Il metodo Ajax

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Dopo aver già messo in bacheca la KNVB Cup, la coppa nazionale olandese,  l’Ajax ha conquistato anche la Eredivisie: la vittoria per 4-1 sul campo del De Graafschap, oltre a completare il double, ha riportato ad Amsterdam un titolo che mancava dal 2014 e che giunge a coronamento di una stagione memorabile. Non solo per i trofei, ma anche e soprattutto per il cammino della squadra in Champions League – nonostante un drammatico epilogo in semifinale – e l’esplosione dei giovani talenti provenienti dal vivaio del club. Quest’ultimo aspetto, in particolare, è il risultato di una politica societaria che ha sempre fatto parte dell’identità dell’Ajax. Non va però sottovalutato il lavoro di Erik Ten Hag, l’allenatore di scuola guardiolana che ha instillato un’idea di gioco spettacolare in un gruppo di calciatori cresciuti fianco a fianco.

Continuità e pianificazione

Non solo Matthijs de Ligt, stella e giovanissimo capitano della squadra, ma anche il compagno di reparto Daley Blind e i meno incensati van de Beek e Veltman: tutti graduati dalle squadre giovanili dell’Ajax, che vanno ad unirsi ad una lunga lista di talenti come Wesley Sneijder, Toby Aldeirweireld, Jan Vertonghen e i più recenti Justin Kluivert e Quincy Promes. Senza dimenticare, ovviamente, Frenkie de Jong, in realtà un “oriundo” soffiato alle giovanili dell’Utrecht.
La youth academy dell’Ajax è pomposamente chiamata De Toekomst (Il Futuro”) ed è situata nel distretto di Duivendrecht, uno dei tanti sobborghi dell’agglomerato urbano di Amsterdam. A poche centinaia metri dagli otto campi di calcio c’è uno svincolo autostradale, dall’altro lato una concessionaria e a dieci minuti di passeggiata si erge la Johan Cruijff Arena, quasi a rendere anche logisticamente più comodo l’approdo in prima squadra per un giovane prospetto. Il centro sportivo è ovviamente all’avanguardia, con numerosi spogliatoi, palestre e strutture per le analisi dei dati statistici messe a disposizione di allenatori e sport scientists. Alcune di queste figure professionali hanno vestito la maglia dell’Ajax e della nazionale olandese, come il direttore tecnico Marc Overmars: si tratta di una dimostrazione del forte senso di appartenenza al club per molti giocatori. Secondo Edwin van der Sar, leggendario portiere del Manchester United e ora direttore generale della squadra, «Noi [l’Ajax, N.d.R.] siamo una piccola società e dobbiamo aiutarci a vicenda per renderci grandi. Ognuno deve pensare al proprio futuro e al proprio sviluppo, ma l’Ajax ci ha dato la nostra prima oppurtunità e vogliamo condividere la nostra conoscenza».

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Edwin van der Sar ha giocato con la maglia dei Lancieri tra il 1990 e il 1999. Foto: Jan Kruger/Getty Images for Soccerex.

“Continuità” sembra essere la parola chiave del progetto. Il ricambio generazionale è necessario, perché l’Eredivisie è lontanissima dai livelli dei campionati top e i talenti migliori partono sempre più presto verso lidi più rinomati: l’esempio più recente è de Jong, che andrà al Barcellona a breve generando una plusvalenza di 85 milioni, ma è stato così per tutti i grandi campioni, da Cruijff in avanti. Di conseguenza, l’Ajax è in parte dipendente dal successo dei propri programmi giovanili, il cui obiettivo è portare almeno uno o due giovani in prima squadra ogni anno. Ogni formazione giovanile ha sedici giocatori: due portieri, otto esterni (quattro destri e quattro mancini) per i ruoli sulle fasce, tre difensori centrali e tre attaccanti per i ruoli di centravanti e seconda punta. Questo metodo è applicato dagli Under 10 fino alla prima squadra e consente ai giocatori di svilupparsi giocando in più ruoli. Gli schemi utilizzati, in particolare dalle formazioni più anziane, sono gli stessi della prima squadra: ciò allo scopo di preparare ancora di più i calciatori al salto di categoria, abituandoli a un gioco marcatamente offensivo e dai ritmi alti, senza dare importanza al risultato.

La selezione dei giovani è molto severa: in media, trenta giocatori sui centosessanta che compongono tutte le formazioni giovanili sono scartati dopo una stagione. In seguito i giocatori vengono valutati secondo i criteri del cosiddetto sistema TRIPS, acronimo di Technique, Insight, PersonalitySpeed. Il modello pone l’accento su controllo di palla, sviluppo delle abilità di analisi e lettura di gioco, capacità di comunicazione e coordinazione con i compagni e infine su velocità e mobilità, caratteristiche fisiche essenziali per le tattiche dell’Ajax.
Se il metodo di youth development è rimasto costante nel corso degli anni, ciò non si può dire riguardo alle tattiche: l’arrivo di Erik ten Hag, che pure ha mantenuto la tradizione di calcio offensivo e spettacolare nata con il famoso calcio totale di Rinus Michels nei primi anni Settanta, ha decisamente innovato l’aspetto strategico della squadra.

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Erik ten hag è l’elemento più interessante della nuova generazione di allenatori olandesi del dopo van Gaal. Foto: Remko de Waal/ANP/AFP/Netherlands OUT.

Tiki Taka all’olandese

Ten Hag ha preso le redini dell’Ajax nel dicembre del 2017: all’epoca la squadra era in crisi nera, avendo cambiato cinque allenatori nel giro di diciotto mesi, e veniva da annate decisamente fallimentari. Ten Hag, al contrario, veniva da una stagione stupefacente con il modesto Utrecht, conclusa raggiungendo la finale di coppa nazionale e addirittura i preliminari di Europa League grazie al quarto miglior piazzamento in campionato. Va menzionata anche l’esperienza come allenatore del Bayern Monaco B, maturata prima dello stint a Utrecht: il lavoro a stretto contatto con Guardiola e la comunanza di visioni tattiche sono ben evidenti nel gioco dell’Ajax.
L’enfasi, naturalmente, è sul possesso di palla: in Eredivise i Lancieri hanno in media il 63% del possesso, con l’84% di passaggi riusciti. La tendenza si conferma, seppur ridimensionandosi, anche sullo scenario più competitivo della Champions, dove le cifre si abbassano al 53% e all’81%.  La formazione base è un 4-3-3, come nelle squadre di Guardiola, ma la fluidità tattica spesso lo fa somigliare più a un 4-2-3-1.
La costruzione del gioco parte dalla difesa, con Frankie de Jong che spesso tende ad abbassarsi per dialogare con i due centrali e talvolta scende sulla loro linea da difensore aggiunto se gli avversari pressano alto ed è necessario più supporto in fase di impostazione. In queste situazioni di pressing, anche gli esterni alti  tendono ad accorciare per vie centrali, creando spazi per la sovrapposizione dei terzini e fornendo eventualmente supporto al trequartista van de Beek: ma il ruolo di de Jong come playmaker della squadra è la chiave di volta della manovra, per la sua visione di gioco e la capacità di portare palla in progressione.
Lo scopo della manovra è creare superiorità sfruttando le triangolazioni tra le linee e sovraccaricando le singole zone di campo: spesso ciò avviene con la sovrapposizione dei terzini in seguito a un taglio verso l’interno di una delle ali, oppure con l’incursione di uno dei due centrali difensivi a centrocampo. In attacco, van de Beek varia ruolo a seconda del partner offensivo: con Huntelaar agisce da classico trequartista, mentre con Dolberg opera da attaccante aggiunto, cercando di inserirsi in profondità.

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De Jong (a destra) ha più volte dichiarato che vorrebbe giocare insieme a de Ligt al Barcellona. Foto: Getty Images/Eurosport.

Un approccio del genere lascia la squadra particolarmente vulnerabile ai contropiedi, in particolare in caso di turnover in mezzo al campo. L’Ajax difensivamente tende a pressare sugli esterni e sui primi controlli, ma questo metodo allunga le linee e lascia molto esposta la difesa se gli avversari riescono a superare il primo pressing. Due dei tre goal con cui il Tottenham ha rimontato la semifinale di ritorno sono nati proprio da situazioni del genere e sono costati la gara agli olandesi, nonostante un primo tempo quasi perfetto.
Si tratta comunque di una debolezza necessaria che nasce dalla volontà di mantenere il possesso palla nella metà campo avversaria e giocare un calcio offensivo e prolifico.

Nonostante la delusione per la finale di Champions mancata di un soffio, l’Ajax ha decisamente superato le aspettative in quella che era la sua prima Champions League dal 2015 e gran parte del merito va proprio allo spregiudicato assetto tattico che ten Hag ha mutuato dal tiki taka guardiolano. La prossima (ardua) sfida sarà confermare quanto di buono ha fatto vedere in questa stagione, nonostante gli addii illustri che si profilano. Oltre al già citato de Jong, molti elementi della rosa titolare hanno infatti attirato gli sguardi dei top club, su tutti il centrale de Ligt e il prolifico esterno Ziyech: proprio i marcatori della sfortunata semifinale di qualche settimana fa.

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Davide Romeo

Sono nato a Palermo, vivo a Varese, studio Giurisprudenza a Milano. Scrivo di sport per TheWise Magazine e La Giornata Tipo.