Un cammino di eterno dolore: la tragedia postsovietica del poeta Boris Ryzhy

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Se vai nel passato, meglio col tram
e la sua campanella, il tuo vicino sbronzo,
lo scolaro depresso, la vecchietta svitata,
e fogliame di betulla tutto intorno.

Sei o sette fermate
ed eccoci negli anni ottanta:
sulla destra – fabbriche, sulla sinistra – industrie
fingi indifferenza, fuma, qual è il tuo problema.

Borbotti parole sospettose, come
Uscite dalla prosa di Nabokov –
lui è il padrone, noi la feccia, dai,
sorridi, hai delle lacrime sul viso.

Questa è la nostra fermata:
di qua – bandiere, e di là – striscioni
cielo blu, nastri rossi,
un funerale, suona la banda.

Scherzi un po’ con quei vecchietti
e ti allontani nella musica dolce,
giacca di pelle, mani in tasca,
lungo un sentiero di infinita separazione,

sì, il cammino di eterno dolore,
alla tua casa natale, che si confonde col tramonto,
la solitudine, il sogno, le foglie cadute,
torni a casa come un soldato caduto in guerra.

Così Boris Ryzhy comunica la tragedia della sua vita. Una vita trascorsa nei remoti Urali, tra miniere, industria metallurgica e militare. Il bilancio, tutto sommato, non è poi così negativo: nato nel ’74, finisce di studiare al crollo dell’URSS, una laurea in Ingegneria conseguita a pieni voti, matrimonio felice, carriera promettente. A 27 anni, però, nella primavera del 2001, si toglie la vita inaspettatamente. Pochi mesi prima aveva ricevuto il prestigioso premio letterario Anti-Booker, all’epoca considerato il più autorevole di Russia, per la sua prima collezione di versi. Ha una moglie che ama e da cui è amato. Un figlio piccolo, sveglio, a cui vuole bene. Lui stesso ammette, in un’intervista: «Sono sicuro di essere stato amato da molte più persone di quante io non ne abbia amate».

In cosa consiste, allora, la tragedia di Boris? Ce lo spiega lui stesso, tramite le sue parole: «Ogni poeta ha bisogno della sua tragedia. Ma la tragedia consiste nel solo fatto di essere poeta, di esserci nato, non serve nient’altro». Non importa ciò che ti circonda: se nasci poeta, il tuo destino è segnato.

Boris Ryzhy

Bussa, mia angoscia,
bussa, mio dolore,
al mio cuore, alle mie tempie,
per tutto ciò che mi rattrista.
Per tutti quelli che sono morti
in questa desolazione soffocante,
per tutti quelli a cui di questa vita
non è mai importato niente.

La “desolazione soffocante” di cui Ryzhy racconta è il paesaggio che fa da sfondo alla sua vita quotidiana: il grigiore, la povertà della città industriale di Sverdlovsk, ai giorni nostri conosciuta come Ekaterinburg. La realtà con cui il poeta deve fare i conti non è facile da affrontare. La zona in cui abita, soprannominata “il quartiere dei rottami”, è segnata da violenza, criminalità, droga. Se non lavori in fabbrica, sei destinato alla malavita. Boris, purtroppo o per fortuna, sente il richiamo della letteratura, ed è deciso a dar voce ai suoi pensieri tramite la poesia.

Boris Ryzhy

In quella casa vivevano dei delinquenti –
la fabbrica li ha assunti…
Io con gli amici
ho raccolto mozziconi sporchi.

Così, con tenerezza, abbiamo legato –
e con le loro ultime forze
mi picchiavano un po’
e io ho imparato a fare a botte.

Sedevamo sulle scale
Al quinto piano.
Stavamo sempre insieme,
ormai non ci vediamo più.

Lì bevevamo vino,
giocavamo a carte.
Lì non esistevano banchi di scuola
o film per bambini.

Noi avevamo dodici
forse tredici anni.
Ci siamo giurati di non separarci
e di non temere i problemi.

Ma non tutti potevamo
evitare i problemi.
Un giorno per le scale
portavano il cadavere di un vicino.

Li ho guardati tutti in faccia –
c’era il terrore nei loro occhi.
… E se non sono io l’assassino –
è solo un caso, amico mio.

Ryzhy fa fatica ad accettare questa realtà crudele, tanto che qualche anno dopo, quando, ormai famoso, torna a visitare i luoghi della sua infanzia, afferma: «Qui non è cambiato niente. Le case, i cortili sono uguali. Solo i graffiti non sono più in russo, ma in inglese. E la maggior parte di coloro che ho amato sono morti, chi per droga, chi per altri motivi». La sua è una malattia esistenziale: si sente un poeta solo, odiato, abbandonato da tutti, che nessuno sceglie e di cui nessuno si prende cura. Il timore di non essere compreso, di essere dimenticato, si riflette continuamente nei suoi versi.

Ringrazio per tutto. Per il silenzio.
Per il brillare di una stella che litiga con l’oscurità.
Ringrazio per mio figlio, per mia moglie.
Per la musica dei ladri dietro la parete.
Ringrazio perché, per essere un ospite sgradito,
sono ancora piuttosto tollerabile –
e per il cappotto in corridoio mi hanno inchiodato
e hanno issato il mondo intero sulle mie spalle.
Ringrazio per le filastrocche dei bambini.
Non per l’attenzione, al contrario, per la pazienza.
Per l’autunno. L’infelicità. I peccati.
Per questo rimpianto ultraterreno.
Per Dio, e per i suoi angeli.
Per ciò a cui il cuore crede, e la mente conosce.
Ringrazio, perché non esiste
nulla di simile al mondo
Per tutto, per tutto. Per il fatto che non posso,
ricordando il dolore di qualcuno, vivere felice.
Sto davanti alla vita, addolorato, in debito,
e solo la morte è generosa e silenziosa.
Per tutto, per tutto. Per quest’alba offuscata.
Per il pane. Per il sale. Il calore del sangue natio.
Perché io vi ringrazio tutti,
e perché voi non sentirete nemmeno una parola.

Tuttavia, i fatti dimostrano il contrario, ormai quasi vent’anni dopo la sua morte. Ryzhy è un poeta di culto per tantissimi giovani, che vanta pagine di migliaia di fan sul social network russo numero uno, VKontakte. Numerose raccolte di suoi poemi sono state pubblicate, così come lavori di ricerca, saggi, due biografie. Sembra che la voce del poeta continui a parlare ai giovani russi d’oggi, che le sue parole continuino a rivelare il disagio profondo della Russia contemporanea. Così traspare anche dal documentario a lui dedicato dalla regista olandese Natalia van der Horst. Un film-inchiesta che indaga non solo sulle ragioni del suicidio di Ryzhy, ma anche sulla difficoltà di evoluzione della provincia russa. Ancora nel 2009, anno in cui il film è stato girato, il figlio del poeta, tredicenne, che si dichiara fiero della sua reputazione di bullo, ammette candidamente alla telecamera: «A volte il dolore diventa insopportabile. Percepisci non solo il tuo, ma anche quello altrui. Specialmente in un Paese come la Russia». Perché specialmente in Russia, chiede l’intervistatrice. «Perché il nostro è un paese di criminali. C’è sempre qualcuno che muore, o qualcosa di negativo che accade». Il “quartiere dei rottami” è ancora malfamato, pieno di palazzi fatiscenti, di appartamenti scuri, popolati da malviventi e anziane signore che vivono nel terrore.

Boris Ryzhy

La tragedia di Boris, quindi, non è solo di essere nato poeta, ma anche di essere cresciuto in un ambiente sfavorevole. Una situazione da cui, anche volendo, non si può scappare. Sverdlovsk lo accompagnerà per tutta la vita e tutta la sua produzione. Non a caso è stato poi definito un nuovo “poeta del popolo”, addirittura in grado di raccogliere il testimone lasciatogli un secolo e mezzo prima da Pushkin, il padre della poesia russa. Ryzhy riesce a mettersi in contatto con le generazioni future, comunica il suo senso acuto di rifiuto di un mondo ostile e ingiusto. Il suo mondo interiore, così profondamente diviso, non è altro che il riflesso di ciò che lo circonda.

In Russia ci si separa per sempre.
In Russia le città
sono così distanti
che rabbrividisco, sussurrando “arrivederci”.
Con la mia mano tocco casualmente
la mano di lei.

Lunga vita a una strada qualunque.
Ditemi, cos’è un dio russo?
“Certo,
verrò”. Non verrò mai.
In Russia ci si separa per sempre.
“Amore mio,

verrò”. Tra centinaia di anni, tornerò.
Che piccolezza, misericordia, che tristezza –
noi ci salutiamo
per sempre. “Dai, ti asciugo le lacrime”.
Sì, non verrò. Sicuramente, morirò
prima.

In Russia ci si separa per sempre.
Ancora un piccolo frammento di ghiaccio
In un verso gelido.
…E i treni deragliano,
…e gli aerei, volando alle stelle,
esplodono in loro.

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