Eugenio Montale, quarant’anni dopo: la tollerabilità del vivere

Eugenio Montale, quarant’anni dopo: la tollerabilità del vivere
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Irma,

you are still my Goddes,

my divinity. I pry for you,

for me. Forgive my prose.

Quando, come ci rivedremo?

Ti abbraccia il tuo

Montale

Quella che viene considerata ultima composizione di Eugenio Montale è affidata a un foglio di carta filigranata “Senato della Repubblica” diretto a Irma Brandeis: Clizia, amata forse da donna, forse da figura poetica, fin quasi alla morte. Una grafia tremolante, parole di ultima devozione, dopo quasi mezzo secolo di separazione. Ed ecco che scadono ora i quarant’anni dalla scomparsa del poeta, forse il maggiore del Novecento; ironia della sorte, anniversario annebbiato dal Settecentenario dantesco, da una figura che proprio per Montale è stata ispirazione e influenza fondamentale.

Qual è il futuro della poesia, e della poesia di M.? Forse proprio nella figura di Clizia e nei tratteggi della Bufera e altro, ultimo grande “libro” del poeta, potremo ritrovare una risposta già data a una domanda, invero, già posta.

Sono ben note le chiavi del ruolo rivoluzionario di M. nel panorama lirico italiano: il rifiuto della rottura con la tradizione; il recupero dell’allegoria dantesca superando l’uso di metafore e parallelismi tipici del simbolismo e dei suoi eredi; la poesia non come Vate ma come sguardo, ricerca di una verità ineffabile, eppure in qualche modo definibile per negazione.

Sono questi i tratti caratteristici di Ossi di seppia, in parte anche delle Occasioni; ma è ne La Bufera e altro che assistiamo al vero picco dell’elaborazione poetica di Montale.

«La bufera indica le tempeste che ho dovuto attraversare come uomo per raggiungere infine il porto allegro della vecchiaia». (F. Castellano, Montale par lui-même, Firenze, 2016, p. 90).

Il Montale esistenziale

Il poeta lascia infine scorgere il suo barlume di speranza per i tempi in cui vive: siamo oltre i rottami e l’inettitudine degli Ossi, oltre l’astratta donna-visiting angel delle Occasioni. Montale metabolizza l’abbandono di Irma (che dopo numerosi ultimatum aveva troncato la relazione) rendendola figura della ragione, dei lumi umanistici, contro i regimi totalitari che pervadono la raccolta.

Il periodo di gestazione della Bufera è racchiuso tra il 1940 e il 1956, anno della pubblicazione: dalle atmosfere legate all’incontro tra Mussolini e Hitler a Firenze (9 maggio 1938, ne La primavera hitleriana) giungiamo all’orrore del prigioniero di un gulag (Il sogno del prigioniero); nel mezzo, la rivendicazione di una neutralità esistenziale da parte del poeta, spettatore dei furiosi dibattiti politici del suo tempo (Piccolo testamento).

Il poeta sembra delineare dei possibili strumenti di resistenza, situazioni in cui sia possibile preservare, custodire la razionalità umana. Essa viene assunta a valore fondante per la difesa della civiltà contemporanea (si tenga presente che, pur essendosi quasi sempre astenuto dall’intervento politico, Montale aveva firmato convintamente il Manifesto Croce). Attraverso Clizia e poi Volpe (Maria Luisa Spaziani, giovane poetessa conosciuta successivamente) il poeta presenta la propria esperienza individuale di resistenza alla tragedia, universalizzandola al contempo. La donna non è mai menzionata in senso reale, in carne e ossa: è sempre “figura”, visione poetica rappresentativa.

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40 anni morte Montale
Le gambe di Dora Markus, giovane mai conosciuta personalmente da Montale, ma a cui è intitolata la lirica eponima. Foto: Flickr.

E però, nel procedere della raccolta, questa resistenza speranzosa si trasforma perdendo i contorni mitici del sacrificio cristiano e diventando piuttosto una serena accettazione della morte. Montale paga il suo debito a Leopardi: «ma una storia non dura che nella cenere / e persistenza è solo l’estinzione» (Piccolo testamento).

Uno sguardo al testo

Legarsi e ricondursi al testo è forse uno degli ultimi strumenti del nostro tempo per la comprensione, e la ri-comprensione, della tradizione poetica antica e moderna. Nel caso di Montale, autore saturo di analisi e auto-analisi in vita e in morte, forse ancor di più. Proponiamo allora una serie di frammenti, flashes (per citare proprio M.) lirici a nostro avviso significativi. Essi indagano la figura di Clizia nella sua evoluzione da donna-angelo a figura di resistenza e salvezza umanitaria, la reazione di Montale alla crisi, il suo sguardo esistenziale fino all’ultima decisa asserzione.

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Le occasioni:

«[…] Cerco il segno / smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia / da te. – E l’inferno è certo» (Lo sai: debbo riperderti).

«[…] hai le penne lacerate / dai cicloni, ti desti a soprassalti» (Ti libero la fronte dai ghiaccioli).

Il Tu del dialogo è Irma Brandeis, ancora racchiusa in una dimensione perlopiù personale, individuale. Le «penne lacerate» della donna-angelo sono ferite dai «cicloni» degli sconvolgimenti storici, e riescono tuttavia a portarla al poeta, per avvertirlo della tragedia, forse salvarlo da essa.

40 anni morte Montale
Montale a Milano, 1964.

La Bufera e altro

Nella Bufera i luoghi citati sono riscritti e rimaneggiati: la lirica eponima raffigura la stessa scena del mottetto Lo sai, debbo riperderti (l’addio di Irma-Clizia, in partenza per gli Stati Uniti, dal porto di Genova). Qui il dolore individuale viene legato all’esperienza universale della guerra, che coincide con l’abbandono della donna:

«[…] (dell’oro / che s’è spento sui mogani, sul taglio / dei libri rilegati, brucia ancora / una grana di zucchero nel guscio / delle tue palpebre) / […] Come quando / ti rivolgesti e con la mano, sgombra / la fronte dalla nube dei capelli, / mi salutasti – per entrar nel buio» (La bufera).

Irma-Clizia viene raffigurata come custode della razionalità salvifica per l’essere umano; il granello «dell’oro che s’è spento sui mogani» ancora vive nei suoi occhi, gli «occhi d’acciaio» di Nuove stanze, come barlume di lucidità e umanità nella Storia in tempesta.

«[…] Guarda ancora / in alto, Clizia, è la tua sorte, tu / che il non mutato amor mutata serbi, / fino a che il cieco sole che in te porti / si abbacini nell’Altro e si distrugga / in Lui, per tutti» (La primavera hitleriana).

In uno dei pochi luoghi lirici in cui viene esplicitamente citata, Clizia guarda il cielo, come la ninfa da cui prende nome, e viene investita di dirette citazioni dantesche (recuperate dall’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini, nel 1939); si sublima qui la religiosità di Montale, mai rinnegata ma rivendicata come esterna alle istituzioni, in una Clizia cristofora pronta al sacrificio per il bene dell’umanità tutta.

Un’ultima rivendicazione

È tuttavia nella sezione conclusiva della Bufera, Conclusioni provvisorie, che si trova forse la più efficace e diretta menzione del senso della crisi in Montale:

«Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio / non era fuga, l’umiltà non era / vile, il tenue bagliore strofinato / laggiù non era quello di un fiammifero» (Piccolo testamento).

Il poeta si avvicina alla chiusura del suo Romanzo (primo titolo provvisorio per la raccolta) rivendicando la propria decisione esistenziale:

«L’argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio». (Confessioni di scrittori. Interviste con se stessi [1951], in Montale 1976, pp. 569).

Montale stabilisce la distanza che avverte rispetto alla Storia, non per disinteresse, ma per incapacità del dire: la sua poesia si dirige all’essenziale, rifiutando il ruolo di lucerna in tempi bui. Essa è «tenue bagliore», «speranza che bruciò più lenta / di un duro ceppo nel focolare»: dignità silenziosa, tenace nel dolore, nella ricerca di «un minimo di tollerabilità del vivere» (G. Contini, Una lunga fedeltà. Scritti su Eugenio Montale, Torino, 1974, p. 82).

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Pubblicato da Giada Tonetto

Veneziana di cuore e di nascita dal 1999. Studia Filologia e letteratura italiana, ha tre gatti e un Dell ricondizionato.