Oggetto, nel suo significato generico, è qualcosa che cade sotto i sensi, il termine di un’azione o operazione, un fine al quale si tende. In questa accezione non solo una persona stessa può essere percepita come oggetto – d’amore, d’odio, di desiderio – ma il senso di oggetto può anche sovrapporsi al senso di cosa. Ma al contrario della cosa, un oggetto può sfidare il soggetto, tentare di contrapporsi a lui, ingenerare uno stato d’animo, determinare l’intensità di un altro, inquinarne un altro ancora.

Il rapporto tra il mondo oggettuale e la scrittura vede diverse applicazioni delle potenzialità dell’oggetto generico all’interno dell’articolazione narrativa. L’oggetto può farsi tanto un espediente per chiarificare la natura di un rapporto, quanto un’allusione più o meno esplicita a qualcosa che trascende il suo aspetto reale. Ma può essere anche rappresentazione simbolica di un personaggio, può diventare una proiezione di un suo sentire, può animarsi fino a porsi come protagonista della narrazione.

Nell’epoca postmoderna l’oggetto ha assunto valore fondamentale non già perché è il trofeo di chi lo possiede, ma anche perché durando nel tempo offre l’illusione dell’eternità, una vittoria sul quel processo di deterioramento del tutto fisiologico nello scorrere del tempo stesso. Eppure, un tipo analogo di riflessione era già stato offerto da Verga nella novella La roba. Quello che nel testo si vuole evidenziare non è tanto l’attaccamento del protagonista Mazzarò alla ferrea regola del lavoro, quanto che attenersi a questa regola gli serve per condurlo al suo fine ultimo: l’accumulo, il possedimento. Questo suo attaccamento, man mano che il racconto prosegue, si delinea sempre più come un disturbo quasi patologico, che sul momento della morte lo condurrà ad un atteggiamento oltre che folle, quasi patetico: «Allora, disperato di dover morire, si mise a
bastonare anatre e tacchini, e strappar gemme e sementi. Avrebbe voluto
distruggere d’un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a
poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui».

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Giovanni Verga, 1840-1922.

Differente sarà più avanti l’atteggiamento di Perec nel suo Les Choces, in cui viene profilata una situazione analoga ma dove il rapporto tra lo scrittore e i suoi personaggi è trasformato. Da una forma di biasimo quantomai evidente in Verga, si ha con Perec una tenerezza quasi compassionevole che non passa tramite il giudizio o la critica sprezzante. La coppia del romanzo d’altra parte è il prodotto del tempo in cui vive: aver superato il pericolo e la condizione della mancanza tipici della guerra conduce naturalmente a quella reazione opposta che si dimostra nella propensione all’accumulo. Gli oggetti di cui i due giovani sono schiavi rendono per loro impossibile quell’ascensione – anche sociale – cui loro aspirano, di modo che il fine a cui tendono è anche lo stesso fattore che determina il loro immobilismo. La frustrazione per il non raggiungimento dei loro obiettivi li porta a spostarsi dalla Francia alla Tunisia; anche lì saranno vinti dalla logica dell’oggetto e della proprietà dell’oggetto, questa volta percepito nella sua mancanza.

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Copertina de “Les choses- une histoire des annes soixante” di Georges Perec.

Ma non sempre il rapporto tra oggetto e soggetto prevede che il primo invalidi il secondo. Spesso, soprattutto in poesia, accade che l’oggetto venga investito o rivestito di caratteristiche che non gli sono proprie e che invece appartengono a chi lo contempla. In questo modo non si manifesta in virtù di sé stesso, ma diventando specchio o emblema. Accade in Montale, ad esempio, riconosciuto per la poetica dell’oggetto, che in lui può avere una triplice valenza: di metafora ne Gli ossi di seppia , di barlume ed epifania ne Le occasioni, di allegoria ne La bufera. Nella prima raccolta l’oggetto contemplato è un unicum che fa da correlativo oggettivo alla vita del poeta. Gli oggetti compongono così un paesaggio, quello ligure, su cui Montale trasferisce il proprio sentimento di atonia e di prigionia nei confronti del vivere. In questo senso si rende fondamentale l’oggetto-muro di Meriggiare pallido e assorto o dell’oggetto-rete di In limine: «cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi! Va, per te l’ ho pregato, – ora la sete / mi sarà lieve, meno acre la ruggine…». Ma più avanti nel tempo l’oggetto di Montale verrà visto in una prospettiva diversa, passando dalla testimonianza di un profondo malessere, ad un amuleto salvifico. Così, in Dora Markus si legge «ti salva un amuleto che tu tieni / vicino alla matita delle labbra, / al piumino, alla lima: / un topo bianco, / d’avorio; e così esisti!». Così gli oggetti dell’esperienza conducono un’inversione di senso nel passaggio dalla prima raccolta alla seconda, finendo per diventare miracoli, indizi di salvezza.

Ma gli oggetti che affermano la propria potenza nel presente, diventeranno uno scarto già il giorno successivo. In una realtà che continua a dare vita a nuove produzioni che riprendono i vecchi concepts per perfezionarli, dura poco lo scarto temporale tra attuale e passato. Un processo, di fatto, che avviene tanto nel contingente quanto nel letterario. Di questo tipo di fenomeno forniva giù nel ’93 un’analisi dettagliata Francesco Orlando con Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. L’operazione di analisi dettagliata che ne fa l’autore si costituisce di una sorta di albero semantico in cui «linee e parole si ramificheranno sempre di più a partire da un tronco unico», fino ad arrivare alla delineazione di dodici categorie. Il saggio basa sé stesso nel rapporto tra oggetto desueto e ritorno del represso di ispirazione freudiana, e infatti: «Come la letteratura accoglie un ritorno del represso da cui è contraddetta una repressione morale, e un ritorno del represso irrazionale da cui è contraddetta una repressione razionale, così supponiamo che accolga […] un ritorno del represso antifunzionale da cui è contraddetta una repressione funzionale». I titoli all’interno del saggio coprono un arco temporale vastissimo che spazia da quelli dell’antichità classica fino ad arrivare a “Qualche romanzo del Novecento”, titolo del sesto capitolo. Si potrebbe azzardare, a questo punto, una indagine del rapporto dell’uomo col tempo tramite gli oggetti di cui l’uomo stesso si serve?