Implacabile come un saldo marchingegno a orologeria, Allen non smentisce la sua media di un film all’anno che mantiene già dagli inizi della sua carriera registica e torna in periodo natalizio con La ruota delle meraviglie. La sua inconfondibile verve nevrotica e scoppiettante ha costituito il suo periodo d’oro, che è rimasto nel secolo scorso. Pur essendo la sua filosofia pessimista fondamentalmente immutata, nei tempi più recenti ha progressivamente abbandonato la modalità delle gag fulminanti in serie, preferendole un tono più ammorbidito, tenue e soffuso, talvolta malinconico. Gli esiti sono altalenanti, ma un certo vigore torna ad esempio nella splendida illusione di Midnight in Paris (2010) o nel penetrante studio psicologico di Blue Jasmine (2013). Con quest’ultimo La ruota delle meraviglie condivide un ritratto femminile sfaccettato e senza sconti e – dopo il successo di Cate Blanchett – affidato nuovamente a un’altra grande attrice, Kate Winslet. Allen torna in una terra d’infanzia già mostrata in Io e Annie, Coney Island, negli anni Cinquanta per raccontare una storia di saliscendi emozionali, tra sogni appena sfiorati e brusche disillusioni.

La ruota delle meraviglie
Da sinistra Richie (Jack Gore), Ginny (Kate Winslet) e Humpty (Jim Belushi).

Routine confinanti

In Io e Annie Coney Island si intravedeva perlopiù dalle finestre della casa del piccolo Alvin, un luogo che minava i nervi del bambino per via del trambusto terremotante delle montagne russe e allo stesso tempo solleticava la sua confusione tra fantasia e realtà. La protagonista di La ruota delle meraviglie, Ginny, soffre una situazione analoga. Rivive dal passato storico – tanto caro all’ultimo Woody Allen – il parco di divertimenti tipico di questo quartiere, in cui questa ex-attrice lavora come cameriera insieme al secondo marito Humpty. Presso la Wonder Wheel e gli stabilimenti adiacenti infatti si può comprare un piacere effimero a basso costo. Folle di corpi puntellano la spiaggia, gli schiamazzi costanti e il rumore della Wonder Wheel trapanano il cervello di Ginny, che concepisce il suo lavoro e anche la sua casa attuale come un’emicrania infernale a intermittenza. Vorrebbe fuggire da un parco diventato simbolo del suo presente insoddisfacente, ma è ingabbiata in una situazione economica e personale che la limita a oscillare nervosamente entro pochi metri. Allen per rendere i confini angusti dei personaggi sceglie una struttura di tipo teatrale. Molti degli screzi tra i personaggi avvengono in un palco consumato: la casa di Ginny e Humpty davanti alla Wonder Wheel entro cui tutte le frustrazioni s’addensano intossicando l’atmosfera e dove ogni personaggio che entra in scena finisce per ripetere battute e situazioni senza una via d’uscita. Questo schema circolare non contamina soltanto il presente circostanziale, ma si allarga a un percorso di vita di Ginny ben più ampio, secondo un’ironia della sorte. Infatti un errore fatale macchia il suo passato, facendola scivolare da una miniera affettiva e professionale di lustro verso un presente di decadenza, nostalgia e stridore. Nel momento in cui incontra e si innamora di un giovane bagnino e aspirante drammaturgo, Mickey (Justin Timberlake), il fulgore della novità sembra rianimarla e darle nuove speranze per il futuro, ma la relazione extraconiugale è turbata da un nuovo arrivo, la figlia dal primo matrimonio di Humpty, Carolina (Juno Temple). Così una seconda possibilità ricavata con fatica sembra venir risucchiata da una beffarda concatenazione di casualità che rischia di ripagare la colpevole con la stessa moneta.

La ruota delle meraviglie
Carolina (Juno Temple).

Le luci di Storaro

Allen dopo Café Society collabora ancora con il direttore della fotografia Vittorio Storaro, che dà un importante valore costitutivo, non semplicemente aggiunto, a La ruota delle meraviglie. In entrambi i film citati Storaro rivitalizza il cinema alleniano di gusto retrò, portando a galla attraverso un’illuminazione artificiale di sottili e costanti variazioni cromatiche, come in un caleidoscopio, delle emanazioni interne dei personaggi o delle loro dinamiche interrelazionali, riflettendole nell’ambiente circostante (come accadeva a Kristen Stewart in Café Society, sempre circonfusa di un alone luminoso). Anche La ruota delle meraviglie, in fondo, è firmato non da un autore, bensì due, confermando che Allen-Storaro può essere un nuovo sodalizio fruttuoso. Se la luce è proiezione intensa, allora Storaro non fa che tradurre i desideri dei personaggi, i loro aneliti, oltre che le evanescenze delle speranze e dei sogni davanti alla violenza del giorno e della realtà, il cui status quo torna, aspettandoli al varco come una catena ferrea. Nella tavolozza di Storaro ci sono l’arancio e il rossastro del crepuscolo delle passioni: la rievocazione nostalgica di Ginny del suo grande amore passato e della sue carriera d’attrice, che hanno incoronato il picco della sua vita, fanno sì che agli occhi dell’ascoltatore Mickey questi colori tornino a rivestirla e scoprano un’altra Ginny, migliore, più viva, ringiovanita, sovrapposta al corpo slavato dell’oggi. C’è anche la freddezza lunare del bluastro: si diffonde dalle stanche onde dell’ambiente marino, dalle luci notturne del parco, ma rendono anche un momento di transizione da una passione intensa alle inquietudini della malinconia che sente già il pericolo di una nuova perdita e della fine di un fulgente capitolo. E ancora si alterna la luce biancastra della gretta vita quotidiana, che scopre traditrice le rughe e altri segni irreversibili del tempo, carico di errori e rimpianti. Rivestendo enti esterni delle sfumature tonali dei vari ego in preda ai più disparati umori, Storaro sottolinea queste passioni come trasfusioni. Ginny non inciampa semplicemente in un nuovo amore, ma il suo sogno di tornare alla ribalta è teso sin dal principio, aspetta istericamente di trovare l’incarnazione in qualcuno. Al pari della continua mutevolezza delle luci, si tratta di elettrizzazioni effimere, instabili più che sentimenti duraturi, condizionati dalla propria visione del mondo e dalle proprie attese, scrivendo sul volto degli altri in una propria lingua.

Il triangolo amoroso tra Ginny, Mickey e Carolina è segnato da abbagli e amori a prima vista. Infatti si contrappone un fulmine che è l’apparizione eterea di Carolina agli occhi del romantico Mickey a una conoscenza più certa dell’altro, ma progressivamente meno passionale, che è il rapporto avviato da pochi mesi tra Mickey e Ginny. Così anche Ginny vede Carolina sotto l’influsso umorale della sua gelosia e la sua smania di conservare un possedimento affettivo, senza curarsi di non calpestarla con il proprio egocentrismo ed egoismo. Allen ha fondato un’intera filmografia sull’instabilità e irrazionalità dei sentimenti, che qui forse non trova una vera novità, ma un ulteriore campione di esempio. Il punto più innervato è rappresentato dall’inspiegabile istinto distruttivo e piromane del figlio di Ginny, Richie, che appicca continuamente fuochi senza fornire motivazioni. Si tratta della manifestazione visuale più pura di un moto che anima in verità tutti i personaggi, fino a nodi morali scottanti, raggiunti in balia delle proprie urgenze e senza pensare alle conseguenze dei propri gesti. Infatti è proprio Ginny a chiedere a Mickey, confidando nella sua sensibilità di intellettuale, se la tragedia della nostra vita è una forza oscura che si abbatte su di noi dall’alto, come in un dramma classico, oppure è imputabile interamente al nostro operato. Ginny è una donna che vive profondamente calata nel suo nugolo di sentimenti e allo stesso tempo, affidandosi a moti istintuali, anche al di fuori di sé, sempre in balia tra incoscienza e coscienza dei propri atti, tanto da darle l’impressione di essere governata da delle forze e non di governarsi.

Inscenare storie

Allen inoltre, dopo aver guardato a Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams per il suo Blue Jasmine, riporta suggestioni teatrali non solo nella struttura spaziale di La ruota delle meraviglie, ma anche nei suoi riferimenti culturali e nelle ambizioni dei suoi personaggi. Lo stesso film si apre come una narrazione da parte di un personaggio agente nella stessa storia, Mickey, oscillando tra una coscienza dei fatti narrati appena un poco successiva e il suo assistervi e parteciparvi invece mentre accadono, che ricorda tanti altri film del regista. Mickey, aspirante drammaturgo, articola per lo spettatore una storia, in cui Ginny e Carolina, ad esempio, desiderano intraprendere nuovi ruoli per la propria vita e trovano proprio in lui un motore di promesse. Non mancano citazioni a testi teatrali narranti proprio le prigionia intossicata di una certa medietà statunitense quasi contemporanea, quella di Eugene O’Neill ad esempio, la cui opera è spesso imperniata sulla condizione umana come lotta strenua e destinata all’insuccesso, ad un’amara e sonora sconfitta, non dissimilmente da Tennessee Williams e dai suoi personaggi colmi di desideri brucianti e un presente polveroso. In essi, dipendenze e vizi come l’alcolismo battono sui nervi dei personaggi, dati dal bisogno di oblio, che accomunano Ginny e Humpty. Allen crea parallelismi geometrici: se Humpty e Ginny sono due figure speculari, nonostante le differenze caratteriali che li distanziano, Mickey e Carolina invece sono uniti dalla lievità della gioventù; il primo è ancora ingenuo e idealista e vive di sogno, senza il fumo di un passato sulle spalle, mentre la seconda si fa guidare dalla forza dei proprio sentimenti senza compromessi e con una volontà risanatrice di chi ha ancora davanti tanto da vivere e vuole viverlo. Mickey cerca i suoi miti letterari-romantici nelle donne che incontra, vuole sentire storie di vita “vera”, condizionato dalle amplificazioni leggendarie dell’umanità date dai grandi autori. Ginny, raccontandosi, percepisce se stessa e il mondo come un palco in cui recitare una parte, lasciarsi assoggettare dai suoi sentimenti per farne scaturire melodrammi declamati, a volte in una completa solitudine. Anche nei momenti in cui l’altrove romantico distacca Ginny dai luoghi della routine, in compagnia di Mickey, lo scenario è assolutamente finto: un giardino cinese ricostruito e dissonante nel complesso architettonico americano, come se fosse a sua volta un teatrino zen arrangiato secondo i confini però ben stretti di Coney Island. In esso si parla di futuri drammi con Ginny come protagonista e Mickey come autore, ma il pessimismo alleniano grida alla loro artificialità e fa presentire la loro scarsa possibilità di realizzazione, in un’altra tipica dinamica tra illusioni e disillusioni. Pur cercando disperatamente nuove storie, non si scampa da un ciclo ineluttabile e domestico. La vena tragicomica di Allen esce anche nelle tensioni dei suoi personaggi, che spesso, abbagliati dal bisogno di una parte, perdono momentaneamente il senso del ridicolo, poiché inevitabilmente umani. Quello offerto dalla pregnante interpretazione di Kate Winslet è un altro personaggio femminile messo a nudo dall’ironia comunque empatica di Allen. Prestato dalla grande tradizione letteraria citata, in Ginny meschinità e delicatezza si mischiano, rendendo impossibile una qualsiasi contrapposizione manicheista tra benigno e maligno. Si lotta per sopravvivere e rischiando di ledere la libertà altrui, cercando di smentire un esito già scritto, a costo di non vedere, negare l’evidenza, per un impulso inalienabile di umanità intensa.