Crisi climatica e ricchezza

Nel 2015, la foresta sull’isola del Borneo è stata al centro dei grandi incendi che hanno colpito l’Indonesia e che ne hanno ridotto in cenere circa 2,6 milioni di ettari. Quest’anno, il cambiamento climatico ha portato ondate di calore e incendi distruttivi in Australia e negli Stati Uniti, cicloni mortali in India e in Bangladesh, e un’invasione di locuste che ha devastato migliaia di terreni agricoli in Africa. Senza un’azione efficace per contrastare la crisi climatica, eventi come questi sono destinati a ripetersi, con più frequenza e più intensità. E a pagarne lo scotto, come sempre, saranno le fasce più vulnerabili della popolazione. Dal 1990 al 2015, le emissioni globali di anidride carbonica sono aumentate del 60%. Eppure, nella crisi climatica, non siamo tutti colpevoli allo stesso modo.

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Incendio in una foresta. Foto: Pixabay.

Sostenibilità ed emissioni

Ne La repubblica di Platone, Socrate delinea le origini della giustizia e dell’ingiustizia. Nel farlo, divide il mondo in due città, per meglio cercare una risposta alle sue domande. Da una parte, Socrate pone la città “sana”, tesa al raggiungimento dei propri bisogni e del proprio benessere tramite la cooperazione. L’altra città, chiamata dal filosofo “lussuriosa”, è abitata da persone che cercano in ogni modo di andare oltre le proprie necessità. Le conclusioni che egli trae da questo teorema sono che né l’estrema ricchezza, né la povertà, possono trovare posto in una città ideale, in cui possa regnare la giustizia. Una città che sia votata all’accumulazione non potrà fare altro che impoverire le città vicine e sfruttare le risorse del territorio fino al punto da creare un danno anche a sé stessa. In questo modo, Socrate volle dimostrare l’insostenibilità del modello alla base della città “lussuriosa”.

Uno studio di Oxfam mostra che l’1% più ricco del pianeta è responsabile di più del doppio (15%) delle emissioni di carbonio della metà più povera del pianeta, che ammonta a circa 3,1 miliardi di persone. 630 milioni di persone, ossia il 10% della popolazione più ricca, sono responsabili per il 46% delle emissioni globali inquinanti. Il 10% della popolazione più ricca ha un reddito netto di 38.000 dollari l’anno. Per l’1% si calcolano i redditi annui superiori ai 100.000 dollari. Infine, il 40% della classe media globale, circa 2,5 miliardi di persone, è responsabile per il 49% delle emissioni globali inquinanti. L’obiettivo, come previsto dall’Accordo di Parigi, è tenerci entro il limite di 1,5 gradi entro il 2030. Per fare ciò, bisogna combattere dapprima le diseguaglianze, principale motore del riscaldamento globale.

Misurare la ricchezza (e il suo impatto)

Il 2020 non è stato un anno disastroso per tutti. Un rapporto Oxfam, risalente a gennaio del 2019, prova che l’1% più ricco del pianeta possiede più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone. Secondo l’ultima analisi dell’Institute for Policy Studies, dalla metà di marzo la ricchezza della dozzina di uomini più ricchi degli Stati Uniti è cresciuta del 23% (circa 283 miliardi) rispetto ai valori del dicembre 2019. Nello stesso periodo, dall’altro lato della bilancia, la ricchezza media delle famiglie americane è crollata del 5,6%. In Cina, i più ricchi hanno visto il proprio patrimonio lievitare del 64%. Jeff Bezos, AD di Amazon, nel 2020 ha registrato un attivo di 76 miliardi di dollari, complice il boom globale dell’e-commerce durante i lockdown. È notizia recente che Elon Musk, fondatore di Tesla, è diventato l’uomo più ricco del mondo, scalciando dal podio proprio Bezos.

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La Tesla Roadster di Elon Musk nello spazio, con la terra sullo sfondo. Sul cruscotto, la scritta Don’t panic è una citazione di Guida Galattica Per Autostoppisti. Foto: SpaceX.

Un articolo intitolato Misurare l’impatto ecologico della ricchezza: consumi eccessivi, disorganizzazione ecologica, crimini verdi e giustizia analizza in profondità il ruolo delle abitudini di consumo dei più ricchi nel processo di destabilizzazione climatica. Si parla di super-yacht, di super-ville, dell’impatto delle macchine di lusso e dei jet privati. Ad esempio, i super-yacht sono circa trecento nel mondo, il più piccolo dei quali costa “solo” un miliardo di dollari. L’inquinamento che essi producono, però, è di 285 milioni di chili di carbonio l’anno. La totalità della flotta statunitense di jet privati, composta da circa quindicimila velivoli, viaggia per 17 milioni di ore l’anno, bruciando 1306 litri all’ora di petrolio. In totale, il consumo stimato per questi jet è di 56 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una cifra che supera di gran lunga il consumo dell’intera nazione del Burundi. Ma le abitudini di consumo dei più ricchi non sono l’unico problema.

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Crisi climatica e abitudini di consumo

La popolazione dei Paesi più industrializzati ha sviluppato delle abitudini di consumo che sono diventate insostenibili, persino alcune che fino a poco tempo fa davamo per scontate, come i viaggi in aereo. Dal 1990 al 2019, i passeggeri delle compagnie aeree hanno aumentato i loro spostamenti del 300%. Nel solo 2019, ci sono stati più di centomila viaggi al giorno. Atmosfair, un’azienda tedesca no-profit, ha calcolato il consumo di CO2 per passeggero durante un viaggio su un qualsiasi aereo di linea. Per esempio, per viaggiare da Londra a New York il consumo per singolo passeggero è di 986 chili di CO2. È quanto l’individuo medio in 56 Paesi nel mondo consuma in un anno. Tra questi Paesi troviamo il Paraguay e, di nuovo, il Burundi. Il settore dell’aviazione commerciale incide per il 3% delle emissioni globali di CO2. Secondo alcune proiezioni, il suo impatto potrebbe triplicare da qui al 2050.

I trasporti di terra ammontano al 17% delle emissioni globali. Poco meno di metà di tutta l’energia collegata è consumata dal 10% più ricco dei nuclei familiari. Dal 2010 al 2018 i SUV sono stati il secondo contributore netto della crescita delle emissioni. Il fast fashion di Zara e H&M, le automobili sempre più grandi, i gioielli: il consumismo e la sovra-produzione sono i primi responsabili della crisi climatica. Per i più ricchi può essere un fattore di status. Per l’uomo comune è l’assenza di consapevolezza che lo porta a comprare e consumare più di quanto effettivamente abbia bisogno. I Paesi, come l’Italia, con una situazione meno drammatica nella distribuzione del reddito inquinano meno, in media. Persino la metà più povera della loro popolazione è meno dannosa della metà più povera degli Stati Uniti. Sembra che i poveri inquinino meno se meno poveri e i ricchi inquinino meno se meno ricchi. La sostenibilità sta nel mezzo, come diceva Socrate.

crisi climatica

Industrializzazione e diseguaglianze

Vent’anni fa, il programma di sviluppo delle Nazioni Unite ci ha fornito dei numeri importanti. Nel 1998, il 20% della popolazione più ricca del pianeta consumava il 45% di tutta la carne e il pesce, sfruttava il 58% di tutta l’energia, e possedeva l’87% di tutti i veicoli esistenti. Un quinto di tutta la popolazione più povera al mondo consumava allora solo il 5% della carne e del pesce, il 4% dell’energia, e possedeva solo l’1% di tutti i veicoli circolanti sul pianeta. Queste cifre sono importanti per capire il nostro impatto ecologico, della sproporzionata quantità di risorse globali che un individuo consuma. Oggi, la situazione non è cambiata di molto. La famiglia americana media, secondo uno studio di Michael E. Baltz, ha un impatto ecologico sul pianeta, in termini di CO2, che è 80 volte quello di un portoricano e 280 volte quello di un bengalese. Eppure, tra il 1997 e il 2017 il Paese che ha visto il maggior incremento delle emissioni inquinanti è il Mozambico. Lì, le emissioni sono cresciute del 432,4% in vent’anni.

Nei Paesi del cosiddetto terzo mondo le emissioni inquinanti sono aumentate come conseguenza del generale aumento di ricchezza, si dice. Richard Fuller, fondatore del Blacksmith Institute, nel 2008 ha compilato una lista dei seicento posti più inquinati al mondo. Molti di questi si trovano in Paesi poveri dell’Africa o dell’Asia. Secondo Fuller, l’occidente industrializzato ha trasferito molte delle sue industrie oltreoceano per scampare ai controlli antinquinamento. E lo ha fatto in luoghi dove i controlli sono inadeguati, se non addirittura assenti. Secondo uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Nature, il 77% delle nazioni più povere al mondo entro fine secolo lo sarà ancora di più a causa della crisi climatica, con un calo del 75% dei guadagni medi. Si stima che tra il 1990 e il 2010 il Pil pro capite di Bangladesh, Sudan, Burkina Faso e Niger si sia abbassato, a causa dei cambiamenti climatici, di una percentuale tra il 12 e il 20%.

Industrie e inquinamento. Foto: Pixabay.

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Cosa è possibile fare (e cosa già è stato fatto)

È chiaro che la crisi climatica tocca tutti noi, anche se in misura diversa. Oxfam pensa sia possibile ristabilire un equilibrio tassando le emissioni dei beni di lusso. L’economista francese Thomas Piketty, su Internazionale, ci ricorda che nel 2020 la Federal Reserve, la Banca Centrale degli Stati Uniti, ha stampato moneta come mai prima. Il bilancio era di 4159 miliardi di dollari il 24 febbraio e di 7151 miliardi il 12 ottobre. Stesso discorso lo si ha all’interno dell’Eurosistema, dove il bilancio della BCE ha visto un aumento di più di 2000 miliardi di euro dal 28 febbraio al 2 ottobre. Il principio è sempre lo stesso di fronte alle crisi: erogare prestiti o allungare i termini di scadenza dei titoli di Stato. Le banche centrali quest’anno, grazie a un rinnovato attivismo, hanno fatto crescere la loro quota di debito pubblico, portando i tassi di interesse sul debito vicino allo zero.

In questi ultimi anni, tutti hanno dato e preso in prestito denaro in proporzioni mai viste, cercando di combattere la stagnazione e la recessione con un’iniezione di liquidità. Basti pensare che, all’inizio del 2020, la BCE possedeva il 20% del debito pubblico dell’eurozona; ora ne detiene quasi il 30%. Il problema, come spiega Piketty, è che abbassando i tassi d’interesse, rendendoli nulli o negativi, e dopando il valore azionario e immobiliare, non portiamo giovamento al piccolo risparmiatore ma solo ai ricchi, che in tali condizioni favorevoli vedono accrescere ancor più il loro patrimonio. La sfida sta, appunto, nel proporre un nuovo modello di sviluppo economico. Un modello che ci permetta di ridurre il nostro impatto ambientale, contrastare la crisi climatica, mentre lottiamo contro le diseguaglianze e la spasmodica ricerca del profitto. L’inquinamento aumenta invece di diminuire, insieme alla ricchezza dei più ricchi. E ciò, per il pianeta, non è più sostenibile.

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