La strategia dell’Italia contro il Coronavirus: prima derisa poi copiata da tutti

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Noi italiani siamo sempre pronti a criticare ogni singola disposizione del governo e facciamo bene. Anni di mala amministrazione della cosa pubblica e di personalità politiche mediocri ci hanno abituato a essere cauti. Tuttavia, per quanto riguarda la lotta al coronavirus bisogna ammetterlo: il governo italiano e i suoi cittadini hanno azzeccato in pieno la strategia vincente per combattere il Covid-19. Gli altri paesi del mondo prima ci hanno guardato con diffidenza, poi ci hanno considerati degli untori, poi ci hanno derisi e infine ci hanno copiato.

Ormai è molti giorni che siamo chiusi in casa aspettando il giorno in cui potremo finalmente tornare a fare un giro in centro o vedere gli amici dal vivo, ma soprattutto aspettando il giorno in cui dovrebbero iniziare a diminuire i contagi, con alcuni giornali che parlano di picco imminente e altri che prospettano ancora molte settimane di crisi. Noi ci stiamo forse ormai abituando a questo stato di quarantena, dopo gli avvenimenti dell’ultimo mese che hanno costretti a correre precipitosamente ai ripari congelando gradualmente tutte le attività sociali e molte delle attività produttive del paese. Tra l’8 e il 9 marzo l’Italia si fermata e si è chiusa in casa mentre il mondo guardava incredulo il numero crescente di contagi registrato nel nostro paese dopo il primo caso di Lodi del 20 febbraio.

Italia Coronavirus

Fonte: Statista.com

Diciamolo pure, abbiamo fatto benissimo a fermare il paese. Qualsiasi altra misura meno restrittiva avrebbe messo in ginocchio il nostro sistema sanitario più di quanto questo virus non stia già facendo ora. La stragrande maggioranza degli italiani ha rispettato i decreti del presidente del consiglio e si è spostata da casa solo se necessario, le città italiane si sono svuotate e gli ospedali stanno con tenacia combattendo il virus al meglio delle loro possibilità. L’Italia si è gradualmente blindata per fermare il Coronavirus e mentre lo abbiamo fatto i paesi occidentali ci hanno guardato con sospetto e indifferenza.

Una prima reazione è stata quella di bloccare i cittadini italiani in viaggio all’estero. Il 27 febbraio, solo una settimana dopo il primo infetto nel lodigiano, già dodici paesi avevano bloccato l’ingresso agli italiani: Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, El Salvador, Mauritius, Turkmenistan, Iraq, Vietnam, Capo Verde, Kuwait, Maldive e Seychelles (oggi sono 43). Mentre sono bastati quattro giorni alle autorità delle Mauritius per decidere di respingere quatanta italiani provenienti dalle regioni allora più a rischio e rispedirli indietro «come pacchi». Incredibilmente, sono improvvisamente ritornate le frontiere nell’Unione Europea, con l’accordo di Schengen prima timidamente difeso poi abbandonato. D’altra parte, nessuno aveva immaginato o molti governi hanno fatto finta di non sapere che il virus per arrivare in Italia doveva aver attraversato l’intera Europa e che quindi bloccare gli italiani avrebbe fatto poco per fermare l’epidemia.

In queste ultime settimane sembrava che l’emergenza fosse tutta e solo italiana (al più cinese). I paesi che consideriamo nostri alleati invece di aiutarci ci hanno deriso e ostacolato. Prima attraverso l’emittente francese Canal+ e la sua “pizza al coronavirus” poi è stato il turno del medico inglese Christian Jessen secondo cui il Coronavirus era «una scusa per gli italiani per non fare niente». Dal punto di vista istituzionale, la Germania voleva bloccare tutte le esportazioni delle mascherine verso l’Italia che disperatamente le richiedeva, in barba a tutti gli accordi europei di libero scambio. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen è riuscita a impedire questa violazione dei trattati ma i suoi provvedimenti non sono bastati a fermare lo sgretolamento di tutte le principali disposizioni dell’UE, da Schengen a Maastricht. A rincarare la dose ci ha pensato poi la presidente della BCE Christine Lagarde, che per le sue dichiarazioni ha fatto rimpiangere a tutti i mercati finanziari europei il «whatever it takes» del buon Mario Draghi. A poco è servito l’appello alla solidarietà di Maurizio Misani, ambasciatore italiano presso l’Unione Europea.

Mentre alcuni stati, come il Belgio, attuavano misure restrittive blande e altri, come l’Inghilterra, sostenevano apertamente posizioni antiscientifiche come l’idea di combattere il virus attraverso l’immunità di gregge in mancanza di vaccino, in Italia molti si chiedevano: non è che stiamo sbagliando noi? Non avremmo esagerato nei provvedimenti restrittivi? Ha ragione Trump quando il 10 marzo definiva il Coronavirus «meno grave dell’influenza»? Perfino Joe Biden, candidato dem di punta nella corsa alle presidenziali USA si è permesso di attaccare il sistema sanitario italiano nel dibattitto di domenica scorsa contro Bernie Sanders. Mentre Biden difendeva la sanità privata USA, Anthony Fauci, direttore dell’istituto nazionale USA contro le malattie infettive (NIAID), affermava «il nostro sistema di controllo del Coronavirus non è pronto per ciò che stiamo affrontando».

Coronavirus Italia

Fonte: Business Insider

Sì, avevamo ragione noi, in questa settimana moltissimi paesi hanno adottato provvedimenti restrittivi “all’italiana” che hanno dimostrato l’efficacia della quarantena nel combattere il Coronavirus. Dopo i primi tentennamenti anche Donald Trump e Boris Johnson, i più restii a bloccare l’economia dei loro rispettivi paesi, si sono convinti a blindare le loro nazioni. Per una volta possiamo dirlo: l’Italia, nonostante tutte le divisioni politiche, le polemiche, le inosservanze di alcuni cittadini incoscienti, ha fatto la cosa giusta. E per una volta possiamo dire anche questo, che l’Italia ha insegnato alle democrazie occidentali come gestire una crisi pandemica, e se il mondo avesse adottato con la stessa lungimiranza le stesse misure restrittive e di contenimento del Covid-19 che l’Italia ha utilizzato per prima, oggi la situazione sanitaria ed economica mondiale sarebbe maggiormente sotto controllo.

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Pietro Lepidi

Sono nato a Roma, classe 1998, e ho vissuto tra Padova, Roma e Bordeaux. Da liceale ho sempre avuto una passione per la rappresentanza politica testimoniata dalla carica di Presidente della Consulta degli Studenti del Veneto. Adesso a Roma studio per fondere attività pratica con conoscenze teoriche. In questo giornale mi focalizzerò sui diritti civili e politici. In un mondo che si prende in giro, facciamo i seri.

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