Di tagli e prospettiva: il modello Manchester City

Di tagli e prospettiva: il modello Manchester City
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«Stai aspettando un treno, un treno che ti porterà molto lontano. Sai dove speri che questo treno ti porti, ma non puoi averne la certezza».

Mi piace pensare che questa citazione, oltre a essere stata detta da Cob (Leonardo di Caprio) in Inception (geniale visione di Nolan), possa essere anche uscita dalla bocca di Pep Guardiola per convincere i suoi giocatori a seguirlo e amarlo in maniera incondizionata.

Avere fiducia nei propri mezzi è un punto necessario e focale per proseguire nello svolgimento e nella maturazione della propria carriera. Ma fidarsi di un allenatore, barattando il proprio scetticismo con incondizionata fedeltà, non appartiene a tutti.

Pochi sono quelli che riescono a credere alle parole. E chi lo fa, soprattutto se guardiolista convinto, coglierà ben presto i frutti maturi dall’albero dell’esperienza.

La prima rotaia: sceicchi e giocatori

Le rotaie non fanno altro che fungere da piattaforma lungo la quale i vagoni possano transitare. In questa dinamica di continuo spostamento, il treno pazientemente va da una direzione all’altra senza battere ciglio, lasciandosi trasportare dalla sua costante forza di volontà e commisurata pazienza. Non chiede. Non pretende. Agisce.

Lo sceicco Mansour. Foto: Flickr.

Alimentato nel corso del tempo a seconda dalla disponibilità energetica che il periodo regalava, il treno è un perfetto esempio metaforico della linea temporale. Parte da un punto per arrivare a un altro, senza sapere del tutto se le soste che farà nel tragitto saranno tutte obbligate o meno. Di sicuro arriverà il giorno in cui quel treno andrà a riposarsi, stanco di aver condotto una vita a tutta velocità.

Il Manchester City era etichettata come la vera e unica squadra della città, a dispetto del minor numero di titoli vinti rispetto ai rivali dello United. Dare seguito alle parole è però quanto mai necessario: così l’acquisto del club inglese da parte dello sceicco Mansour ha dato nuova linfa a una sponda della Coketown.

Nel calcio odierno avere le disponibilità economiche equivale alla possibilità d’acquisto dei migliori nomi sul mercato. Il materiale con cui sono fatte le rotaie permettono al treno di non deragliare, di avere un attrito di un certo tipo, spessore, calibro. Il binomio sceicchi-giocatori ha portato queste due linee parallele a ricoprire il ruolo di tracciato al quale mancava però qualcosa.

Infatti, prima dei quarti con il Borussia Dortmund, mai il Manchester City era riuscito a centrare l’unico obiettivo che ancora manca: la Champions League. E neanche è mai andata vicino a vincerla dato che, come appena detto, la semifinale non era mai stata raggiunta dai citizens.

Pep Guardiola, il tassello mancante. Foto: Wikimedia Commons.

Eppure la prima rotaia era stata piazzata: i soldi c’erano e i giocatori anche. Cosa mancava?

La seconda rotaia: Guardiola e futurismo

Scegliere è complicato. Dopo anni di tentativi in cui si è cercato di ingaggiare curriculum altisonanti e visioni di gioco innovative, e dopo che tutto questo non ha portato altro che fallimenti, come si può fare per essere sicuri delle proprie scelte?

Qui torniamo al discorso iniziale che mi piace pensare abbia fatto anche Guardiola, a questo punto, tanto ai giocatori quanto ai dirigenti: vogliamo prendere un treno insieme, non sappiamo dove ci porterà, ma possiamo immaginarlo. Facciamolo.

Al termine del primo anno il Manchester City fece subito record di punti e vinse il titolo. Sembrava fatta, il guardiolismo e la sua visione erano pronti per dilagare in Inghilterra, così come avevano fatto in Spagna e così come non erano riusciti del tutto in Germania. La terra sembrava essere stata concimata a tal punto da poter cominciare a dare i suoi frutti.

Ed è stato proprio allora che non si è riuscito a dare seguito a quello che sembrava aver attecchito. Ci sono voluti cinque anni per arrivare nelle prime quattro d’Europa e, per raggiungere questo risultato, lungo la rotaia sono stati lasciati tanti vagoni, così come altrettanti sono stati infilati alla giusta distanza e con la giusta precisione.

Ma la parte più importante del binario è il treno che ci passa sopra. E che cos’è un treno se non la somma dei vagoni che lo compongono?

Il primo vagone: Ilkay Gundogan

Ilkay Gundogan è il treno che da bambino ha iniziato a modellare la sua velocità, dalla stazione di Gelsenkirchen fino a Manchester. Lungo questa tratta ha trasformato il suo gioco: così come la locomotiva a carbone si è lentamente trasformata in TAV, ecco che il giocatore tedesco (da evidenti origini turche) si è reinventato nel tempo.

Prima con il “suo” Schalke 04, poi con Klopp e il Borussia Dortmund, Gundogan ha creato il suo binario, sfrecciandoci prepotentemente sopra a suon di assist. La sua visione a trecentosessanta gradi è figlia di quella che in gergo sportivo potrebbe chiamarsi “sensibilità”. Non emotiva (anche), sia chiaro, ma verso le capacità che non appartengono ai normodotati. Sì, perché l’ex numero otto del Dortmund, ora sempre numero otto ma del Manchester City, appartiene alla schiera degli straordinari: una minima parte di calciatori presenti nel panorama internazionale che potrebbero essere paragonati ai numeri dieci di un tempo.

Ilkay Gundogan con la maglia della sua Germania. Foto: Wikimedia Commons.

Fantasista e visionaria, la prospettiva dinamica del suo gioco rappresenta una modalità 2.0 di spettacolo teatrale di marionette: ognuno ha una propria volontà ma allo stesso tempo dipende costantemente dall’altro. E lui è il burattinaio, il regista che non si nasconde durante le riprese ed effettua un piano sequenza, provando a candidarsi agli Oscar per la miglior regia.

Se solo potessimo vedere il calcio con i suoi occhi, ci renderemmo conto che Gundogan ragiona in termini di assist e di goal nello stesso modo. Con la maglia del Dortmund era arrivato ad accarezzare il sogno della Champions nel 2013, sfumato con un geniale tocco di Ribery per Robben a tempo praticamente scaduto. E da allora sembrava non essere più lo stesso: forma fisica in declino, infotuni di ogni tipo. E tutto questo a ventitré anni.

Più volte negli anni il treno aveva deragliato, ragionando se effettivamente potesse tornare quel perfetto architetto dall’inventiva futurista. Il legamento crociato saltato durante il suo arrivo al Manchester City aveva praticamente chiuso in faccia le opportunità al pupillo di Klopp.

E qui si vede chi ha avuto il sangue di fenice in dono dal destino: Gundogan si è ridestato dalle ceneri nelle quali era sprofondato, riemergendo in maniera improvvisa e meravigliosa. Il risultato, dopo praticamente tre anni di inferno sulla terra, conta sedici goal in trentasette presenze in tutte le competizioni nell’anno in corso, ma un’infinità di calcio visionario e guardiolistico a ogni partita.

Il vagone principale, la locomotiva del treno del Manchester City è proprio lui.

Il secondo vagone: Phil Foden

Il propellente. Non è solo parte della squadra, è un sincretismo religioso con volto e parola. Phil Foden appartiene al City e il City appartiene a Foden. Sono un binomio indiscusso di amore purissimo, basato quanto basta su piccoli errori che ogni tanto danno vita a una fiamma ancora più intensa.

Nato a Stockport, borgo metropolitano di Manchester, il gioiello dei citizens ha stregato sin dalla sua nascita chiunque lo guardasse. Nelle schiere dei pulcini impressionava per la sua maturità, tanto che Pep lo indicò subito come possibile innesto alla prima squadra.

Un giovanissimo Phil Foden. Foto: Flickr.

Sì, Pep. Perchè il passaggio con la primavera arrivò nel 2016, quando il guru del tiki taka firmò per diventare uno dei nuovi binari della società. E subito etichettò il ragazzo inglese, un metro e settanta, centrocampista, mancino con una sola parola: incedibile.

Phil Foden rappresenta il ponte tra vecchio e nuovo calcio: un millenial che unisce le finte di Ronaldinho al pragmatismo di Raùl. Se avessero detto che fosse nato in Spagna, chiunque non avrebbe fatto fatica a crederci, dato che il suo modo di toccare palla ricorda quanto mai David Silva.

Un altro pallino di Guardiola, tanto per cambiare, che al City arrivò anni prima del suo conterraneo. Seguendo passo passo le indicazioni di un tecnico che osa e l’esperienza di un Gundogan in più in mezzo al campo, Foden è diventato ben presto maggiorenne, andando a prendersi le redini di un centrocampo che spazia tanto quanto la sua mente.

Come un treno a una stazione di cambio, Phil decide quando scambiare i binari, come dettare orari, a quali stazioni fermarsi e in che misura di tempo. Sarebbe un perfetto capostazione, se non fosse che a lui non piace solo indirizzare.

Prende palla sapendo già cosa fare e come. Scontato? Forse. Ma quel dinamismo che riesce ad attribuire alla palla non è per nulla qualcosa che possiedono tutti i giocatori. Il famoso modo di dire “la palla corre più del giocatore” si perde tra i piedi di Foden, perché lui sa come trattarla.

È come se imprimesse a ogni tocco un giro antiorario alla sfera, estraniandola dal tempo di gioco e facendola roteare a suo piacimento, prima di ridarle la stessa rotazione dell’asse terrestre. Con qualche watt in più.

La definizione fisica di potenza aiuta non poco in questo caso: è il rapporto tra il lavoro compiuto e il tempo impiegato per svolgerlo. Foden ha ventuno anni e una capacità mostruosa di compiere quel lavoro nel miglior modo e nel minor tempo possibile per renderlo funzionale.

Il treno: Manchester City

La macchina perfetta non esiste. Può essere concepita, ma non concretizzata. Quindi non si può far altro che provare ad avvicinarsi il più possibile a ciò che potrebbe somigliare alla perfezione.

Guardiola ha provato ed è riuscito a creare un suo modello al Barcellona, tentando di clonarlo al Bayern Monaco, finendo per riuscirci al Manchester City. Con l’aiuto di una disponibilità economica non indifferente e con l’alta predisposizione tecnica dalla sua, Pep e il suo staff hanno creato una squadra che ondeggia lungo i binari di una prospettiva che li porterà (e che già li sta portando) lontano.

I ruoli sono stabiliti e allo stesso tempo rivisitati, ognuno si snatura e si rielabora, fendendo il campo con tagli che una volta appartenevano agli incursori trequartisti, che adesso fanno parte anche del bagaglio tecnico del difensore, del terzino, del portiere quasi.

È l’apoteosi di un’anarchia democratica, tenuta sotto controllo da un’oligarchia di senatori e allenatori appartenenti a una classe proletaria con tendenze borghesi. Nulla è come sembra.

Perché quel treno, che «stai aspettando […], che ti porterà molto lontano. Sai dove speri che […] ti porti, ma non puoi averne la certezza».

O forse sì.

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