Saman Abbas non ha potuto scegliere

Saman Abbas non ha potuto scegliere
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Saman Abbas non ha potuto scegliere. Residente a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, è sparita il 30 aprile, presumibilmente uccisa per essersi opposta a un matrimonio forzato. Sembra, infatti, che ancora minorenne si sia opposta – per la seconda volta, secondo alcuni – a un matrimonio forzato con suo cugino. Oggi i suoi familiari sono indagati per omicidio e gli inquirenti cercano il corpo di Saman. Noi, comunque, non siamo qui per fare cronaca, ma per riflettere.

Matrimoni combinati e matrimoni forzati

Partiamo, innanzitutto, da una doverosa premessa. Parlare di matrimonio combinato, in questo caso, è sbagliato. Saman Abbas si è opposta a un matrimonio forzato. Saman Abbas non ha potuto scegliere.
Un matrimonio si definisce forzato quando una, o entrambe, le parti non sono consenzienti. Si considerano forzati tutti i matrimoni precoci, ovvero i matrimoni che coinvolgono minorenni che non sono in grado di scegliere consapevolmente, e tutti i matrimoni che si basano su violenze fisiche, psicologiche e minacce. Proprio come Saman, che si è opposta a un matrimonio e, per questo, ci ha rimesso la vita.

In un matrimonio combinato, invece, i due promessi sposi hanno possibilità di scelta. In India, per esempio, un tipico matrimonio combinato inizia tramite il passaparola, comunicando ad amici e parenti che si sta cercando un partner per un membro della famiglia. Dopo aver raccolto informazioni sui possibili candidati e aver deciso il migliore, è inviata una proposta di matrimonio. Se la proposta è accettata, le due famiglie si incontrano per conoscersi meglio e discutere del matrimonio. Solo dopo aver trovato un accordo, le due famiglie presentano i promessi sposi, che possono incontrarsi e passare del tempo insieme. A seguito dell’incontro, i promessi sposi possono decidere se accettare o rifiutare il matrimonio.

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Sebbene l’iter possa essere diverso, la vera differenza tra un matrimonio forzato e uno combinato, almeno in teoria, è nella possibilità di scelta. La volontà di chi deve sposarsi, nei matrimoni combinati, prevale sul ruolo guida che hanno le famiglie e i parenti. È quando il diritto di scelta, il libero consenso e il principio di autodeterminazione vengono a mancare che si entra nella violazione dei diritti umani.

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Un tipico matrimonio indiano. Foto: Wikimedia Commons.

È chiaro che la distinzione tra i due matrimoni può essere assai sfocata. Sono molte, infatti, le testimonianze di ragazze che non sanno di poter rifiutare il matrimonio o che scelgono di non rifiutare per timore delle conseguenze. Nonostante questa premessa sia solo terminologica, è necessario e importante distinguere una scelta libera da una forzata.
Tra i motivi che possono portare a un matrimonio forzato ci sono il rafforzamento della posizione economica della famiglia, la risoluzione di dispute tra le due famiglie, il controllo della sessualità, il voler prevenire relazioni sentimentali sbagliate e gravidanze non pianificate. Nei casi estremi, chi si oppone al matrimonio può diventare una vittima del delitto d’onore. Delitto che, in Italia, è stato abrogato solo negli anni Ottanta.

Le radici culturali

I matrimoni forzati, contrariamente alle credenze, trovano le loro origini nella cultura e non nella religione. Sono una pratica comune nelle nicchie ristrette in cui le famiglie patriarcali e il maschilismo sono padroni delle (non) scelte di tutti i membri della famiglia. Infatti, nonostante le statistiche indichino una prevalenza di ragazze e donne costrette a sposarsi contro la loro volontà, vi sono anche uomini che vivono situazioni di matrimoni forzati.

Nell’ottica maschilista, la radice del problema è da trovarsi nella concezione inferiore della donna, che non può esprimere alcuna opinione o avere diritto di autodeterminazione. Allo stesso modo, è il capofamiglia a prendere tutte le decisioni, anche quelle degli uomini più giovani.
Sono tradizioni e pensieri che si ritrovano nelle comunità rurali e con bassa educazione, dove la separazione dei ruoli è ancora fortemente marcata. È in questi dettagli che si trovano elementi in comune con la storia di Saman Abbas, che non aveva più potuto studiare una volta finite le scuole medie e che non poteva avere contatti con l’esterno.

A rafforzare l’accezione culturale del fenomeno è anche l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (Ucoii), che in questi giorni ha emesso una fatwa contro i matrimoni forzati e l’infibulazione femminile. Si tratta di un parere religioso-giuridico, una sorta di chiarimento che può anche essere vincolante. Nel testo si legge: «La presente fatwa – parere religioso – nasce dalla volontà di ribadire e sensibilizzare su una pratica tribale che non può trovare alcuna giustificazione religiosa, per rafforzare l’impegno delle comunità nel contrasto e nella prevenzione di atti tribali che, oltre essere contrari all’ordinamento giuridico del nostro Paese, vanno in pieno contrasto anche con la dottrina islamica».

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Rituale del matrimonio pakistano. Foto: Wikimedia Commons.

Un problema di integrazione?

Non sappiamo con esattezza quale sia la situazione italiana. Si tratta di un fenomeno difficoltoso da studiare, su cui mancano i dati. Uno degli studi più estensivi, pubblicato da Le Onde Onlus, raccoglie testimonianze e dati, ma i numeri non sono certi e non sono aggiornati. In ogni caso, in Italia i forzatori dei matrimoni coatti sono punibili con reclusione.

Quello che manca, nella triste narrativa riaperta dalla scomparsa di Saman Abbas, è una riflessione sul nostro sistema di integrazione. Non è il primo caso: ce ne sono stati molti altri con le stesse premesse. Sono temi delicati e complessi, difficili da trattare. Ci sembrano lontani, non appartenenti alla nostra cultura, ma non è così. Anche in Italia, fino a qualche decina di anni fa, si celebravano matrimoni combinati.
Sarebbe bello se questa storia non diventasse motivo di speculazione dei politici di destra. Ma soprattutto sarebbe bello se i partiti di sinistra, che cercano di promuovere il progressismo tramite il Ddl Zan, smettessero di guardare altrove per paura di essere accusati di razzismo. La paura della sinistra di perdere voti toglie l’opportunità di un dibattito aperto su tema tanto importante quanto delicato: l’integrazione.

Saman Abbas voleva integrarsi, come spesso vogliono le seconde generazioni di immigrati. Voleva andare a scuola, sposarsi liberamente, vivere senza paura nel nostro Paese, ma qualcosa non ha funzionato. Di quante altre Saman Abbas siamo inconsapevoli?
Al coraggio di Saman Abbas.

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Pubblicato da Laura Bruschi

Nata e cresciuta in Brianza, sono laureata in Comunicazione e laureanda di Digital Communication and Public Opinion presso l'Università degli Studi di Milano. Soccorritrice del 118 e appassionata di inglese, sociologia digitale, temi sociali e sostenibilità ambientale.