The Haunting of Bly Manor: la serie horror di Netflix perde colpi

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The Haunting of Bly Manor è una serie Netflix rilasciata lo scorso 9 ottobre e seconda stagione dell’antologia The Haunting, iniziata con The Haunting of Hill House. Lo show – ideato da Mike Flanagan e liberamente ispirato al romanzo di Henry James Il giro di vite e ad altre sue opere – è ambientato negli anni Ottanta e segue le vicende di una giovane istitutrice americana che si trasferisce in Inghilterra. La ragazza va a vivere a Bly Manor, una grande magione immersa nella campagna inglese, e qui dovrà istruire due bambini rimasti orfani, Flora e Miles.

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I misteri di Bly Manor

Perché una ragazza americana nel fiore degli anni dovrebbe abbandonare la sua patria e trasferirsi in un luogo sperduto dell’Inghilterra per insegnare a due orfanelli? È quello che si domanda Henry Wingrave (Henry Thomas), lo zio di Flora e Miles, quando decide di assumere Dani Clayton (Victoria Pedretti) per badare ai nipotini che hanno perso da poco i loro genitori. Bly Manor è un posto grande in cui vivere, isolato dal mondo e ancorato a un passato che aleggia ancora tra i suoi corridoi. Qui dentro Dani non è sola: oltre ai piccoli Flora e Miles ci sono la governante Hannah Grose (T’nia Miller), il cuoco Owen Sharma (Rahul Kohli) e la giardiniera Jamie (Amelia Eve).

E forse c’è anche qualcun altro, meno evidente ma sconcertante: l’ombra dagli occhi luminosi che Dani vede in tutti gli specchi della casa, il misterioso Peter Quint (Oliver Jackson-Cohen), un ex dipendente dei Wingrave scomparso nel nulla dopo un furto e riapparso improvvisamente nei dintorni della magione, figure incappucciate acquattate negli angoli e donne e bambini senza volto. Giorno dopo giorno, Dani si accorge che Flora e Miles fanno di tutto per liberarsi temporaneamente di lei e restare da soli. Il loro comportamento sospetto si aggiunge ai misteri già presenti a Bly Manor, come quello delle impronte di fango che periodicamente appaiono nei corridoi. Nella casa Dani stringe un forte legame con Jamie e, lentamente, giunge alla soluzione del mistero di Bly Manor, che si rivela un luogo in cui il passato e il presente si incontrano e si influenzano, in cui la forza di volontà è più forte della morte e l’amore è una presenza che non svanisce mai.

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Foto: Netflix.


Fantasmi reali e narrazione confusionaria

Cifra di stile delle serie di Mike Flanagan è sempre stato un concetto diverso di persecuzione. I fantasmi di The Haunting non sono gli spiriti dei morti che tormentano i vivi, secondo le regole classiche del genere, bensì sono i fantasmi della vita stessa: la dipendenza, l’amore, la paura, il desiderio e il senso di colpa. Nella prima stagione di The Haunting i fantasmi che i protagonisti vedono nella loro casa d’infanzia (Hill House) si riveleranno tutti nell’età adulta. Per uno si tratta di una dipendenza da droga anticipata da una figura che si aggira nelle stanze della casa; per un’altra della morte che giungerà più tardi, preannunciata dalla donna dal collo storto che tormenta la bambina protagonista, che è il fantasma della bambina stessa quando da adulta morirà per impiccagione. Questo schema originale si ripete in The Haunting of Bly Manor, ma in modo fallace, perché stavolta la serie perde quasi tutta la sua aura di orrore e si trasforma in qualcos’altro. Se The Haunting of Hill House era facilmente etichettabile come horror, grazie ai jumpscare e al meccanismo della tensione crescente che attanagliava lo spettatore, Bly Manor ha un’identità molto incerta.

Non rientra in un genere predefinito, e non perché sia una miscuglio, ma perché fa molta confusione: a volte sembra un horror, altre una rievocazione in costume e altre volte ancora un melodramma sentimentale. Inseguendo l’originalità, gli autori edello show hanno creato un prodotto non facilmente classificabile e in cui è difficile perfino capire chi sia il protagonista della storia. Per i primi quattro episodi il ruolo spetta a Dani Clayton, ma dopo la ragazza scompare ed è sostituita prima da Hannah Grose – che fa salti nei suoi ricordi spiazzando lo spettatore che non ha idea di che cosa stia guardando – e poi da flashback su Peter Quint e sulla precedente istitutrice Rebecca Jessel.

Nel penultimo episodio la serie fa un gigantesco passo indietro e mostra che cosa succedeva a Bly Manor secoli prima e come questo abbia influenzato il presente, inserendo personaggi mai visti prima di quel momento, e, infine, fa tornare Dani Clayton in primo piano e la rende un’eroina. La narrazione di Bly Manor è confusionaria e ben lontana dai principi di funzionamento della narrazione corale, in cui i vari protagonisti si alternano tra di loro in ogni singolo episodio e non da un episodio all’altro, in modo che nessuno resti in sospeso e lo spettatore non se ne dimentichi.

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Foto: Netflix.

Un’idea che andava sviluppata diversamente

The Haunting of Bly Manor tradisce anche il patto di finzione stipulato con lo spettatore, che sa che qualcosa di soprannaturale sta accadendo e quindi accetta di sospendere la razionalità, ma non riesce a trovare una logica in quello che vede. Le dinamiche soprannaturali sono confuse al massimo. I fantasmi modificano il mondo dei vivi, saltano nei ricordi e li rivivono in modo diverso, hanno una loro vita parallela, si impossessano dei corpi delle persone e alcuni non sanno neanche che cosa sono. Nel corso della serie i ricordi modificati dai fantasmi si confondono con i flashback meramente narrativi e il passato con il presente, con il risultato che lo spettatore non sa quale significato attribuire a quello che vede. La serie prova a dare spiegazioni nel finale di stagione, ma arranca vistosamente perché ha costruito una struttura pesante su basi fragili.

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Nonostante i suoi evidenti difetti, la serie vanta un episodio di pregio, il penultimo, girato in costume e in bianco e nero, in cui sono spiegate le origini di Bly Manor e che cosa l’ha fatta diventare un polo di attrazione del soprannaturale. Questo episodio rivela una buona idea di partenza che non è stata sviluppata con intelligenza, un potenziale enorme che è andato sprecato. Un’ulteriore pregio della serie è la sua definizione peculiare di amore: una presenza che infesta la vita di una persona al pari di un fantasma, facendo sì che non smetta mai di amare, a dispetto della morte e della lontananza. L’amore, e non l’orrore, è il perno attorno a cui ruota tutta lo show, quello che gli conferisce la drammaticità in grado di commuovere lo spettatore nel momento finale. 

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Grazia Caputo

Vivo in provincia di Caserta, ho 27 anni e sono laureata in Giornalismo e Comunicazione alla Sapienza di Roma. Lavoro come editor in una piccola casa editrice casertana e sono un'aspirante giornalista pubblicista. Consumo film e libri continuamente, quindi a un certo punto ho iniziato a scriverne. Dopo un po', sono arrivata a The Wise Magazine.

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