Siccome una parola è troppa e due sono poche, la nomina di Lino Banfi a membro della Commissione Italiana per l’Unesco offre l’occasione per aggiungere, umilmente, una riflessione al fiume di articoli pubblicati finora.
 

Banfi farà parte dell’Assemblea della Commissione Italiana per l’Unesco, che è composta da circa trenta persone. Non sarà quindi, come è stato erroneamente scritto, il “rappresentante dell’Italia all’Unesco”. Il compito principale dell’Assemblea infatti è quello di «fissare le strategie generali della Commissione identificate in relazione alle finalità dell’Unesco […] nei campi dell’educazione, della scienza, della cultura e della comunicazione» (fonte). Lino Banfi vanta una carriera di oltre cinquant’anni nel mondo dell’intrattenimento: senza ironia, si può affermare come il suo contributo di uomo dello spettacolo di lungo corso possa essere utile per i lavori dell’Assemblea e che sicuramente la sua popolarità possa «diffondere, soprattutto fra i giovani, gli ideali dell’Unesco», una delle funzioni della Commissione. La nomina in questo ruolo è politica e per poter essere designati non sono richiesti requisiti: buonsenso vuole (vorrebbe) che vengano nominate persone con le competenze adeguate per poter svolgere il ruolo. Le nomine inadeguate sono altre: ci si sarebbe dovuti scandalizzare se Lino Banfi fosse stato nominato Direttore degli Uffizi, ma qui è chiamato a svolgere un incarico per il quale ha delle competenze reali da offrire.

 

Banfi Unesco Di Maio

Lino Banfi e il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio.

 
Questa osservazione permette di fare una precisazione su cosa sia la politica. Fare politica significa rappresentare delle istanze, degli interessi, degli elettori. Per rappresentare non serve una laurea: un titolo di studio non comporta essere un politico migliore, così come non essere laureati non comporta essere un politico peggiore (ma non è vero neanche il contrario, sia chiaro). Avere una laurea significa – in teoria – avere delle competenze e delle conoscenze in determinati ambiti, e avere competenze e conoscenze in determinati ambiti può aiutare, questo sì, a essere un politico migliore. Ma una laurea non è l’unico modo con cui si possono acquisire competenze e conoscenze
 
Se è vero questo, è vero anche che la retorica anti-competenza deve cominciare ad allarmare seriamente. La cosa davvero preoccupante della nomina di Lino Banfi è come nel suo discorso di investitura quasi sembra che si sbeffeggi chi è laureato, una mentalità sempre più presente al giorno d’oggi. Un tema su cui si è scritto troppo, ma la cui lettura – al netto di una banalizzazione – è forse più semplice di quello che sembra: è un problema reale se l’istruzione non è più accessibile a tutti, perché nel momento in cui questo succede, l’istruzione non è più vista come la possibilità di migliorare la propria condizione, ma inevitabilmente viene percepita con invidia, diffidenza, disprezzo. È compito innanzitutto della politica invertire questa rotta, restituendo valore al merito, all’impegno e alla competenza. Non è un percorso breve e passa da un piano di riforma del sistema scolastico, dell’università, della gestione delle innovazioni tecnologiche, del mondo del lavoro.
Ma per prima cosa è necessario abbandonare questa mentalità che non premia, e anzi denigra, le eccellenze. Magari potrebbe cominciare a farlo proprio la Commissione italiana dell’Unesco.