The Last Dance

Last Dance
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Durante la pausa forzata del mondo dello sport, molti enti e associazioni hanno offerto, spesso gratis, contenuti da visionare durante il lockdown. In questo contesto, ESPN ha invece deciso di anticipare l’uscita di una delle serie sportive più attese degli ultimi anni: The Last Dance. La serie è incentrata sulla stagione 1997-1998 dei Chicago Bulls, l’ultima in cui Michael Jordan ha giocato per la città del vento. Durante la stagione, una troupe cinematografica ha avuto pieno accesso alle dinamiche dei Bulls. Distribuita in Italia da Netflix, The Last Dance ha riscosso un grandissimo successo, diventando la serie più vista di sempre su Netflix Italia.

La serie

Episodio dopo episodio, il racconto passa per diverse fasi della carriera di Jordan ai Bulls, senza però mai lasciare il filo conduttore dell’ultima stagione. Uno degli elementi chiave di questa docu-serie è sicuramente la grande quantità e varietà delle persone intervistate. Oltre a Jordan e a i suoi compagni di squadra, si possono incontrare personaggi del mondo dello spettacolo come Justin Timberlake e Carmen Electra, giornalisti, scrittori (su tutti David Aldridge) fino a passare ai familiari di MJ e all’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Questa grande varietà è necessaria per arrivare a descrivere il cammino della squadra di Chicago fino alla finale del 1998. La trama infatti non si concentra semplicemente sull’impronta sportiva di His Airness, ma anche, e soprattutto, sull’impatto mediatico di Jordan e dei suoi compagni dal 1984 (primo anno di MJ in NBA) al 1998. Ed è grazie all’aspetto meno sportivo che The Last Dance passa dall’essere una serie per appassionati di basket a un prodotto di intrattenimento a 360 gradi, dove si toccano aspetti culturali, sportivi e interpersonali.

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Michael Jordan con Barack Obama. Foto: Wikimedia.

Un altro aspetto molto interessante di The Last Dance è la presenza di numerosi aneddoti poco conosciuti. Da un lato rendono più godibile la trama, dall’altro permettono di approfondire aspetti meno conosciuti come le dinamiche all’interno della squadra o la trattativa che ha portato MJ ha firmare il suo primo contratto con Nike. E The Last Dance non sarebbe la stessa senza il racconto della fuga di Dennis Rodman a Las Vegas, della sconfitta di MJ al gioco della moneta contro la guardia del corpo John Michael Wozniak o del bullismo di Team USA nei confronti del giovane Toni Kukoc nel 1992.

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MJ, il padrone di casa

La serie poi, è accompagnata egregiamente da una splendida colonna sonora formata da canzoni appartenenti al panorama culturale degli anni Novanta che riescono a completare con successo e migliorare l’intrattenimento fornito da The Last Dance. Dall’iconico inno dei Chicago Bulls, Sirius dei The Alan Parsons Project, passando per Prince, Beastie Boys, Notorious B.I.G., Outkast fino ad arrivare a Pearl Jam e Fat Boy Slim. Le varie tracce riescono a far tornare lo spettatore indietro di una trentina d’anni trovando un perfetto connubio con lo stile di gioco dei Bulls e lo stile dei giocatori presenti nella serie.

Nonostante nei vari episodi si tocchino diversi aspetti del cammino della squadra di Chicago fino alla finale del 1998, durante tutta la durata della serie rimane sempre chiaro come il padrone di casa sia Michael Jordan. È lui che detta il ritmo del gioco in campo ed è lui che durante le puntate gestisce il ritmo del racconto con i suoi interventi. La personalità di MJ, tanto forte quanto ingombrante, è messa in evidenza quando Mike si apre lasciando trasparire la sua malata competitività e la dedizione al gioco, ma anche il dolore sofferto a causa della dipartita del padre o la sua controversa maniera di motivare i propri compagni di squadra.

Ed è inevitabile che sia così, visto che la pubblicazione della serie era vincolata strettamente all’approvazione di Jordan. Si dice che abbia acconsentito all’inizio della produzione solo nel 2016, quando, dopo la vittoria del titolo NBA dei Cleveland Cavaliers, ha visto la propria legacy minacciata dalla presenza di un campione come LeBron James.

Le critiche

Se da un lato la critica ha apprezzato molto questa docu-serie, dopo l’uscita dei vari episodi sono arrivati diversi commenti negativi nei confronti di The Last Dance. In primis la serie, presentata come un documentario, è in effetti la versione dei fatti vista dal punto di vista di His Airness. Uno degli esempi più eclatanti è l’accusa di Jordan nei confronti di Horace Grant, suo compagno di squadra durante il primo three-peat, di aver divulgato segreti di spogliatoio alla stampa, portando alla pubblicazione del libro The Jordan Rules. Grant, che ha partecipato alla serie apparendo in diversi episodi, ha pubblicamente accusato Jordan di mentire riguardo al suo coinvolgimento nei leaks allo scrittore Sam Smith.

D’altro canto, la serie è stata criticata anche per l’accezione negativa che Jordan da a due personaggi fondamentali per la dinastia Bulls: Scottie Pippen e Jerry Krause. Il primo, compagno di MJ durante entrambi i three-peat, appare come un giocatore quasi capriccioso, evidenziando episodi come il rifiuto di entrare in campo in seguito a una chiamata tattica (da lui considerata offensiva) di coach Phil Jackson e il voluto ritardo nella sua operazione alla caviglia a causa di uno screzio con la dirigenza.

Il secondo invece è stato presentato come un dirigente subdolo e senza scrupoli, con il quale Jordan era costantemente in una lotta di potere. In realtà fu Krause che riuscì a mettere insieme la squadra perfetta per dare supporto al talento di MJ. In questo secondo caso, inoltre, la versione di Jordan risulta di cattivo gusto dato che Krause è morto nel 2017 senza ricevere il giusto riconoscimento per il suo lavoro e senza aver la possibilità di esporre il suo punto di vista in risposta a quello di Mike.

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Altri giocatori si sono lamentati di The Last Dance per un commento di Jordan riguardo alla squadra prima del suo arrivo. MJ infatti descrive la squadra di Chicago come un «traveling cocaine circus», denunciando pubblicamente diversi ex compagni di squadra che di certo non si aspettavano di essere esposti in questo modo. Le accuse sembrano ancora più gravi considerando che MJ non era certo famoso per essere un compagno di squadra con cui era facile convivere (come anche Jordan ammette).

Le mancanze di The Last Dance

La serie, inoltre, non include le interviste di alcuni personaggi fondamentali, in maniera più o meno attiva, per la cavalcata dei Bulls al titolo del 1998. Uno su tutti è il rivale Karl Malone, che ha rifiutato di partecipare alla produzione della serie. Stessa situazione anche per Bryan Russell che, anche se meno famoso di Malone, è stato il marcatore diretto di Jordan durante le ultime due finali giocate contro Utah e avrebbe sicuramente contribuito in maniera interessante alla narrazione. Considerando la vita privata, stona la mancanza della ex moglie di Jordan, Juanita, sua compagna di vita durante il periodo descritto in The Last Dance.

Infine, forse la mancanza più grave di questa serie è quella di non aver incluso nei crediti il fatto che la casa produttrice di proprietà Jordan, la Jump 23, è stata co-produttrice della serie. Se da un lato è evidente che il punto di vista descritto in The Last Dance sia quello di His Airness, la scelta di non citare Jump 23 stona con il carattere giornalistico con cui è stata creata la serie e sembra voler nascondere una mancata imparzialità della narrazione.

Nonostante le numerose critiche ricevute, The Last Dance è una serie che diverte e intrattiene, un prodotto di alta qualità. Anche grazie alle immagini inedite che la formano catapulta lo spettatore negli anni Novanta, con una favolosa colonna sonora e una produzione di alto livello. Se è vero che la versione raccontata è quella di Michael Jordan, è anche vero che MJ è stato il protagonista indiscusso della dinastia della squadra di Chicago. Merita dunque il palcoscenico in quello che è a tutti gli effetti il racconto di come ha conquistato l’NBA e il mondo intero.

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Marco Baccega

Nato e cresciuto in provincia di Treviso, vivo ormai da 3 anni ad Eindhoven, nel sud dei Paesi Bassi. Dopo la maturità tecnica, ho deciso di intraprendere la strada dell'università a Padova, dove ho conseguito la laurea triennale in Ingegneria dell'Energia. Ho poi continuato la mia formazione nel paese dei tulipani, dove mi sono laureato in Sustainable Energy Technology, costruendo la mia passione per la sostenibilità ambientale e l'uso di tecnologie per lo sviluppo globale, che sto portando avanti ormai da un anno lavorando per Tesla. Da sempre sono appassionato di basket, sport che ho praticato fin da piccolo (anche se con scarsi risultati), della cultura pop-punk degli anni a cavallo del Duemila, e di cucina.