Morire da eroi – sempre che l’attributo sia consono – o vivere abbastanza a lungo da diventare i cattivi? Sebbene ciò non costituisca particolare sorpresa, sembra che il Movimento Cinque Stelle abbia scelto la seconda opzione. Fortunatamente i mezzi della nostra epoca permettono adeguata archiviazione delle verba che volant per il futuro: ne emerge un quadro assolutamente incoerente, nel quale le posizioni storiche del M5S sono state smantellate una a una dai diretti interessati, l’attimo dopo averle sfruttate per arrivare in cima alla piramide politica.

Non perché il potere logori chi lo detiene, ma perché le parole, fino alla prova definitiva della messa in pratica, restano solo parole. Non passa giorno senza che le attuali posizioni di Casaleggio e “dipendenti” vengano smentite da vecchi tweet o anche solo proclami della settimana precedente. Roba da far impallidire #enricostaisereno.

Molto si è detto attorno alla votazione su Rousseau, relativa all’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini. Dal nemmeno troppo sofisticato sistema utilizzato per rendere il quesito volutamente complesso, a quella che viene definita codardia per aver relegato una decisione controversa alla sparuta base d’utenza del forum di un’associazione privata (Rousseau non è che questo).

Ma non solo: dopo quasi un anno di co-governo con la Lega, gli attivisti del M5S si sono visti crollare davanti ogni tipo di certezza riposta nel futuro. Al di là degli attratti dal reddito di cittadinanza, o dai populisti dell’ultima ora – per così dire – è lecito ritenere che la base originaria del Movimento, nata dai comizi, traesse forza dai “delusi” del centro-sinistra, che oggi mal reggono l’ignava coabitazione con la nuova gestione italica di stampo salviniano. Quantomeno, ciò vale per quelli che – lo si sottolinea – non erano già stati delusi dall’approccio dilettantistico, arrogante e privo di risultati concreti che ha accompagnato la scalata al potere dell’azienda più in vista d’Italia.

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Il post di Luigi Di Maio riguardo il voto “salva Salvini”. A farla da padrone sono le critiche dei delusi. (Valerio Bastianelli/theWise Magazine)

Oltre all’appoggio quotidiano al bullo della classe Salvini nella creazione di una polemica che porti via l’attenzione, oltre al supporto delle politiche propugnate dalla Lega, sfociate clamorosamente nel caso Diciotti e nel presente dibattito sull’autorizzazione a procedere, sta crollando ora l’ultima colonna della proverbiale onestà grillina: non solo in ordine temporale, ma forse di importanza. Cosa c’è di più “casta”, infatti, della rimozione del limite dei due mandati? È solo l’ultimo atto nella continua modifica delle regole base del Movimento, ma era l’ultima garanzia per poter ancora gridare al mondo, e ai propri sostenitori: «siamo noi, quelli diversi, e continuiamo a esserlo».

Cosa teorizzare, quindi, sul futuro del M5S? Si potrebbe pensare, a questo punto, che il passo successivo e naturale sia una sorta di consolidazione di quanto ottenuto, se non vera e propria omologazione a quanto finora era ritenuto ideologia nemica da distruggere. Cosa che sta riuscendo, pur sempre dalla cima di un mediatico castello di carte, a Salvini e alla sua “social cabala”, che per inciso partiva dal versante opposto: quello dei nemici, dell’establishment. Un bel viaggio intorno al mondo senza mai essersi mossi.

Establishment – si diceva – che va perciò ad arricchirsi di nuovi volti da conservare per sempre nell’eterno museo delle cere che è la scena politica nazionale: tra quelli dei loro compagni spiccano i vari Di Maio, Toninelli, Di Battista, oggi esponenti di quanto ricorda più un fittizio plebiscito napoleonico, che non una democrazia “quasi” diretta, liquida, prerogativa del cittadino comune a cui basta l’onestà per poter far tutto. No, questo genere di dialettica sembra essere stato relegato da parte, come spesso accade al mondo e soprattutto in Italia al momento di formazione di una nuova élite. Forse, anziché «uno vale uno», sarebbe stato più corretto dire «chi prima arriva, meglio alloggia».

La strada per aggrapparsi alla poltrona non esclude, però, l’eventualità di incidenti di percorso. Anzi, è probabile che questi andranno a presentarsi in un futuro più prossimo di quanto si crede: non sbaglia Luciano Capone de Il Foglio¸ nel dire che «[s]e quello di Berlusconi era il partito-azienda, il M5S è l’azienda-partito». Vale a dire che l’ottica manageriale caratteristica del mestiere di Casaleggio & Co. non si basa sull’approvazione popolare; la politica sì. E il popolo sta cominciando a ricredersi in un modo che, finora, l’incoerenza grillina non era mai riuscita a generare: oltre ai sondaggi costantemente in calo, ne è testimonianza il post su Facebook di Luigi Di Maio riguardo il voto “salva Salvini”, praticamente egemonizzato dalle critiche dei delusi.

Non è bastata l’improbabile presentazione à la Steve Jobs del reddito di cittadinanza: il Movimento sta davvero crollando. Se gli alti gerarchi del CdA non possono porre un freno a un declino inesorabile e veloce, allora chissà che non possa esserci una prima, vera scissione ufficiale che stacchi finalmente il feto dal cordone ombelicale della Casaleggio Associati. Oppure, forse, il M5S si è già reso conto del repentino calo di rotta segnalato dai radar, e sta semplicemente raggranellando il più possibile per il futuro, per poi fuggire in paracadute prima dello schianto.