USA 2020: facciamo il punto

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Si prospettano delle elezioni clamorose. Manca ormai poco più di un anno alle presidenziali USA 2020, un evento seguito in tutto il mondo ogni quattro anni data la sua indubitabile rilevanza nello scenario internazionale; le elezioni infatti conferiscono la carica più importante nel sistema istituzionale del paese egemone, il frontman del blocco occidentale. Gli alleati degli USA hanno sempre osservato con molta attenzione l’elezione del presidente e occasionalmente i singoli politici stranieri hanno perfino espresso preferenze personali nella speranza di poter influenzare le future politiche estere americane. Nel 2016 il mondo è rimasto sorpreso dall’elezione di Donald Trump, un esito che fino a due anni prima veniva ritenuto quasi impossibile, e poche ore dalla conclusione dello spoglio rimaneva una prospettiva improbabile. Il mandato del Tycoon è stato, fino a ora, un susseguirsi di cambi di rotta e dichiarazioni spesso controverse, un atteggiamento che ha creato un notevole distacco tra gli USA, gli alleati europei e il resto del globo.

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Donald Trump. Foto di https://www.washingtonpost.com/

Trump, l’attenzione mediatica e il caso Ucraina-gate

L’attenzione che i media hanno rivolto a Donald Trump prima delle sue elezioni non si è mai arrestata, mantenuta da un presidente in carica dalla personalità stravagante. Nell’universo dell’informazione statunitense troviamo dozzine di testate giornalistiche che hanno seguito la scia di Trump dal gennaio del 2017 fino a oggi, citandolo giornalmente, ed è probabile che non si arresteranno mai, perfino dopo la fine del suo o dei suoi mandati. Questa copertura costante è quindi sia frutto dell’astio che l’opposizione ha per il presidente che dell’adorazione dei suoi sostenitori, e il presidente ha solo da guadagnarci. Il fatto che il suo nome sia costantemente sulle bocche degli americani rinvigorisce la sua posizione al comando, aiutandolo a superare gli scandali e le perplessità dei cittadini. Il recente caso Ucraina-gate è il più critico nella storia del suo mandato e rischia effettivamente di mettere in discussione il suo servizio alla nazione, ma non garantisce che il procedimento di impeachment innescato dai democratici abbia l’esito che quest’ultimi sperano, ovvero la rimozione di Trump dalla Casa Bianca. Qualunque sarà l’esito dell’indagine sulle pressioni di Trump al presidente ucraino Volodymyr Zelensky (che di recente ha visto degli sviluppi non poco importanti nella comparsa di un secondo informatore, con dati di prima mano), the Donald sta lentamente perdendo consenso. Finora il presidente non ha cambiato tattica e continua ad attirare l’attenzione su Biden e suo figlio, invitando addirittura altri stati esteri a indagare sulla faccenda.

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Una panoramica del dibattito democratico del 15 ottobre 2019. Foto di https://www.nytimes.com/

L’ultimo dibattito democratico: tutti contro Warren

Martedì 15 Ottobre si è svolto il quarto dei dodici dibattiti delle primarie democratiche, a Westerville, Ohio, con la presenza eccezionale di dodici candidati sul palco. I protagonisti indiscussi del dibattito sono stati l’ex vicepresidente Joe Biden, il senatore del Vermont Bernie Sanders e la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, che è riuscita nelle ultime settimane a guadagnare un sorprendente numero di nuovi sostenitori e nei sondaggi è a pochi punti percentuali da Biden. Il dibattito ha toccato un gran numero di argomenti differenti e generalmente tutti i presenti erano d’accordo su alcuni punti più generici, come una condanna universale alla presidenza di Trump fino a ora e il sostegno per il processo di impeachment, oppure sulla condanna nei confronti dell’invasione turca della Siria. Lo scontro è stato condotto in maniera quasi impeccabile da Anderson Cooper, giornalista di spicco della rete CNN che ospita quasi interamente i dibattiti del partito democratico. Cooper ha fatto domande precise, spesso preparate specificamente per alcuni candidati, con l’intento di ottenere le risposte più sincere e specifiche possibili. Purtroppo non si può dire che i dodici candidati abbiano portato molto rispetto per le domande loro poste e hanno occasionalmente evitato di rispondere direttamente e divagato sulle questioni più spinose. È il caso di Joe Biden, che non risponde adeguatamente alla domanda riguardo suo figlio e le responsabilità dell’ex vice-presidente mentre lavorava sotto l’amministrazione Obama, o della senatrice Warren, che risponde per tutta la durata del dibattito in maniera estremamente generica quando interpellata sulla provenienza delle risorse necessarie ad attuare il piano Medicare for all. Bernie Sanders invece ammette che le tasse saliranno, ma spiega che con un sistema sanitario gratuito la classe media e quelle meno abbienti spenderanno molto meno che con l’attuale sistema sanitario. Il senatore del Vermont appare preparato e molto ironico, scherzando sul suo recente infarto e durante il dibattito con gli altri candidati, pronto a dimostrare di essere in grado di dirigere il paese nonostante la veneranda età. Il dibattito ha avuto anche dei momenti di tensione tra i vari candidati. Alcuni hanno attaccato Elizabeth Warren data la rimonta di quest’ultima (impossibile non notare che la senatrice del Massachusetts facesse molta fatica a rispondere spesso ai suoi avversari), altri si sono scontrati nelle specificità di come combattere fenomeni quali le stragi in America causate della facilità con cui si può ottenere un fucile d’assalto. Altri argomenti rilevanti discussi durante il dibattito sono stati il monopolio di aziende quali Facebook e Amazon, la possibilità di rimuovere la Turchia dalla NATO (domanda a cui effettivamente nessuno ha risposto) e quanto fosse importante realmente l’età di un candidato alla guida degli Stati Uniti d’America.

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Bernie Sanders con Alexandria Ocasio-Cortez. Foto di https://www.washingtonpost.com/

Ultimo sprint: alla conquista di indecisi e sostegni

Prima della DNC, la convention che a giugno sceglierà chi rappresenterà i democratici a novembre, c’è tutto il tempo di ribaltare la situazione attuale. Alcuni candidati si ritireranno col passare dei mesi come da prassi, e gli ultimi dibattiti si concentreranno su meno della metà dei candidati democratici che abbiamo visto sul palco di Westerville. I tre favoritissimi Sanders, Biden e Warren hanno attualmente il consenso di circa il 20% degli elettori democratici ciascuno. Una situazione instabile che può cambiare radicalmente le previsioni che per ora danno Biden come il più probabile candidato. L’ex vice-presidente non sembra rinunciare alle sue posizioni più moderate e ci si chiede se, come Hillary Clinton nel 2016, cederà a delle politiche leggermente più radicali per attirare quella porzione di votanti meno centristi che per ora è contesa tra Warren e Sanders. Quest’ultimo ha incassato recentemente un sostegno importante, quello di Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica al Congresso sin dall’anno scorso e che gode di grande popolarità tra i giovani e l’ala radicale democratica. Inoltre Bernie potrebbe aver guadagnato supporto dal suo recente malore, al contrario di quanto supposto da molti. Elizabeth Warren è seguita soprattutto da radicali bianchi e di classe più agiata, ed è probabile che la natura della sua crescita nei sondaggi derivi da elettori che precedentemente sostenevano Biden e che ora stanno prendendo in considerazione la senatrice del Massachusetts; rimane da chiedersi se dovrebbe quindi puntare a quegli elettori più moderati che iniziano ad apprezzare la senatrice o rimanere sulle sue posizioni più incisive e forse rinunciare definitivamente a questo possibile flusso di sostenitori. Nel frattempo Donald Trump si sta preparando allo scontro del prossimo anno. Il presidente dovrà convincere gli elettori delle aree rurali, a cui a promesso di riportare loro il lavoro, di essere ancora in grado di rendere l’America grande. Molte delle promesse del Tycoon sono rimaste incompiute, come quella del muro. Il presidente potrebbe focalizzare l’attenzione sullo screditare i suoi avversari e sulla sua politica estera di relativo successo, piuttosto che sulla incerta politica interna. È complicato se non impossibile tentare di prevedere le prossime mosse del fronte repubblicano e di quello democratico da oggi alle elezioni. Nessuno avrebbe predetto l’elezione di Donald Trump e questo ha in parte portato alla sua vittoria. Per quanto scontato possa sembrare, non ci resta che attendere gli sviluppi di questa eccitante campagna e attaccarci alla nostra unica certezza: manca meno di quanto sembri.

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Matteo Antiga

Sono nato a Verona nel 1998 e lì ho vissuto finché non ho iniziato l'università a Roma. Ora studio Politics, Philosophy and Economics alla LUISS Guido Carli. Mi piace mettermi in gioco e tenermi occupato. Scrivo, ascolto musica e gioco ai videogiochi, e ho recentemente tenuto un discorso a un TEDx. Odio le formalità.