di un horror è l’archetipo dell’Ombra, del male, del rimosso, qualcosa che, come solo un archetipo può fare, riguarda profondamente l’essenza umana.
In ogni slasher che si rispetti c’è una final girl, eccezionalmente un final boy o una coppia di amici, che sfugge al serial killer. È in questa fase che lo slasher svela tutta la sua potenza simbolica ed archetipica: nel sopravvivere la final girl ha compiuto il suo percorso di emancipazione personale, si è liberata della sua vecchia identità, tramite le morti dei suoi compagni, per giungere ad uno stadio diverso e superiore dell’esistenza, all’età adulta. La sopravvivenza della final girl non significa lieto fine, assente negli horror e quindi anche negli slasher che si occupano di sceneggiare un male che non muore mai, perché un mondo senza male è finto, irreale. Detto in altre parole, lo slasher sbatte la verità in faccia allo spettatore, facendo sua questa morale. L’irriducibilità del male di cui lo slasher è portatore è rappresentata, ad esempio, dalla scena finale di Halloween, in cui il serial killer sparisce inspiegabilmente dalla vista dopo essere stato sparato più volte, oppure dalla sopravvivenza di Leatherface e della sua famiglia in Non aprite quella porta.

Evoluzione ed eredità dello slasher

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Ghostface, il serial killer di Scream (1996).

Dopo l’epoca d’oro vissuta negli anni Ottanta, lo slasher si è rinnovato nei Novanta con alcuni film che hanno giocato con le regole stesse del genere, scansandolo dall’eccessiva ripetitività in cui stava sprofondando. Il primo film da ricordare è Scream (saga di quattro film iniziata nel 1996), definibile come uno slasher che narra di altri slasher: nelle prime scene del film, infatti, la protagonista parla al telefono con un assassino che gli fa domande sui film horror e nel corso della pellicola gli altri personaggi sono ritratti più volte mentre spiegano le regole degli horror: Scream ha anche un intento parodistico del genere. Allo stesso modo The Final Girls (2015), titolo esemplificativo più che mai, inscena una storia i cui protagonisti si ritrovano dentro ad un film slasher dove tengono conto delle regole proprie del genere per sopravvivere.

Il genere slasher deve molto anche alla letteratura. La sua base letteraria è sicuramente il famoso giallo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani, in cui un gruppo di persone ricevono l’invito di un individuo misterioso a recarsi su un’isola, dove trovano la morte uno dopo l’altro. In questa trama sono già presenti i tre elementi strutturali dello slasher: il viaggio, il luogo circoscritto e l’antagonista che, inafferrabile fino alla fine, rappresenta il male vero e proprio. I tópoi dello slasher, quindi, toccano alcuni tratti profondi dell’inconscio collettivo, che attraversano i secoli e parlano di ciascuno di noi.

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Grazia Caputo

Vivo in provincia di Caserta, ho 26 anni e sono laureata in Giornalismo e Comunicazione alla Sapienza di Roma. Sogno di fare la giornalista da quando ho dieci anni e sto avviando la mia carriera come giornalista praticante per radio e online. Consumo film e libri continuamente, quindi ad un certo punto ho iniziato a scriverne e dopo un po' sono arrivata a The Wise Magazine.