The TikTok propaganda: la finta guerra di Ramzan Kadyrov

The TikTok propaganda: la finta guerra di Ramzan Kadyrov
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I più informati li chiamano kadyrovtsy, il grande pubblico “i ceceni”. Fin dall’inizio del conflitto il loro dispiegamento in Ucraina ha fatto discutere: famosi – ma forse è più corretto dire famigerati – per la loro brutalità, sono guidati in battaglia dal loro leader Ramzan Kadyrov. O meglio, come vedremo, è quello che lui vorrebbe far credere.

Capo politico, generale, truce assassino ma soprattutto influencer, Kadyrov è il grimaldello perfetto per scassinare i meccanismi della propaganda ai tempi di TikTok.

Chi è Ramzan Kadyrov

Ramzan Kadyrov. Foto: Wikimedia Commons.

Kadyrov è il padrone – o meglio padrino – della Cecenia: l’unica cosa che lo contraddistingue da un qualsiasi boss mafioso è che, invece di essere il nemico dello Stato, lui è lo Stato.

È conosciuto per la brutalità con cui mantiene il potere, gestendo la Cecenia quale suo feudo personale e dispensando soldi e favori con un sistema basato sulla corruzione, il clientelismo e la violenza.

De jure la Cecenia è una repubblica della federazione russa; de facto Kadyrov ne è il sovrano assoluto, che con pugno di ferro ne tiene sotto controllo le spinte indipendentiste per conto di Vladimir Putin, l’unica persona a cui Kadyrov risponde e verso cui nutre una fedeltà che sfiora l’idolatria.

La cosa curiosa è che lui e il defunto padre Akhman Kadyrov durante la prima guerra cecena erano guerriglieri che combattevano contro la Russia.

Cambiarono bandiera con la seconda guerra cecena, vinta dai russi attraverso il massacro indiscriminato dei civili, soprattutto nella capitale Grozny. Il padre divenne il primo presidente della nuova Cecenia appena tornata sotto il controllo di Mosca, scelto da Putin in persona e con il quale, da lì in poi, sia lui che il figlio manterranno sempre un legame d’acciaio.

I ceceni in battaglia

Kadyrov, da grande alleato di Putin, ha risposto alla sua chiamata ai tempi dell’intervento russo in Siria, sfruttando i ceceni per operazioni di polizia grazie alla loro fede musulmana che li rendeva più adatti alla situazione.

Ma non c’è solo una Cecenia. Vari ex guerriglieri hanno partecipato al conflitto dalla parte dell’Isis, in larga parte combattenti collegati agli indipendentisti della seconda guerra cecena. Infatti, mentre la prima guerra fu in linea generale basata sul nazionalismo e l’indipendentismo, nella seconda l’aspetto religioso assunse un risvolto più marcato, portando a un coinvolgimento di tutto il mondo islamico.

le milizie cecene legate a Kadyrov si sono costruite la loro reputazione a causa della loro efferatezza, soprattutto nei confronti di civili inermi. Forgiate nell’agghiacciante teatro della seconda guerra cecena, hanno dato e continuano a dare prova di sé nella violenta repressione interna di ogni forma di dissenso.

Perché Kadyrov è famoso

Kadyrov è andato in Ucraina nelle vesti di braccio armato d’élite di Vladimir Putin (non è la prima volta, irregolari ceceni aiutarono l’insurrezione del Donbass nel 2014). Secondo lui i russi non sono abbastanza spietati, e per questo che lui avrebbe chiesto a Mosca di «chiudere gli occhi di fronte a tutto e consentirci di farla finita in un paio di giorni».

Considera sé stesso il «cane da attacco» di Putin e non perde occasione per rimarcarlo. È considerato il mandante di varie esecuzioni di oppositori politici di Putin, creando in passato alcuni imbarazzi per il Cremlino. Oppositori che non manca di minacciare a mezzo social, come fece con con Mikhail Kasyanov (ex collaboratore di Putin nei primi anni Duemila, poi rivale) di cui caricò un video su Instagram che lo ritraeva inquadrato dal mirino di un fucile di precisione.

Ramzan Kadyrov
Un fotogramma del video postato da Kadyrov.

Infatti, oltre alla brutalità e alla fama di tagliagole sua e dei suoi miliziani, Kadyrov è celebre per la sua febbrile attività di influencer. Pochi personaggi politici e ancor meno autocrati sanguinari possono vantare una tale popolarità e un così ampio numero di seguaci, nonostante sia stato bannato da Facebook e Instagram nel 2017 per aver minacciato di morte un quindicenne.

È una delle più potenti voci della propaganda putiniana. Ad esempio, all’indomani del ritiro alleato in Afghanistan, arrivò a definire i talebani «un progetto americano»

I fenomeni cognitivi legati alla propaganda di Kadyrov (e russa in generale)

La fama che si porta dietro un corpo militare è importante, perché mette in soggezione l’avversario ancora prima di ingaggiare battaglia. Ma non è la reputazione a vincere le battaglie: le guerre si vincono (soprattutto) con una logistica efficiente, un’efficace catena di comando, un buon equipaggiamento e un ottimo addestramento. Ne sanno qualcosa i famigerati parà d’élite russi della VDV, spazzati via a Hostomel da una milizia della guardia nazionale ucraina (ma addestrata dalla Nato).

La fama che circonda Kadyrov e i suoi miliziani è il risultato delle oggettive efferatezze compiute, ma è anche frutto di una serie di fenomeni cognitivi specifici, che ci portano a percepirli in maniera amplificata a livello emotivo. Gli stessi fenomeni sono traslabili sulla narrazione del Cremlino, che ha fatto ampissimo uso della partecipazione cecena al conflitto all’interno della propria strategia propagandistica.

Risk compensation

È l’effetto che ci porta a essere cauti quanto più il rischio di gravi conseguenze è plausibile. Kadyrov usa la brutalità sua e delle sue truppe come deterrente: il messaggio è “chi si mette contro di noi finisce male”. Questa basilare forma di minaccia circonda i ceceni di un alone di intoccabilità, pena le conseguenze cui sarebbero sottoposto chiunque volesse opporsi. «Colpirne uno per educarne cento», come diceva Mao.

Salience bias

Tendiamo a concentrarci su un singolo, eclatante aspetto che ci ingaggia dal punto di vista emotivo, tralasciando altri aspetti meno coinvolgenti ma altrettanto importanti. Nel caso dei ceceni, per esempio, ci concentriamo più sulla loro fama di tagliagole, stupratori, torturatori e saccheggiatori, piuttosto che sulla loro incapacità logistica.

Priming effect

Le prime informazioni a cui veniamo esposti tendono a influenzare la nostra percezione in misura maggiore delle successive. In altre parole, la prima impressione è quella che conta. È il motivo per cui le milizie di Kadyrov quando entrano in un nuovo teatro di guerra ci vanno giù molto pesante coi civili, da subito, al fine di fissare nelle persone una reputazione di gente senza scrupoli, con la quale è meglio non opporre resistenza.

Negativity bias

Tendiamo a ricordare con maggiore importanza chi ha un impatto negativo sulle nostre emozioni. Kadyrov è un maestro in questo: non perde occasione per ricordare che lui fa il lavoro sporco, che è il cane da attacco di Putin, che i suoi sono degli assassini spietati. Lo scopo è instillare paura, fissando meglio il ricordo di sé negli altri.

Testing effect

Tendiamo a memorizzare meglio un ricordo che richiamiamo in maniera attiva rispetto a uno che assimiliamo in maniera passiva. Che sia fatto in coscienza o meno, Kadyrov trae vantaggio da questo fenomeno: ogni volta che si riferisce alla mancanza di scrupoli dei suoi ravviva la nostra memoria, portandoci a recuperare in maniera attiva i ricordi di quando i ceceni si sono distinti per azioni efferate, come nella Cecenia stessa o in Siria, agevolando la memorizzazione delle emozioni correlate.

Semmelweis reflex

Siamo refrattari alle nuove informazioni che contraddicono i nostri costrutti mentali più radicati. Nel caso dei ceceni, tenderemo a percepirli come abili combattenti sulla scorta delle precedenti vittorie in teatri di guerra civile, ritenendo poco plausibile la loro débacle in uno scenario di guerra convenzionale di fronte alle truppe regolari ucraine che, addestrate con metodi Nato e rifornite di armamenti di gran lunga più moderni, sono in realtà in grado di tener loro testa con grandissima efficacia.

Suggestibility effect

È la tendenza a modificare il nostro comportamento sulla base di ciò che ci viene suggerito da altri. Ovvero, il nostro giudizio è influenzato da ciò che ci viene raccontato, in particolar modo se a farlo è qualcuno che percepiamo come autorevole. La propaganda russa e molti commentatori in Italia fanno di tutto per diffondere una percezione di esagerata invincibilità delle truppe cecene e delle forze armate russe in generale. Cosa non veritiera, come vedremo (e come abbiamo visto nei precedenti articoli).

Leggi anche: Il curioso caso del prof. Alessandro Orsini.

Continued influence effect

Una fake news, anche se smontata, influenza il nostro modo di pensare. È uno degli effetti più subdoli della disinformazione: credere a qualcosa e poi venire a conoscenza che si trattava di un falso non cancella del tutto l’effetto che ha avuto sul nostro pensiero, lasciando comunque un alone. Kadyrov fa un uso massiccio di fake news costruite ad arte, conscio che anche se smontate avranno comunque una certa efficacia.

Reiteration effect

Tendiamo ad assimilare come vera una notizia falsa per il solo fatto di essere stata ripetuta molte volte. Per dirlo con una citazione, «ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», Joseph Goebbels (no, non è sua).

La narrazione farlocca

L’assedio di Mariupol

A Mariupol i ceceni si sono trovati nel loro habitat d’elezione: la guerra urbana.

I combattimenti in città sono una brutta gatta da pelare, lo hanno dimostrato proprio i ceceni stessi a Grozny. Finì in un massacro.

Incapace di prendere Mariupol, Putin li ha quindi sguinzagliati in città a fare il lavoro sporco che lo urban warfare richiede, quantomeno nella concezione militare russa: metro per metro, casa per casa, si procede ad ammazzare qualsiasi cosa si muova, a far saltare in aria qualsiasi finestra possa ospitare un cecchino e qualsiasi porta possa nascondere una trappola, senza fare alcuna distinzione tra civili e militari. In altre parole, si riduce la città in cenere, abitanti compresi.

Funziona.

La resistenza ucraina a Mariupol, nel momento in cui questo articolo viene scritto, sta per essere eradicata (e con essa il famigerato battaglione Azov, che ha scelto di difendere Mariupol fino alla fine).

Si parla già di migliaia e migliaia di civili morti, ma quantificarli non sarà semplice, soprattutto finché la città rimarrà sotto controllo russo.

Non è tutto oro quello che luccica

I ceceni però hanno trovato pane per i loro denti. Mariupol era circondata, isolata e in balia dell’artiglieria e dell’aviazione russa che hanno riversato sulla città una pioggia di fuoco. Eppure ci hanno messo molto più tempo del previsto, nonostante lo smisurato vantaggio.

I russi in primis e i ceceni in secundis hanno fatto una enorme, pessima figura: la propaganda che dipingeva le forze armate russe come uno schiacciasassi e i ceceni come dei guerrieri invincibili si è infranta contro la realtà. Quasi due mesi di assedio per prendere una modesta preda: una città da meno di mezzo milione di abitanti a soli cinquanta chilometri dal confine. E per prenderla hanno dovuto raderla al suolo, sudando comunque sette camicie per conquistarne le macerie.

Alla luce di questo, il dubbio che Kiev fosse una preda troppo grande da ingoiare è tutt’altro che campato per aria.

Hostomel/Gostomel/Antonov

Nel fronte opposto, a nord, a febbraio un gruppo di ceceni (a detta di Kadyrov «i migliori combattenti della repubblica cecena») si diressero verso Kiev con l’obiettivo di fare «il lavoro sporco per Putin». Tra i compiti, l’assassinio del presidente ucraino Zelensky.

Salvo farsi prendere a legnate sui denti dalle truppe regolari ucraine già nei primi giorni del conflitto, continuando a farsi bastonare fino ai primi di marzo. Nonostante tutto, il 5 marzo le forze russe sono riuscite a prendere il controllo di Hostomel, impedendo agli abitanti di fuggire. Durante l’occupazione i ceceni si sono distinti per le esecuzioni sommarie dei civili e i saccheggi.

Leggi anche: Bucha, troppo sangue da lavare via: la propaganda, smontata.

È comunque durata poco. Il 16 marzo gli ucraini hanno lanciato una controffensiva, che nel giro di poco tempo ha portato alla ritirata russa, questa volta definitiva.

TikTok propaganda

Il signore della guerra (da poltrona)

Il 14 marzo Kadyrov affermò di essere entrato a Hostomel. Molti sospettano che si tratti di una fake news, costruita ad arte da lui stesso: a poche ore dalla sua presunta visita al fronte è stato avvistato a Grozny, capitale cecena, il che rende molto improbabile il viaggio in un teatro di guerra in così poco tempo.

Addirittura, su Twitter molti sospettano che non abbia mai messo piede in Ucraina dallo scoppio della guerra (cosa che nemmeno i russi confermano o smentiscono).

Nei suoi video “dal fronte” mostra le sue truppe sempre freschissime, ben vestite, lustre, senza il minimo segno di sporco o di stanchezza. Materiale che sembra girato apposta per andare su TikTok e non un documentario da un campo di battaglia.

Kaydrov ha capito più di tutti che la guerra è anche nel consenso (anche se poi le battaglie si vincono comunque sul campo, non sui social).

Al di là dello sfrenato culto della personalità che ha imposto in patria, in un mese e mezzo di conflitto ha duplicato i follower dei suoi canali producendo una valanga di contenuti.

Ramzan Kadyrov
Chi non andrebbe al fronte con le Prada ai piedi?

Anche quando è in tenuta “da combattimento” ostenta un abbigliamento costoso, per certi versi più adatto alla settimana della moda che alla linea del fronte, ma l’importante è che si parli di lui, nel bene e nel male non importa. E ci riesce.

Leggi anche: Tecniche di propaganda: il caso Meloni-Financial Times.

Il rapporto con i giornalisti e i generali

Molti giornalisti russi infatti lo adulano, consci della popolarità di cui gode. La giornalista russa Tina Kandelaki lo ha elogiato senza mezzi termini, complimentandosi per la sua capacità di produrre contenuti ingaggianti e sostenendo che in Ucraina stia facendo un lavoro migliore dei giornalisti stessi.

Kadyrov ricopre il grado di tenente generale nelle forze armate russe. I suoi superiori faticano a contenerlo e si adattano alla sua popolarità quando sono davanti alle telecamere, salvo rimetterlo in riga quando si tratta di comandare. Questo è ben visibile con il generale Mordvichev, che comanda l’ottavo corpo d’armata in Ucraina, come si vede nei video qui sopra.

La co-dipendenza con Putin

La volontà di Kadyrov di costruirsi l’immagine del leader nobile e indomito al fianco delle sue truppe cozza con la realtà di un uomo dall’ego smisurato, privo della benché minima moralità, accentratore. Caratteristiche che in larga parte condivide con Vladimir Putin, a cui è legato a doppio filo.

La loro simbiosi è totale: Kadyrov propugna il culto della personalità di Putin in maniera pervasiva e gli garantisce il controllo di quella spina nel fianco che è la Cecenia, mentre per Putin Kadyrov è il braccio armato, fedelissimo e letale, e vede in lui una delle poche persone su cui può contare (o, quantomeno, di cui può dubitare in misura minore rispetto agli altri).

Ciò non toglie che con le sue manie di protagonismo e la sua avversione alle regole Kadyrov si è creato un numero smisurato di nemici sia dentro che fuori la Russia.

Sarà capace di sopravvivere al suo mentore o lo seguirà, nel bene e nel male, nel suo destino?

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Pubblicato da Giacomo Stiffan

Classe '83, nato e cresciuto nel profondo nordest. Ho una formazione atipica, che copre vari interessi: dal mio principale ambito di studi — le lingue — alla scienza, dall'economia alla politica. La mia innata curiosità mi porta ad approfondire una moltitudine di argomenti diversi, con il fine di metterli in connessione tra loro per trovare inedite associazioni. Amo scrivere di politica estera, principale argomento che tratto su theWise Magazine. Altri ambiti di interesse giornalistico sono la scienza in generale, la sanità (in particolare quella pubblica e la sua relazione con la politica), la pop culture e, chiaramente, la linguistica e il suo intrinseco legame con la Storia. Ho un debole per la difesa dei diritti civili, ambito per cui nutro molto interesse.

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