Leggere i numeri del Covid: perché “il dato peggiore” non esiste

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Il titolo è esplicativo. Bisogna imparare a leggere i numeri. Quei titoli sensazionalistici che riportano frasi come “il dato peggiore dall’inizio della pandemia” e “dato in crescita rispetto a ieri” valgono poco. In qualunque ambito, ma a maggior ragione quello scientifico, medico ed epidemiologico (per di più in una situazione di epidemia su scala globale) un dato preso in valore assoluto dice ben poco.

La matematica non è un’opinione, leggere i numeri nemmeno

La matematica non è un’opinione. Valore assoluto, valore relativo, percentuale e crescita di una curva non sono solo parole che si trovano sui libri delle scuole medie. Sono termini matematici che hanno un preciso valore e utilizzo.

Prendiamo un dato qualunque, ad esempio quello di ieri. Era il 20 novembre 2021. Secondo il Ministero della Salute, ci sono stati 11.555 contagi e (purtroppo) 49 decessi. Il valore assegnato a questi numeri, se presi in maniera isolata, è quello, come riportano alcune testate, del “dato peggiore dal 6 maggio 2021”. Questo è dubbio, perché un numero di per sé può essere alto o basso in base alla percezione personale di chi lo legge e può essere dovuto, in questo caso, a una molteplicità di fattori.

I numeri e gli screening

Il dato preso in considerazione è stato rilevato a fronte di 574.812 tamponi, presentando un tasso di positività al 2%. In medicina un qualunque intervento di screening, come può essere inteso in senso lato il tampone, soprattutto se eseguito su persone asintomatiche a fine di rilascio del Green Pass, comporta nelle prime fasi della propria introduzione un incremento dell’incidenza della patologia ricercata. Banalmente, ma neanche troppo, chi cerca di più trova di più.

Secondo un rapporto del 2009 dell’Associazione italiana registro tumori, l’incidenza del tumore alla mammella, ovvero il numero di persone malate in rapporto alla popolazione totale, è stato in aumento fino al 2000. In Italia lo screening è stato introdotto, appunto, negli anni Novanta per le donne con più di quarant’anni. Precedentemente l’incidenza era maggiore sulle donne con più di cinquant’anni, casi generalmente sintomatici. Dopo l’introduzione dello screening l’incidenza è aumentata tra le donne più giovani, spesso asintomatiche e con casi precoci. L’incidenza, grazie ai test, è quindi diminuita nelle donne più anziane. Questo non perché più donne si siano ammalate, ma perché si è aumentata la popolazione in oggetto dello screening e di conseguenza è aumentato il numero di casi riscontrati. Dato testimoniato dal fatto che la mortalità è in costante calo.

Leggi anche: Avvocato Angelo Greco: green pass e obbligo vaccinale.

Da tener conto, però, è il numero di persone malate in rapporto alle persone testate. Nel caso della pandemia, il tristemente noto numero di tamponi positivi sui tamponi eseguiti. Torniamo al nostro 20 novembre. Un anno fa, nel 2020, la situazione era diversa. Prima di tutto, è bene dirlo, e lo ripeteremo, non vi era alcun soggetto vaccinato.

Foto: Pixabay.

È davvero il dato peggiore?

Cosa succedeva il 20 novembre 2020? Secondo i dati del Ministero, ci furono 37.242 nuovi casi su 238.077 tamponi e 699 i morti. Il tasso di positività era del 15,6%, ovvero quasi otto volte quello del 20 novembre 2021.

Prendiamo poi il titolo di alcune testate: “dato peggiore dal 6 maggio 2021” e prendiamo in considerazione i dati di quel giorno. Sempre secondo la fonte ministeriale, ci furono 11.807 nuovi casi e 258 morti, a fronte di 324.640 tamponi. Il tasso di positività era 3,6%. Non è otto volte tanto, ma è comunque il doppio. Per non parlare del numero dei morti, che è nettamente diverso in entrambi i casi.

Come leggere i numeri?

Fatta questa grandissima introduzione logico-metodologica, si può dire che tutti i titoli come “dato peggiore” oppure “rispetto a ieri”, hanno poco senso, se non quello di far vendere qualche copia o di fare qualche click in più.

Importante è anche pensare a come leggere i numeri e secondo quale prospettiva temporale leggere i dati. Se oggi c’è stato, ipotizzando, un rapporto tra tamponi positivi su quelli effettuati dell’1,8%, ieri era dell’1,6% e domani sarà dell’1,9%, cosa vuol dire? Visto così, oltre al dato grezzo, probabilmente nulla. I dati di questo tipo risentono naturalmente di oscillazioni giornaliere. Per questo vanno analizzati su periodi che rendano il dato più omogeneo. Ha quindi più senso confrontare i dati medi di settimana in settimana, magari con lo stesso periodo riportato all’anno precedente.

Il dato della settimana è omogeneo. Ad esempio nel week end o nelle festività si hanno meno tamponi, esattamente come minori sono le dimissioni dalle terapie intensive e dei reparti ordinari. Poteva capitare nei mesi passati che l’incidenza fosse maggiore, poiché si facevano test solo ai casi più urgenti e quindi più probabilmente positivi. Il dato preso sulla settimana intera “appiattisce” questi fenomeni ed è più realistico.

Beninteso: gli organi del Ministero applicano queste metodologie, la scienza è scienza. Sono le persone che devono essere in grado prima di tutto di raccogliere i dati da fonti autorevoli e successivamente di leggerli e interpretarli in modo corretto.

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