«Mamma, papà, raccontatemi una storia». Chissà quante volte questa frase avrà sfiorato, per bocca nostra o d’altri, le pareti silenziose delle nostre case, animandole subito dopo con fantasiosi aneddoti su principesse e streghe, Odisseo e le sue peripezie, mondi tenebrosi o incantati. Lo storytelling, ovvero la narrazione di storie, non è un semplice passatempo. È un’arte antichissima che, come tutte le arti, merita essa stessa di essere raccontata.

Per colpa di un cantastorie: dove tutto ha avuto inizio

E allora, cominciamo. C’era una volta, negli anni Trenta, un professore di Harvard, Milman Parry, che con il suo assistente Albert Lord si accingeva a dare al mondo una straordinaria rivelazione, attraverso una teoria che avrebbe cambiato per sempre lo studio e la ricezione dei poemi omerici: l’Iliade e l’Odissea erano il frutto di una tradizione orale, non scritta, costruita ad arte intorno al concetto di “formula” – un’espressione che ricorre con regolarità sistematica nei poemi per caratterizzare un determinato personaggio o scenario in qualsiasi condizione metrica, e che consentiva al cantore del poema di memorizzarne e improvvisarne larghi tratti. A conferma della loro ipotesi, i due colleghi si recarono in Jugoslavia, terra di bardi e di canzoni improvvisate. In quelle regioni socialmente arretrate, dopo quasi tremila anni la scrittura non aveva ancora rimpiazzato la tradizione orale e poemi antichissimi venivano ancora recitati oralmente attraverso forme arcaiche di trasmissione non ancora ben decifrate. Parry e Lord chiesero a cantori serbi di recitare a memoria lunghissimi spezzoni di poemi appartenenti alla loro tradizione, realizzandone ripetute registrazioni e trascrizioni in modo da poterne annotare le alterazioni dovute alle (comprensibili) fallacie della memoria.

Durante il loro soggiorno in Jugoslavia negli anni 1933-1935, in villaggi di campagna dove l’analfabetismo era largamente diffuso, Parry e Lord trovarono ancora cantori di storie girovaghi, che avevano un ricchissimo repertorio di canti tradizionali con cui tramandavano oralmente i racconti di gesta eroiche della storia locale. I due studiosi registrarono con il fonografo un totale di 12.500 canti. Foto: viaggiareperculture.blogspot.com.

Applicando i dati raccolti alla tradizione epica arcaica greca tramite un’analisi comparativa Lord, dopo la morte del fedele mentore, ne proseguì gli studi e ne imitò i successi: con la pubblicazione, nel 1960, di uno dei testi più influenti della cultura occidentale, The Singer of Tales, egli dimostrò che i grandi poemi epici europei e asiatici erano (e sono) eredi di una tradizione basata non solo sulla performance, ma anche sulla composizione orale. Il corpo di questi poemi, quindi, non è unico e definitivo, ma comprende innumerevoli varianti, frutto dell’unione tra le personali scelte stilistiche del cantore nell’atto stesso di narrare la storia e il suo simultaneo attingere ad un bagaglio di formule, temi ed episodi che non lui, ma un’antica tradizione, ha inventato. Le diverse esecuzioni dei singoli cantori, di conseguenza, hanno alterato di volta in volta la narrazione di un racconto, fino alla sua definitiva fissazione tramite la scrittura.

La teoria di Parry e Lord, conosciuta come “teoria dell’oralità” (e ancora oggi, peraltro, non del tutto confermata), si è rivelata influente sotto vari aspetti. Prima di tutto, perché ha suggestionato profondamente ricercatori e studiosi di culture e tradizioni di tutto il mondo, che l’hanno applicata ad altri generi letterari come l’epica medievale. Ma soprattutto, il vero contributo di questi studi è stato quello di farci riflettere sul rapporto tra oralità e scrittura: in un periodo ben antecedente alla trasmissione scritta dei testi, la narrazione di storie è stata la prima manifestazione concreta di un bisogno di raccontarsi o di raccontare, di condividere valori ed esperienze e di interpretarli. La tradizione narrativa orale è infatti da sempre presente anche nelle civiltà più arretrate o antiche, e precede di molto la stampa e le arti grafiche come mezzo di comunicazione. A volte, tuttavia, si accompagna e fonde con queste ultime: i nativi americani, le popolazione aborigene dell’Australia o, per avvicinarci geograficamente più a noi, i Camuni delle Alpi lombarde, hanno utilizzato l’arte rupestre, tramite dipinti o incisioni, come ausilio mnemonico ed espressivo sin dai tempi antichi. Gli aborigeni, in particolare, pitturavano le pareti delle proprie caverne con simboli che potessero aiutarli a memorizzare una storia, la cui narrazione veniva spesso accompagnata da altre forme artistiche, come il canto o la danza, che aiutavano gli ascoltatori a visualizzarne e memorizzarne meglio la trama. Che la si voglia chiamare arte o meno, anche tatuarsi il corpo ha rappresentato una forma espressiva per alcune tribù: i popoli hawaiani, per esempio, marchiandosi la pelle con disegni complessi, volevano comunicare informazioni relative alle proprie origini, parentela e stato sociale.

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Particolare di una caccia al cervo incisa sulla roccia dai Camuni (gli antichi abitanti della Valcamonica), i quali, durante l’età del Ferro, utilizzarono l’arte rupestre come forma espressiva. Dal Parco archeologico comunale di Seradina-Bedolina, Capo di Ponte (BS). Foto: Wikipedia.

Ma torniamo, per un attimo, a dove ci eravamo lasciati, e cioè allo storytelling puramente orale da dove tutto è cominciato. Non è forse straordinario che, dopo l’invenzione della scrittura e della stampa, dopo l’avvento dell’era digitale e dei grandi mezzi di comunicazione di massa, fiabe, leggende e miti, raccontati rigorosamente a voce, ricoprano ancora un ruolo importante all’interno della tradizione culturale di quasi tutto il pianeta? Conviene forse interrogarsi sulle ragioni di questa inattesa permanenza. Per farlo, chiediamo nuovamente aiuto al nostro caro Lord. Una grande intuizione dello studioso, da accostare di pari passo al sistema formulare di Parry, è stata la struttura tematica dell’Iliade e dell’Odissea e di altri componimenti orali. Come il cantastorie procede di verso in verso usando epiteti e formule fissi, così egli muove i fili della narrazione utilizzando temi prefissati e ripetuti nelle transizioni da una scena all’altra. In entrambi i poemi omerici, ad esempio, nonostante la profonda differenza di trame (guerra e viaggio rispettivamente), si assiste frequentemente a scene di banchetti e trattamenti ospitali, vestizioni di eroi, sacrifici e rituali, descritte in modo molto simile e ripetitivo. Questa tecnica di trasmissione non solo consentiva al cantore di prendere tempo per pensare ad un nuovo scenario durante l’esecuzione stessa del poema, ma anche all’audience di “riorientarsi” all’interno di un contesto già sentito e conosciuto e di prepararsi alla transizione verso una nuova sequenza narrativa. Ciò che più è interessante, tuttavia, è che il sistema tematico non accomuna soltanto i poemi omerici, ma anche larga parte di tradizioni orali ben distanti dalla Grecia.

Nel folklore kirghiso, l’Epopea di Manas rappresenta la pietra miliare della tradizione epica locale, con una lunghezza di venti volte superiore a quella dell’Iliade e dell’Odissea messe insieme. Il componimento viene tuttora recitato dai Manaschi, attori sacri, durante le festività del luogo. Foto: Wikipedia.

Il risultato è che, a latitudini e longitudini diversissime tra loro, si trovano storie sorprendentemente simili, prodotte dalla medesima radice indo-europea. Gli studiosi Chadwick e Zhirmunsky, tanto per citarne una, hanno notato che il tema della faida familiare, fortemente presente nei primi quattro libri dell’Odissea conosciuti come Telemachia (e visibile nel viscido corteggiamento di Penelope e nello sperperamento delle ricchezze di Odisseo da parte dei Proci, e la conseguente vendetta su di essi realizzata dall’eroe insieme al figlio Telemaco), è ugualmente presente in alcuni componimenti epici trasmessi oralmente nell’Asia centrale: nel folklore del Kirghizistan e del Kazakistan, ad esempio, compare il medesimo filone narrativo del figlio che cresce, come Telemaco, senza conoscere il padre, e alla scoperta dei torti subiti da quest’ultimo, parte per un viaggio in sete di vendetta contro gli usurpatori del potere paterno e torna a casa, dove i conti si sono sistemati. Per usare la terminologia tedesca negli studi folkloristici, che si tratti di Sagen, cioè di miti (come in questo caso) o di leggende più o meno verosimili, o di Märchen, come le più tradizionali e inventate favole e fiabe della nostra infanzia, la straordinaria verità a cui danno accesso questi racconti orali e popolari è unica e senza precedenti: è la realizzazione che popoli culturalmente o geograficamente distanti possono essere avvicinati, anche solo di qualche lunghezza, attraverso una reciproca comprensione delle proprie tradizioni, attraverso il riconoscimento di sé stessi nei racconti di altri. L’arte di raccontare storie può costruire e plasmare la vita di una sola comunità, ma può anche colmare distanze linguistiche, culturali e sociali agendo da collante tra popoli, favorendo integrazione e dialogo, prevenendo segregazione e pregiudizi etnici.

Lo storytelling oggi: nuovi media, vecchie abitudini

Riassumiamo. Lo storytelling ha storicamente svolto la funzione di primordiale mezzo di comunicazione ed espressione, tra gli individui di una singola comunità come tra le comunità stesse, anche se profondamente differenti. A conclusione di questo breve viaggio esplicativo nella narrazione (prevalentemente orale) di storie, è utile fare il punto della situazione su cosa può offrire lo storytelling ai nostri giorni, forte dei progressi portati dalla rivoluzione digitale. Se è vero che in origine il racconto orale aveva di fatto agito da surrogato di mezzi di comunicazione più avanzati, in tempi moderni si accompagna invece ad essi per potenziarne l’efficacia e le possibilità di successo. I nuovi media stanno trasformando il modo in cui registriamo, comunichiamo e consumiamo le nostre storie: in Inghilterra, ad esempio, si sta assistendo ad un boom di vendite nel settore audiobooks, che sta pian piano prendendo il sopravvento sulla produzione di libri stampati; i documentari, soprattutto sul web, utilizzano sempre più lo storytelling e le sue tecniche narrative per proporre in una forma più accattivante i loro contenuti, e anche gli utilizzi a scopo terapeutico stanno crescendo esponenzialmente, in settori come la drammaterapia o il Playback theatre. Recentemente, Alan Crickmore ha raccontato in un TED Talk di aver lavorato, dopo il suo arresto per frode, come volontario nella prigione di Channings Wood, per un’organizzazione benefica chiamata Storybook Dads. Il progetto, nato nel 2003, ha da allora permesso a padri (e poi a madri, si veda Storybook Mums) da tutto il Regno Unito di riallacciare i rapporti con le loro famiglie, attraverso la registrazione ed incisione su CD o DVD di fiabe e racconti da mandare a casa e da far ascoltare ai propri bambini.

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Un padre legge The Gruffalo per il progetto Storybook Dads. Si tratta di un’organizzazione benefica nata in Gran Bretagna con lo scopo di registrare e produrre fiabe in formato digitale, per permettere a padri in carcere di creare un legame a distanza con i propri figli. Foto: easyfundraising.org.uk.

Il successo dell’iniziativa è stato immediato, e con esso l’impatto positivo sulla salute mentale dei detenuti: il 98% dichiara che lo storytelling ha migliorato il rapporto con i propri figli, perché ha permesso, per la prima volta in tanto tempo, di fare per loro qualcosa di concreto, di manifestare il proprio affetto e la propria vicinanza; alcuni lettori senza un solido background educativo si sono addirittura spinti a frequentare corsi e lezioni per migliorare le proprie capacità di lettori, e persino ai padri senza un’istruzione lo storytelling ha dato una chance: ne è un esempio Owen, un padre irlandese analfabeta che, grazie a una mentore, è riuscito a ripetere frase per frase l’intera storia de Il brutto anatroccolo e a registrarla, con tanto di musica ed effetti sonori, per la sua Tiara. Se detenuti resi freddi e scontrosi dall’isolamento riescono ad emozionarsi con la forza della propria stessa voce, forse è perché le storie hanno un potere tanto magico quanto quello di cui raccontano: creano connessioni e spingono al cambiamento. Reynolds Price, in A Palpable God, scriveva: «Senza amore o senza un tetto, ne sopravvivono a milioni; nel silenzio, quasi nessuno».

Ascolta con attenzione

Oggi lo storytelling sembra essere sempre più improntato a funzioni e principi educativi. E se è vero che il passato ha ancora da insegnarci qualcosa, perché non concludere con una frase del celebre poema epico Mahabharata, uno dei più lunghi e importanti componimenti letterari dell’India? Nel raccontare la sua storia ad un giovane discendente dei Pandavas, il protagonista Vyasa lo ammonisce così: «Se ascolti con attenzione, al termine del racconto sarai una persona diversa». Se tendiamo noi stessi le orecchie, chissà che una storia non ci cambi la vita.