Lava via la protesta

protesta oggi
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A Milano, le macchie di vernice rosa rovesciata sulla statua di Montanelli sono già state lavate via. Il collettivo femminista Non una di meno ha rivendicato l’iniziativa come una «doverosa azione di riscatto» per il matrimonio con una dodicenne comprata in Eritrea nel 1936 durante la stagione coloniale del giornalista, che ha sempre raccontato il fatto senza coglierne l’obiettiva gravità. «Sono questi gli uomini che dovremmo ammirare?». La colata di vernice, peraltro non indelebile, dovrebbe averci chiesto questo: moralizzare il passato nel tentativo di avere qualche effetto positivo sulla coscienza del presente. L’hashtag #Montanelli è rimasto nella top ten di Twitter per parecchie ore, non il tempo di sviluppare una riflessione, ma almeno di scatenare un sovreccitato linciaggio. E pochi giorni dopo, la pulizia della statua ci ha restituito l’iniziativa come un banale atto di vandalismo. D’altronde scuotere la coscienza collettiva è un’impresa ben più delicata e impegnativa, richiede qualcosa di più di una colata di vernice che, al pari di un post scoppiettante su Facebook, infiamma in fretta le discussioni, ma tanto in fretta si dimentica. Questo modo di manifestare il dissenso, spesso condensato in pochi caratteri e flussi di immagini e informazioni ininterrotti generati dai media, accelera la storia e la rende difficilmente pensabile. È difficile in questo contesto compiere un gesto, scrivere qualcosa, anche deturpare qualcosa, macchiarla, distruggerla, in modo tale da manifestare un’opposizione perfettamente visibile e distinguibile dal resto, che sappia mantenere l’attenzione su di sé il tempo sufficiente per creare conseguenze, generare una riflessione e svilupparne una critica. Ma se le voci si mescolano, le polemiche stufano in fretta, la vernice si lava e le scritte si cancellano, cosa significa protestare oggi? 

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Milano, festa della donna 2019: la statua di Indro Montanelli imbrattata di rosa. Foto: ANSA

Ribelli 2.0

Brevità, semplicità e velocità sono i tratti costitutivi delle piattaforme social che ospitano i dibattiti, le nuove piazze nelle quali esprimere le nostre convinzioni personali, per prendere posizione nei riguardi delle cose in cui crediamo, per fare quella distinzione che le persone comuni non avrebbero mai potuto fare prima del web. Corrono il rischio di presentarsi come una chiacchiera priva di importanza, poco impegnativa per i partecipanti ma comunque tale da dare corpo all’idea di una comunicazione immediata che si accompagna a una democrazia immediata. Ma brevità, semplicità e velocità sono anche le coordinate entro le quali disegniamo la nostra realtà sociale. Se Facebook è la nuova piazza, la strada non ha ancora smesso di presentarsi come il luogo concreto nel quale contenere sempre più proteste e mobilitazioni sociali. Diciamo che abbiamo due dimensioni per dire la nostra: quella sociale e quella mediale, dove la prima è però stata largamente trasformata dalla seconda. I movimenti di protesta fanno buon uso dei media digitali per quanto riguarda la dimensione organizzativa. La diffusione del web ha fin dal principio ridotto i costi della comunicazione e dell’opportunità di tessere e mantenere contatti sul fronte della mobilitazione e dell’organizzazione politica. Si tratta di gruppi post-burocratici, soggetti privi di una stabile e riconosciuta organizzazione che, in assenza della convenzionale copertura mediale, usano le tecnologie per diffondere le informazioni circa il luogo, l’orario e le modalità dell’incontro, e che di solito operano «con una logica che non richiede né un forte controllo organizzativo né la costruzione simbolica di un noi unitario». Bennett e Segerberg lo chiamano il passaggio dal concetto di azione collettiva a quello di azione connettiva. Facebook, Twitter, Instagram si comportano così da sostituti delle organizzazioni formali dell’azione di mobilitazione, che ruota attorno all’aggregazione di soggetti estranei uniti dall’adesione a un’unica causa. Moltre tra le persone che scendono in piazza oggi non si conoscono tra loro, hanno un accordo fondato sull’hic et nunc: condividiamo solo questa causa, in questa giornata, in questa piazza. Cosa può essere tutto questo se non la conseguenza chiara e diretta della fine delle ideologie, la frattura che secondo Daniel Bell caratterizza la società post moderna? La fine del pensiero unico dominante, dello spirito dell’utopia. Una volta ripulita da tante fumosità ideologiche, la società ha costretto l’uomo a obbedire solo al principio di realtà, e questo recita che soltanto la materia e il corpo esistono realmente. Povero di una forte base ideologica, svincolato dai legami duri della comunità, bombardato dalla rete da infiniti input, l’individuo si muove spinto da un’insaziabile voglia di agire o di manifestare la propria opinione, a ogni costo, e a motivare le sue azioni è l’azione stessa, in un incalzare frenetico. L’azione per l’azione, la violenza per la violenza. Introdurre rumore nel segnale, più che sovvertire. Ciò che conta è agire, o parlare, quasi con totale distacco dal suo risultato 

Distrazioni violente

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Parigi, 1 dicembre 2018: uno dei gilet gialli dà fuoco a delle auto in strada. Foto: Ansa EPA/ETIENNE LAURENT

È quello sta facendo il movimento che sta agitando la Francia e l’Europa, les gilets jaunes, i gilet gialli. Un movimento spontaneo e disomogeneo, nato, sviluppato e organizzato sui social. Difficilmente catalogabile, se non riconducibile a quel tipo di gruppo post-burocratico descritto da Bennet e Segerberg a proposito del concetto di azione connettiva. In pochi mesi hanno costretto il governo a cambiare linea su alcune riforme, messo in difficoltà la figura istituzionale di Emmanuel Macron e sono stati persino responsabili di una crisi diplomatica tra Italia e Francia (Di Maio, in post sul Blog delle Stelle, li esorta a non mollare). La rabbia scaturita per l’aumento delle tasse sul gasolio si è già rovesciata nelle strade: blocchi stradali, barricate, incendi dolosi, scontri con la polizia, vandalismo su opere architettoniche, beni pubblici e proprietà private. È importante segnalare che in quest’ala più radicale del movimento sono stati rintracciati uomini tra i trenta e i quarant’anni, più anziani delle persone che normalmente rappresentano le frange violente delle manifestazioni, e soprattutto che l’assenza di un forte controllo organizzativo e di una guida formale renda i gilet gialli imprevedibili e difficili da gestire. Sappiamo solo che, analogamente al Movimento 5 Stelle, nascono per rivendicare la sovranità popolare, che appartiene loro, certamente, di diritto. Non si può permettere la negazione del dissenso e della sua manifestazione. Il fatto è che, come le macchie di vernice rosa su Montanelli non provocano un’immediata riflessione sul giudizio che la storia ha di lui o sull’assurdo e vile tentativo dell’Italia di essersi andata a cercare un posto al sole in Africa, allo stesso modo una macchina in fiamme in centro a Parigi non sembra il modo giusto di rivendicare che la sovranità appartenga al popolo. Posto che un modo corretto di protestare non c’è. L’atto violento è certamente uno degli escamotage più rapidi per farsi sentire, ma corre anche il rischio di distrarre da quello che realmente si vuole ottenere.

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Torino, 12 ottobre 2018 il momento in cui vengono dati alle fiamme i manichini di Salvini e Di Maio. Foto: ANSA

Quando in autunno durante una manifestazione a Torino degli studenti hanno dato fuoco a due manichini con le sembianze di Salvini e Di Maio, ci hanno distratto dai motivi che hanno spinto i movimenti studenteschi di tutto il paese a rovesciarsi nelle piazze. Un atto simbolico, forse, che però è rimasto una bravata, un atto vandalico sul quale concentrarsi a svantaggio di quello che c’era dietro. Il rischio è questo, che si superi una linea oltre la quale, tra sgomento e sdegno, gli atti di ribellione vengano riflessi, ponderati e scartati come casi estremi a cui ebbero partecipato degli spiriti, oltre i quali intravedere motivazioni appannate. D’altronde contestare è possibile anche nei modi più pacifici, se pensiamo alla più recente mobilitazione per il clima Fridays for Future, che ha raggiunto dimensioni globali mettendo al primo posto la causa. Anche perché ormai ogni notizia nel momento in cui è diffusa in rete è già vecchia, e ogni particolare scioccante ci destabilizza il tempo di poche ore o al massimo giorni, per poi essere archiviato e sostituito da qualcosa di più incredibile e pazzesco. Si lava via come una macchia, e tutto torna in ordine. 

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Fabiana D'Eramo

Sono del '97, ma credo di appartenere a un'altra era. Romana, studio Comunicazione alla Sapienza con il preciso obiettivo di diventare giornalista e occuparmi di politica. Perdo la testa per molte cose, tra cui musica e letteratura di altri decenni. Ma più di tutto, è scrivere che mi fa impazzire, nella sfumatura più positiva del termine. Scriverei di qualunque cosa, ma quella per la politica, soprattutto quella nazionale, è una strana passione che non mi so spiegare, ma c'è ed è ingombrante.