Tra le varie specie di uccelli che popolano l’ecosistema terrestre, ce n’è uno diffuso prevalentemente negli Stati Uniti e in Canada. È noto come mockingbird, “uccello beffeggiatore” o “mimo”. Un nome curioso, dovuto al fatto che le sue spiccate capacità vocali gli consentono di imitare fedelmente i versi di molti altri uccelli. Sostanzialmente, non fa nulla di male: lui e i suoi simili «non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio niente, cinguettano soltanto. Per questo è peccato uccidere un merlo [ovvero un “mimo”, N.d.R.]». Uccidere un merlo, To Kill a Mockingbird: questo il titolo originale de Il buio oltre la siepe, romanzo del 1960 che valse alla sua autrice, Harper Lee, il premio Pulitzer – e che vanta una trasposizione cinematografica resa notevole dalla magistrale interpretazione di Gregory Peck (To Kill A Mockingbird, 1962). Come in molti altri casi nella storia della letteratura – o della traduzione letteraria – il titolo italiano differisce notevolmente da quello originale; stavolta però la differenza si gioca solo sul piano strettamente semantico, non su quello dei contenuti. C’è un legame strettissimo tra il dovere di non uccidere un merlo – ovvero, un innocente – e la paura di affrontare il buio e guardare oltre la siepe, quella che separa la propria casa dal portico del vicino, il proprio mondo da quello dell’altro. Per comprendere appieno la natura di questo legame bisogna arrivare all’ultima pagina del romanzo, il cui arco narrativo copre gli anni centrali dell’infanzia dei protagonisti, i più salienti per la loro crescita morale e spirituale.

Il buio oltre la siepe
Terza edizione italiana (Feltrinelli, 2013).

Maycomb, Alabama, 1932. Atticus Finch, penalista, vedovo, padre di due bambini, si divide tra lavoro e famiglia. Un giorno, il giudice della contea gli affida d’ufficio la difesa di un uomo di colore, Tom Robinson, accusato di violenza carnale ai danni di una ragazza bianca. Il caso, di per sé banale, è reso intricato dalla natura delle parti in causa, che rende inaccessibile una verità altrimenti scontata. Tutte le prove raccolte – così come le contraddizioni emerse durante gli interrogatori e i contro-interrogatori del processo – dimostrano, infatti, che l’imputato non è colpevole del reato a lui ascritto. Ciò nonostante, dimostrare la sua innocenza non servirà a scagionarlo, ma solo a mettere gli abitanti di Maycomb dinanzi alla propria ipocrisia. È questa la vera rivoluzione di Atticus Finch, uomo integerrimo e pienamente votato alla difesa della giustizia. Egli sa bene di muoversi in un contesto apertamente ostile, abitato da uomini incapaci di valutare oggettivamente la realtà, la cui mente è offuscata dall’odio e dal pregiudizio. Eppure, Atticus porta avanti la sua battaglia fino alla fine, accettando il rischio di esporre la propria famiglia a pettegolezzi e ritorsioni. La sconfitta è certa ma lui non cessa di avere fiducia: «Non è una buona ragione non cercare di vincere per il semplice fatto che si è battuti in partenza», insegna alla giovane Scout, sua secondogenita e voce narrante del romanzo. E ancora: «Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede».

Il buio oltre la siepe
Gregory Peck è Atticus Finch in “To Kill A Mockingbird” (R. Mulligan, 1962).

Non è solo la remota speranza di una vittoria in appello, però, che spinge Atticus a imbarcarsi nell’impresa. C’è una ragione più profonda: egli è consapevole che solo accettando di assumere la difesa dell’imputato – solo facendo tutto ciò che è umanamente possibile per aiutarlo – potrà mantenere il rispetto di sé stesso e degli altri e continuare a essere un buon cristiano. «Questo di Tom Robinson», afferma, «è un caso che tocca direttamente il vivo della coscienza di un uomo… non potrei andare in chiesa a pregare Dio se non tentassi di aiutare quell’uomo». Del resto, «la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza». Indipendentemente dal verdetto finale, Atticus sa che potrà continuare a definirsi un uomo di valore solo impegnandosi al massimo, fino a mettere in gioco ciò che ha di più caro. E così avviene: Scout e suo fratello Jem non possono che subire la cattiveria dei compagni di scuola e degli adulti – familiari, amici, conoscenti. La voce del popolo parla chiaro: il giorno in cui ha deciso di difendere un nero, Atticus si è macchiato di un grave peccato, di una vergogna senza rimedio. Agli occhi di Maycomb egli è ormai soltanto un “negrofilo”, che finirà per trascinare nel fango la sua famiglia. Ma la vera minaccia per Scout e Jem non sono le malelingue del paese, quanto chi, nel corso del processo, sarà duramente colpito nei suoi interessi e nella sua reputazione dalle affilate arringhe di Atticus: Bob Ewell. L’uomo che spera, e anzi crede fermamente, di riuscire a mandare Tom Robinson sulla forca.

Perché ne sia così convinto, è presto detto: «nei tribunali segreti dei cuori degli uomini, [Atticus] non aveva alcuna probabilità di vincere». Bob Ewell lo sa bene, e sa di avere dalla sua oltre un secolo di ostilità e pregiudizi nei confronti della comunità nera. Maycomb – sineddoche della società dei bianchi – presenta infatti due anime. La prima è quella di facciata, che si fa un vanto del proprio progressismo ed è racchiusa nelle parole della maestra di Scout, che nelle sue lezioni di storia afferma con orgoglio: «Noi siamo una democrazia e la Germania è una dittatura. Qui da noi non si perseguita nessuno». La seconda, quella più dolorosamente autentica e ancora legata ai retaggi dello schiavismo – abolito, del resto, meno di un secolo prima – è quella rivelata dalla cattiveria e dall’insofferenza di Maycomb; una spirale di odio e livore, che coinvolge quasi tutta la contea e di cui Atticus Finch, Tom Robinson e le loro famiglie diventano il bersaglio. Tutti sanno che il processo dovrebbe risolversi in un’assoluzione, ma nessuno è disposto ad ammetterlo; Maycomb non accetta che la parola di un nero possa prevalere su quella di un bianco, a dispetto di qualunque evidenza, di qualunque possibile argomentazione razionale. «Perché poi i cosiddetti benpensanti», osserva Atticus, «diventino pazzi furiosi quando succede qualcosa in cui è implicato un nero, è una cosa che ho rinunciato a capire.»

Il buio oltre la siepe
Atticus (Gregory Peck) e Scout (Mary Badham) durante una lezione di lettura.

Sembra dunque abbattersi una maledizione su tutti coloro che si trovino implicati, più o meno direttamente, in questa vicenda. Come per effetto di un’ipnosi collettiva, nessuno riesce più a impiegare il proprio buon senso, a tenere la testa sulle spalle, a essere obiettivo. E tutto perché a essere implicato nel caso in questione è un esponente della razza negra, intrinsecamente e irrimediabilmente inferiore. Quella di Harper Lee è una delle prime parabole letterarie del Novecento sul tema del razzismo, sui suoi danni e sulle sue contraddizioni. Un romanzo reso ancora più prezioso dal fatto di appartenere a un contesto storico controverso, infiammato dalla questione razziale. La prima pubblicazione, si è detto, è del 1960; solo cinque anni prima Rosa Parks si era rifiutata di cedere il suo posto a un bianco su un autobus – episodio che ebbe luogo proprio a Montgomery, capitale dell’Alabama, citata più volte nel romanzo e distante poche miglia dall’immaginaria contea di Maycomb (che ha il suo corrispettivo reale in Monroeville, città natale di Harper Lee). Quattro anni dopo, nel 1964, Martin Luther King verrà insignito del premio Nobel per la Pace, e nel 1968 verrà assassinato a Memphis.

L’ideale di uguaglianza e libertà, fulcro di tutte le dottrine antirazziste, costituisce il cuore pulsante dell’opera di Harper Lee e ben si rivela in uno dei passaggi fondamentali dell’arringa di Atticus Finch: «C’è una cosa, nel nostro paese, di fronte alla quale tutti gli uomini furono davvero creati eguali: un’istituzione umana che fa di un povero l’eguale di Rockefeller, di uno stupido l’eguale di Einstein, e di un ignorante l’eguale di un rettore d’università. Questa istituzione, signori, è il tribunale».

Il buio oltre la siepe è dunque un romanzo di fortissima attualità rispetto all’epoca in cui si colloca. Negli anni Sessanta parlare di razzismo non è mera retorica; è una scelta coraggiosa. La voce di Harper Lee è la cronaca di una battaglia di civiltà dagli esiti tutt’altro che scontati. Esiti che, forse, possono dirsi pienamente compiuti solo di recente, e più precisamente a partire dal 2009, quando la carica di Presidente degli Stati Uniti è stata ricoperta – per la prima volta nella storia – da un afroamericano.