«Non ascolto trap e indie. Il rap rimarrà». theWise intervista Murubutu

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Alessio Mariani, in arte Murubutu, è un caso unico nel panorama hip hop italiano. Classe 1975, nato e cresciuto a Reggio Emilia, ha iniziato a fare rap negli anni Novanta e da allora non ha mai smesso, portando l’arte dello storytelling a livelli alti e coltissimi. Lo raggiungiamo al telefono per capire meglio la sua idea di rap, il suo rapporto con il resto della scena, il legame tra i suoi testi e la politica e tanto, tanto altro ancora.

Darei il via a questa chiacchierata chiedendoti di presentarti ai nostri lettori: chi è Murubutu e chi è Alessio Mariani?

«Murubutu è un rapper attivo dagli anni Novanta, che fa un rap cantautorale caratterizzato da una narrazione sistematica. Alessio Mariani, invece, è un padre di famiglia e docente.

In sintesi, posso definirmi come un professionista dell’insegnamento e un amatore della musica».

Negli anni hai sviluppato un genere unico, che punta molto sui contenuti e la potenza narrativa. Oggi però la scena, con l’avvento della trap in particolare, sembra andare in direzione opposta: cosa pensi della nuova scuola, e come vedi il futuro dell’hip hop?

«Non ascolto musica trap, sia perché non ne amo le sonorità (penso in particolare al grande uso dell’autotune), sia perché, trattandosi di un genere fortemente derivativo rispetto alla produzione made in USA, risulta essere caratterizzata da una povertà di contenuti ancora maggiore rispetto al rap che l’ha preceduta.

Detto ciò, esiste un mondo sotterraneo di artisti che sviluppano un loro percorso indipendente anche dalla musica d’oltreoceano. Il futuro del rap, insomma, lo vedo saldamente ancorato alle sue radici. La trap passerà, mentre l’hip hop – che ha solide basi – rimarrà».

A questo proposito, la scena conscious – quella dei rapper più attenti ai contenuti e alla scrittura – conta nuovi nomi che stanno iniziando a riscuotere successo anche presso il grande pubblico. Cosa ne pensi di artisti come Claver Gold, Rancore e di tutti i tuoi colleghi ascrivibili a questa categoria?

«Posso dire di apprezzare tutti gli artisti riconducibili all’etichetta di hip hop conscious, fermo restando che si tratta di una definizione larga, con al suo interno prospettive di scrittura anche molto diverse.

I nomi che hai fatto sono, oltre che ottimi colleghi, ottimi amici. Apprezzo tantissimo Claver Gold, e Rancore è – oltre che un grande rapper – un grande scrittore, che salendo sul palco di Sanremo ha dimostrato come anche il rap conscio possa arrivare ai più e portare dei contenuti al grande pubblico. È l’operazione che ha fatto da tempo Caparezza, riuscendo a essere fruibile per la massa senza rinunciare a una certa profondità nei testi».

Nel 2009 ne Le invasioni barbariche usavi la metafora del soldato romano che difende strenuamente il limes anche per descrivere la tua condizione artistica rispetto al rap che andava per la maggiore, mentre nel 2014 con Gli ammutinati del Bouncin’ la figura diventava quella di una ribellione, un ammutinamento della vecchia scuola nei confronti della scena mainstream. Oggi che immagine useresti?

«Ormai la differenza tra vecchia e nuova scuola è un limite che tende a infinito [ride].

Le Invasioni Barbariche l’avevo scritto all’indomani dell’uscita dell’omonimo film, e avevo voluto fare un pezzo che parlasse davvero di quel periodo storico, anche se poi, chiaramente, era presente quel valore metaforico al quale ti riferisci.

Gli Ammutinati del Bouncin’ è una presa di posizione verso quel rap più ignorante e lontano dalle sue radici: avvenuta quest’invasione barbarica, che è risultata fondamentalmente vittoriosa, coloro che si rifiutano di seguire la rotta dominante si ammutinano, prendono una nave e solcano mari diversi rispetto a quelli prescritti dal bouncin’, dal ritmo che va per la maggiore.

Oggi il mio rap penso sia ben rappresentato dall’immagine della notte. È un rap più nascosto, meno visibile ma sempre pieno di contenuti, quindi tutto da scoprire. Il titolo del nuovo album può essere interpretato anche così».

Copertina de “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”.

Ti sei avvicinato all’hip hop da giovanissimo, ma Alessio Mariani, avesse 16 anni oggi, sceglierebbe di nuovo il rap come modalità espressiva, o gli preferirebbe altri generi, penso ad esempio all’indie?

«Il mio percorso musicale è iniziato con la musica punk/hardcore, e solo più avanti sono stato folgorato sulla strada del rap. Oggi come oggi lo sceglierei nuovamente, perché ha quel vitalismo, quell’immediatezza, quella forza espressiva che l’indie ancora non possiede».

Ascolti musica indie?

«No, se non saltuariamente, Ci sono alcuni artisti che apprezzo, come Dutch Nazari, Frah Quintale, Willy Peyote, ma siamo sempre sulla linea sottile che separa indie e rap.

Questo posso dirlo, sicuramente preferisco l’influenza che l’indie ha avuto sul rap rispetto all’influenza che ha avuto sul rap la trap».

Una delle caratteristiche peculiari del rap è il racconto di sé, l’autonarrazione e – spesso – l’autocelebrazione. Questo non appare nei tuoi testi, ma tra le pieghe dei tuoi racconti quanto possiamo scoprire di Alessio?

«Tutti gli scrittori usano parte di sé nel comporre la propria opera. Non conosciamo mai tanto bene i personaggi quanto noi stessi, e anche se io scrivo in terza persona i miei personaggi hanno sempre abbondantemente mie caratteristiche, sopratutto per quanto riguarda le aspirazioni e le paure. Da questo punto di vista il rap ha per me spesso una funzione terapeutica, mi permette di ostracizzare angosce e tensioni della vita di tutti i giorni».

Posso chiederti un esempio?

«Prima tra tutti, ovviamente, la morte».

Spesse volte come personaggio pubblico hai sfiorato la politica, prendendo posizione su tematiche sociali e d’attualità La tua, però, non è musica impegnata, o quantomeno non nel senso classico del termine. Come mai questa scelta?

«La musica impegnata l’ho fatta negli anni Novanta, con formazioni come la Kattiveria Posse.

Oggi son giunto alla conclusione che la retorica militante sia controproducente, perché tende a trasmettere formule prima che contenuti. Per questo penso sia importante proporre modalità di interpretazione della realtà, fare politica in modo indiretto ma forse anche più profondo».

Un atteggiamento che ha molto del docente.

«E sopratutto dello scrittore. Qualcuno ha visto in questa scelta un nuovo modo di parlare di politica ai giovani, meno militante, mediato dalla narrazione e forse per questo più immediato.»

Chi è il tuo pubblico? Chi viene ai tuoi live?

«È un pubblico tendenzialmente molto giovane, ma talvolta anche trasversale. Ai miei concerti capita di trovare diverse generazioni assieme, che hanno livelli di lettura ovviamente differenti ma tutti interessanti. È un qualcosa che mi da molta soddisfazione».

Parliamo di futuro: hai un nuovo album o altri progetti in cantiere?

«L’ultimo album è uscito a Febbraio e per ora mi dedico al tour in giro per l’Italia, ma ho diversi progetti in ballo, non necessariamente legati al solo campo discografico. Molti di questi sono ancora in fase embrionale e preferirei non rivelarli ancora, ma posso preannunciarti che assieme al mio illustratore Roby Il Pettirosso sto pensando a una graphic novel basata sui miei testi».

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Ti chiedo quattro nomi: due rapper che ti son stati d’ispirazione, e due giovani a cui vorresti lasciare la tua eredità spirituale.

«Tra gli ispiratori prima di tutti c’è Lou X, poi probabilmente Neffa.

Tra i successori invece metterei Carlo Corallo e Classic Shee, un ragazzo giovanissimo e ancora poco noto che sta portando avanti un progetto molto interessante dedicato alla storia romana».

Lasciamoci con due canzoni che ti sono particolarmente care, una tua e una altrui.

Nella produzione italiana sceglierei Incontro di Guccini, mentre tra le mie Anna e Marzio, che è il mio primo vero storytelling puro, è tratta da una storia vera e – avendo inizio, conclusione e fine ben definiti – rappresenta il mio ideale di brano».

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