Perché Sanremo è Sanremo

Perché Sanremo è Sanremo
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Dopo svariati tentennamenti, polemiche, dubbi, alla fine gli italiani hanno avuto il loro Festival della canzone italiana. Perché, dopotutto, Sanremo è Sanremo: anche se anneghiamo ancora in un mare di incertezze, con numeri che descrivono una pandemia ben lontana dal lasciarci. Che questo Sanremo Venti-Ventuno sarebbe stato diverso, o piuttosto anomalo, era dunque chiaro. Un’edizione memorabile forse o, al contrario, da consegnare al dimenticatoio.

Fatto sta che il clima virulento di quest’ultimo anno ha influenzato anche il Teatro dell’Ariston. Sorprendentemente vuoto, silenzioso, con l’eco della pandemia che ha amplificato il tremolio delle voci già turbate dalla diretta, dall’emozione e da un pubblico assente. Si è ironizzato parecchio – e un plauso a Fiorello per la spontaneità e la semplicità con cui lo ha fatto – sulla drammaticità di poltrone vuote, in una sala inanimata.

Senza il brusio di sottofondo, quei commenti a voce bassa, senza gli applausi e le ovazioni. Un festival che ha puntato i riflettori sugli artisti in gara, che hanno risposto con fantasia e inventiva dando vita a uno spettacolo musicale che ha abbracciato attualità, politica, segnali di protesta, e di grida di speranza.

L’ultima puntata, dopo una maratona televisiva che ha sfiorato i trecento minuti, ha decretato i vincitori di questo festival, tra le smorfie di disapprovazione di molti, applausi di altri e la beata indifferenza di chi se ne è andato a dormire. Per il prossimo anno, il conduttore bis Amadeus fa sapere che non ci sarà una terza ondata del suo Sanremo . Dispiacerà sinceramente dover fare a meno di Fiorello, che a sessanta e passa anni resta sempre uno dei migliori artisti del panorama cabarettistico in Italia. Con Amadeus, finalmente possiamo dirlo, andrà via la rappresentazione dell’Italietta.

Se da una parte, infatti, gli riconosciamo il merito di aver rinnovato lo stile musicale di Sanremo, offrendo ai telespettatori una realtà artistica più congrua alla contemporaneità, in stridente disaccordo con chi il festival lo guardava memore del passato, dall’altra parte c’è una serie di passi falsi che hanno fatto storcere il naso a molti.

Tanto per cominciare, l’invadente presenza della moglie Giovanna, che dopo cinque giorni di visibilità andrà di nuovo a finire nel buco nero degli “artisti” senza infamia e senza lode. Buone tutte le intenzioni, scadute però talvolta in una nauseante retorica.

È il caso dell’intervento con Donato Grande, atleta di powerchair football, calcio giocato in carrozzina. Stando alle critiche sui social, nel voler lanciare un messaggio di inclusione sociale, si è caduti nell’effetto opposto: ovvero porre ancora di più l’accento sulla disabilità come condizione di diversità, di privazione.

Andiamo avanti e troviamo ancora una volta la rappresentazione di uno schema tutto italiano secondo cui la donna può essere solo un’ospite d’onore. Elemento d’arredo, ma non colonna portante. E ambigui, in tal senso, sono stati gli interventi delle ospiti che quest’anno hanno calpestato il famoso teatro dei fiori. Citiamo Beatrice Venezi, di professione direttore d’orchestra, che ha sentito il dovere morale di specificare che no, non è una direttrice perché… Il perché, sinceramente, non lo abbiamo capito. Fatto sta che esiste una marca di genere per la sua professione: usiamola, no? Senza polemiche.

Altra perla più unica che rara ce l’ha regalata Barbara Palombelli, con il suo monologo che era a metà tra il “caro diario” e un discorso tra nonna e nipote. Insomma, tutto fuorché un messaggio intimamente femminista.

Direttamente dal Milan, ad accompagnare l’interista Amadeus, un fenomenale Zlatan Ibrahimovic. Insieme hanno costruito un personaggio che ha funzionato e che ha fatto goal anche con il messaggio dedicato agli artisti.

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Altro personaggio che ha bilanciato il pesante fardello portato da Amadeus è Achille Lauro, ospite fisso in tutte le serate e che, per cinque volte, ha stupito – o imbarazzato – il pubblico a casa. Divisi tra estimatori e non, i telespettatori hanno assistito a uno spettacolo a trecentosessanta gradi, in cui AchilleIdol – questo il suo nickname su Instagram – è riuscito a fondere la musica con l’arte, la storia, la letteratura, l’attualità.

Ma passiamo alla competizione, ai protagonisti. Tra i tanti artisti in gara, il televoto ha infine premiato i più social, quelli che proprio con l’interfaccia virtuale hanno cementato i rapporti con i fan che li hanno omaggiati. Vincitori i Maneskin, con una canzone forte, rock, ritmata, giovane. Secondi sul podio la bravissima Francesca Michielin e il timido Fedez. Terzo, nella sua uniforme nera quasi funebre, Ermal Meta, vincitore anche del premio Giancarlo Bigazzi per la migliore composizione musicale.

Un Sanremo che, musicalmente, si è presentato un po’ sottotono rispetto alle trascorse edizioni, con molte canzoni orecchiabili, ma non di impatto. Premio Mia Martini a Willie Peyote, con un testo contestabile che, a sua detta, ha proprio intento provocatorio. Certo è che la canzone è dinamica, fresca, leggera, pur con un testo infarcito di volgarismi evitabili e qualche frase infelice. In che modo il twerk rappresenta una lotta al patriarcato? Chiede ironicamente Willie, osannando in tal modo il patriarcato stesso, la classe buonista e l’Italia perbenista. Che dire, lo ha meritato proprio il premio della critica!

Spiccano con la loro Musica leggerissima Colapesce e Dimartino in un insolito duo che porta a Sanremo ritmi retrò, anni sessanta, strusci sulla spiaggia, tuffi al mare. Non premiati dalla classifica che li ha visti un gradino sotto il podio, ma vincitori del premio Lucio Dalla.

I telespettatori avranno notato il logo che molti artisti hanno portato sul palco, durante le cinque serate, come spilla o come tatoo: un play rosa e un pause bianco. Il significato? La musica messa in pausa dal Covid-19. Il logo è opera di Scena Unita, fondo istituito per sostenere i lavoratori dello spettacolo messi in seria difficoltà dall’emergenza sanitaria.

E la campagna di sensibilizzazione per gli artisti messi in ginocchio dalle chiusure forzate dei teatri prende vita anche nella musica, con una splendida interpretazione de Lo Stato Sociale con Emanuela Fanelli e Francesco Pannofino che durante l’esibizione hanno elencato una serie di sale chiuse, alcune delle quali definitivamente.

Un quadro decisamente oscuro a cui si affianca una luce di speranza: non è per sempre. La terza serata, quella dedicata alle cover, è stata piena di gradevoli sorprese, con interpretazioni musicali originali, personalizzate. Fedez e Michielin in un contrappasso mimico nel cantare la loro idea della felicità di Albano e Romina.

Il giovane Fulminacci, accompagnato dal comico Valerio Lundini in una splendida versione di Penso Positivo. E impossibile non citare i Maneskin e Manuel Agnelli che hanno dato una sferzata rock al palco dell’Ariston in una graffiante e straordinaria Amandoti.

Sanremo

Tra i giovani in gara, trionfa La polvere da sparo di Gaudiano, con una dedica al padre scomparso, in uno scontro musicale alla pari con il secondo Davide Shorty e la sua Regina. Una canzone pop dalle atmosfere vagamente rap, che sicuramente ascolteremo molto in radio.
Vincitore del premio Mia Martini sezione nuove proposte è Wrongonyou con Lezioni di Volo.

Tirando le somme di questa insolita edizione si può affermare, con buona pace dei conservatori e tradizionalisti, che Sanremo ha finalmente dato voce alla nuova musica italiana, dando spazio ai rapper (Ghemon, Fasma, la bravissima e giovanissima Madame), al pop (o combat pop, se vogliamo citare Lo Stato Sociale), alla splendida voce di Veronica Lucchesi de La rappresentante di lista.

Passano sul palco senza lasciare traccia Noemi, Renga e Annalisa, mentre meritava sicuramente più risalto la splendida voce e interpretazione di Malika Ayane. Max Gazzé ritorna con la sua sottile e controversa ironia e i suoi travestimenti da Dalì a Peter Parker. Incomprensibile o incompreso mattatore.

Tra lacrime e applausi, rigorosamente da casa, siamo pronti per lasciarci alle spalle il festival di Amadeus, salutando un’edizione che rischiava di saltare, così come sono state interrotte altre migliaia di rappresentazioni in tutta Italia, tra spettacoli teatrali, eventi culturali ma anche sportivi. Ma, come diceva un grande di altri tempi, nonostante tutto The show must go on.

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