Il futuro dei live club: theWise incontra L’Ultimo Concerto

Il futuro dei live club: theWise incontra L’Ultimo Concerto
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Il settore dei club e della musica dal vivo è uno dei più colpiti dalle conseguenze della pandemia di coronavirus. I concerti sono, per loro natura, incompatibili con le attuali misure di sicurezza per contrastare la diffusione della Covid-19; di fatto, tutta l’industria è ferma da un anno. Il dibattito sul futuro di questa economia – definita anche come economia dell’esperienza – è fervido, e mentre si discute di come e quando potremo partecipare di nuovo a un concerto alcune realtà del settore si sono mobilitate per farsi sentire. Tra queste c’è L’Ultimo Concerto: una campagna che, attraverso il proprio manifesto, vuole farsi portavoce di una serie di proposte concrete, non solo per la salvaguardia del settore club, ma anche a sostegno dei lavoratori dello spettacolo. Il manifesto, sottoscritto da oltre centotrenta club e circoli, propone anche dei suggerimenti per la programmazione degli eventi e dei festival estivi.

Dopo il lancio della campagna sui social network, L’Ultimo Concerto è culminato in un evento in streaming lo scorso 27 febbraio. Migliaia di persone si sono collegate pensando di seguire un grande concerto in diretta – era stata annunciata la presenza di numerosi gruppi e cantanti – ma si sono trovate davanti a un video nero, senza audio. Alcuni utenti credevano di avere problemi di connessione, altri si lamentavano perché non si vedeva niente. A un certo punto è apparso un messaggio, che annunciava il vero significato della serata.

Il messaggio apparso durante l'evento
Il messaggio apparso durante l’evento.

Un evento senza musica, insomma, ma rumoroso. Nel comunicato diffuso in seguito alla diretta si legge che l’obiettivo era aprire «una nuova fase di riflessione e sensibilizzazione, per pianificare il futuro del settore e la sostenibilità del Prossimo Concerto». Per conoscere più a fondo questa iniziativa abbiamo posto alcune domande a Federico Rasetti, direttore di KeepOn Live e tra i promotori della campagna.

L’Ultimo Concerto è una iniziativa che nasce per dare voce al mondo dei live club. Come è nata questa idea? Da chi è sostenuta?

«È una iniziativa nata per incanalare l’esigenza dei live club di far sentire la propria voce, dopo un anno di completa chiusura. Il nostro obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato di assoluta crisi in cui si trova il nostro settore e sui rischi per il futuro di tutta la categoria. L’Ultimo Concertoè sostenuto da KeepOn Live, ARCI Nazionale e Assomusica, che hanno veicolato questa esigenza in modo creativo, sicuro ed educato».

Il settore degli eventi live e dei concerti nei club è stato pesantemente colpito dalle conseguenze della pandemia di coronavirus. Quali sono le vostre proposte per rilanciare questo importante ecosistema economico e culturale?

«Posso sintetizzare le nostre proposte in tre aree. La prima, almeno in termini temporali, è sicuramente l’attivazione di ristori ad hoc per i circoli e i club, per permettere loro di arrivare fino al termine della crisi pandemica e poter riaprire. La seconda, e per certi versi più importante, è il riconoscimento valoriale e giuridico di questi spazi. Significa legittimare il valore culturale e sociale dei club, al pari di cinema e teatri, oltre a prevedere una normativa o un albo che identifichino esattamente queste strutture, così da poter meglio individuare misure a loro sostegno e sviluppo. Sia per il cinema che per i teatri, infatti, esistono modelli funzionanti – cito per esempio i cinema d’essai. La nostra proposta è di partire da questi modelli virtuosi e applicarli anche al nostro settore. Infine, abbiamo diversi suggerimenti per una riforma complessiva dello spettacolo dal vivo. I punti più importanti riguardano l’abolizione dell’ISI, l’equiparazione dell’IVA sui biglietti e la riduzione di questa imposta al 10% sulla parte dei servizi non accessori allo spettacolo, oltre all’aumento dei coefficienti di capienza a due persone al mq, che è un altro tema importantissimo».

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In che modo dovrebbe essere ripensato l’accesso ai circoli e lo svolgimento dei concerti, secondo voi?

«Ti ringrazio per aver citato i circoli, perché mi permetti di chiarire una importante distinzione. Il nostro settore non è composto solamente da grandi sale private, ma anche da moltissimi circoli no profit che svolgono attività di concerti e hanno particolarità differenti. È un ecosistema complesso, composto da realtà con modelli economici e forme di sostenibilità diversi. Crediamo che il ripensamento dell’accesso agli spazi per musica dal vivo debba essere avvenire nel modo meno articolato possibile. Bisogna evitare nuove Gabrielli [la circolare Gabrielli è il provvedimento che regola le misure di sicurezza per gli eventi pubblici, N.d.R.].

Per condurre questi spazi i gestori fanno già fronte a costi molto elevati e il pubblico non dev’essere disincentivato alla fruizione dei concerti attraverso norme e procedure eccessivamente complicate. A mio avviso sarebbe sufficiente un controllo preventivo sugli accessi, attraverso attestati di vaccinazione o tampone, mantenendo l’obbligo di mascherina all’interno del locale e eventualmente garantendo un leggero distanziamento sociale, in misura crescente e proporzionale alle dimensioni delle strutture. In fondo, per tutti gli altri settori che prevedono aggregazioni di persone – come ristoranti, supermercati o addirittura le chiese – non sono previsti protocolli invasivi».

I live club sono organizzazioni complesse, che, a differenza delle discoteche, vanno oltre la semplice offerta di musica dal vivo e coinvolgono un numero maggiore di lavoratori e figure professionali. Che cosa chiedete ai decisori politici riguardo al riconoscimento del vostro status?

«Proprio come anticipi, questi spazi non propongono solo intrattenimento, ma promuovono un prodotto culturale a tutti gli effetti, che coinvolge più lavoratori e più dispiego di tecnica e servizi. Da questo punto di vista, parliamo di una realtà più vicina ai teatri; anche in termini di pubblico e indotto economico i numeri dei live club non sono inferiori a teatri e cinema. Quello che proponiamo è uno schema molto simile a quanto previsto per i cinema d’essai: spazi riconosciuti, sostenuti economicamente in maniera stabile nel tempo.

Non chiediamo un sostegno totale, ovviamente, ma un contributo proporzionato a diversi parametri, come dimensione, località di esercizio e numero di spettacoli. Un modello, insomma, che garantisca la sostenibilità di questi spazi, soprattutto di quelli nelle periferie, per via della loro funzione di utilità pubblica. Cinema d’essai e live club si somigliano anche nei numeri – stiamo parlando di qualche centinaio di luoghi – per cui anche la copertura finanziaria richiesta potrebbe essere nello stesso ordine di grandezza: circa sei milioni di euro. Molto meno rispetto a quanto riconosciuto ai teatri, ad esempio».

L'ecosistema di un evento live
L’ecosistema di un evento live (credits: L’Ultimo Concerto).

Quali sono, secondo voi, i possibili rischi connessi alla riapertura dei locali?

«Nessuno! Sempre che siano gestiti in maniera responsabile e sicura, chiaramente. Ma anche questa è una caratteristica propria di questi luoghi: sono coordinati da professionisti legati da valori importanti di legalità e sicurezza. Il problema, al contrario, è che la chiusura dei club e dei circoli porta le persone a ritrovarsi in feste abusive e non controllate».

L’evento di sabato scorso ha rappresentato una presa di posizione importante e ha contribuito a diffondere il vostro messaggio. Quali sono i prossimi progetti di questa campagna?

«Ne abbiamo diversi in cantiere, in primis il Prossimo Concerto, col quale accompagneremo il Governo in una conoscenza più approfondita del nostro mondo e faremo in modo che le nostre richieste e le nostre proposte vengano comprese il più possibile. Pensiamo a iniziative e campagne in evoluzione, che cambieranno al cambiare delle risposte che riceveremo. La cosa più importante è che la categoria è davvero molto unita: un aspetto fondamentale per ottenere risultati».

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