Alt-right, il pericolo dentro e fuori la rete

Il dramma della “bolla di filtraggio”

Se c’è un valido motivo per cui ritenere internet una dipendenza, questo è sicuramente la sua complicità nel trattenerci dall’abbandonare lo schermo: ogni notizia, ogni pubblicità, ogni forma di effimero intrattenimento è rigorosamente conforme alle nostre esigenze, in perfetta simbiosi coi nostri gusti. Ultimamente, la questione privacy sui social media ha fatto discutere parecchio: la memorizzazione di dati sensibili per l’identificazione e l’accesso a profili privati, o ancora il meccanismo cookie per il tracciamento del comportamento dell’utente attraverso le ricerche effettuate, sono solo alcuni dei nodi su cui la giustizia e la pubblica opinione hanno recentemente ripreso a dialogare. E se da un lato un tale sistema di associazioni di pensieri e contenuti rende l’esperienza telematica senza dubbio più godibile, dall’altro produce una bolla invalicabile di armoniosa concordia tra individui simili che disimparano gradualmente il confronto con l’opinione opposta: uomini accomunati dalle medesime idee, fomentati da un feedback che mai viene meno alle loro aspettative, prendono inevitabilmente a coalizzarsi contro un potenziale nemico comune. Caso paradigmatico di questo genere di “comunità” chiusa nella sua bolla di filtraggio è il fenomeno americano dell’Alt-right.

L’ambiente dell’Alt-right – non a caso – combacia con l’insieme di quei siti di massa (già precedentemente elencati nell’introduzione al fenomeno SJW) che fungono perfettamente da vespaio per la crescita di questi movimenti: in primis, sono tutti sostanzialmente basati sul nucleo di una “bacheca” a scorrimento verticale, continuamente aggiornata in funzione di un algoritmo in grado di selezionare attivamente i risultati adeguati per l’utente, affinché questi rispecchino in tutto il suo punto di vista; a seguire, nel contesto di un ipotetico confronto, favoriscono l’unilateralità dello scambio spogliando il discorso di tutti quegli elementi fondamentali come le tempistiche di replica, i toni di voce e la partitura fisica; ma cosa più grave, in virtù di un’utenza complessivamente troppo ampia per essere adeguatamente monitorata, godono – neanche fossero parlamentari – di un’inammissibile tutela per le opinioni espresse: grazie all’escamotage dell’anonimato (o meglio del profilo falso) o alla possibilità di poter tempestivamente ritirare le proprie dichiarazioni semplicemente cancellandole, la suburra della “sezione commenti” si è trasformata in un continuo susseguirsi di insulti e minacce in grado di vanificare intere discussioni. Ed è proprio quest’ultimo uno dei principali obiettivi dell’Alt-right, ossia quello di identificare un particolare nodo informatico – di sinistra – (pagina, forum o sezione commenti di un post) e bombardarlo di violenze verbali dando pieno sfogo al proprio disadattamento sociale ma riuscendo, ciononostante, a costringere il dibattito alla degenerazione.

Etimologia e costituzione

Etimologicamente, il termine Alt-right è un semplice accostamento tra la forma abbreviata di alternative e right, letteralmente “destra alternativa”, una locuzione che descrive appropriatamente il ruolo assunto dal movimento politico americano: presentandosi appunto come un’alternativa estremista alla proposta repubblicana se non addirittura come una “nuova destra”, l’’Alt-right si costituisce quale consuntivo di tutte le peggiori sfaccettature del paleo-conservatorismo a stelle e strisce; e i suoi componenti non esitano a ricoprirsi di ridicolo quando – come deducibile dalle esternazioni collezionate sul Web – affermano che, in una società che combatte per i diritti dell’immigrato, dell’omosessuale, dell’ebreo e della donna, l’unica vittima del nuovo millennio è l’uomo bianco degradato erroneamente a despota del mondo occidentale. E non a caso, la stragrande maggioranza dei membri di questa comunità informe, ancor prima delle opinioni dei compagni di rete, condivide le posizioni misogine e machiste, suprematiste e razziste, bigotte e omofobe, talvolta antisemite se non antisioniste, proprie dei movimenti neo-confederati secessionisti o del Ku Klux Klan.

La presidenza Trump: Spencer e Bannon

Benché si parli di una destra radicale cresciuta in antitesi al moderatismo repubblicano, è di fondamentale importanza sottolineare la pretesa – non del tutto infondata – dell’Alt-right di essere in linea con l’attuale politica della Casa Bianca. Sebbene non sia completamente chiara la natura delle implicazioni tra la presidenza e il movimento, lo stesso non si può dire del consenso elettorale che Trump ha indiscutibilmente raccolto fra le schiere di questa sgradevole compagine. Lasciano, ad esempio, ben poco all’immaginazione le parole del suprematista bianco Richard Spencer, figura di spicco nell’ambiente Alt-right nonché presidente e direttore esecutivo del National Policy Institute, un’organizzazione di lobbying che, fin dalla sua fondazione, ha da sempre condiviso l’odio per i liberal-democratici e il desiderio di rinascita di un partito repubblicano più vicino alle esigenze dell’americano “WASP” (white-anglosaxon-protestant): durante la sua esposizione ad una Alt-right convention tenutasi a Washington D.C. nel novembre 2016, l’attivista, in un atto che a stento può definirsi goliardico, ha esordito con la frase «Hail Trump, hail our people, hail victory!», un’esclamazione cui il pubblico non ha esitato a replicare con il saluto nazista.

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Il presidente e direttore esecutivo del National Policy Institute nonché fondatore di altright.com, Richard Spencer.

E se da un lato è l’idiozia di quella fetta di elettorato ignorante e retrogrado a corroborare le tesi democratiche che vedono Trump come messia di un nuovo estremismo, dall’altro sono i nomi del direttivo stesso a minare la credibilità del presidente. Primo fra tutti, Steve Bannon, l’ex White House Chief Strategist nonché ex presidente della Breitbart News: nata come risposta di destra all’Huffington Post, la suddetta agenzia di stampa ha sostenuto assiduamente la campagna elettorale di Trump non solo con articoli e pop-up pubblicitari, ma anche con fake news (vizio a cui non ha rinunciato neanche a elezioni concluse, basti pensare all’articolo dello scorso ottobre che incolpava un immigrato di aver appiccato il terribile incendio di Sonoma, meglio noto come Northern California firestorm, che ha consumato buona parte della West Coast meridionale), complottismo (asserzioni ingannevoli riguardo i supposti collegamenti tra la Clinton e l’ISIS) e contenuti più in generale xenofobi, divenendo in breve tempo la piattaforma virtuale di riferimento per l’Alt-right trumpista.

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L’ex direttore di Breitbart News ed ex White House Chief Strategist, Steve Bannon.

Fuori dal Web: Charlottesville e l’A12

Se si è folli – o faziosi – abbastanza da non voler ostacolare concretamente questo genere di associazioni online per natura inclini allo scontro, bisogna poi fare i conti con le conseguenze “offline”: se difatti alla rete – libera e anonima – compete il processo di radicalizzazione di questi soggetti, alla strada spetta l’onere di palcoscenico per proteste, marce e, in ultima istanza, guerre. È il tragico caso del cosiddetto A12 (12 agosto 2017), ma andiamo con ordine.

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La marcia di Charlottesville in tutto il suo “colorito” splendore.

Lo scorso 11 agosto, si è tenuta per le strade di Charlottesville un’adunata di varie centinaia di persone conosciuta col nome di Unite the Right rally, un evento di portata nazionale a cui hanno partecipato varie personalità dell’Alt-right, ma anche esponenti del Ku Klux Klan e dei movimenti neo-confederati secessionisti da sempre presenti nei territori del Virginia. La sommossa, correlata di vari cartelli sloganistici, mani a paletta, bandiere confederate, svastiche e croci celtiche, si opponeva alla decisione del consiglio comunale di rimuovere la statua dedicata al generale sudista Robert Lee (una presa di posizione difficilmente riconducibile all’avversione per l’iconoclastia in generale). Le violenze hanno avuto inizio col convergere di un corteo anti-razzista nell’area di protesta della marcia suprematista, con un bilancio iniziale di 30 feriti. Il mattino seguente, preoccupato per la piaga presa dalla manifestazione, l’allora governatore Terry McAuliffe ha provveduto a dichiarare lo stato d’emergenza cosicché la Virginia State Police potesse a sua volta dichiarare ufficialmente l’illegalità del tumulto cittadino. Ma nonostante i tentativi di contenimento, James Alex Fields Jr, un giovane membro del rally suprematista consumatosi il giorno precedente, punta con la sua auto verso il corteo dei contro-manifestanti per investirli, una mostruosità costata 19 feriti e un morto.

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L’attentatore di Charlottesville, James Alex Fields Jr.

Una tragedia, quella di Charlottesville, che bisogna avere la perspicacia e la prontezza di considerare come il primo atto di uno scempio potenzialmente più ampio, piuttosto che l’apice fugace di un movimento in fase discendente. Perché l’Alt-right è la conclusione mai voluta alla premessa del sogno americano, la manifestazione di una base legale debole e superficiale: l’America dei diritti a tutti i costi, l’America della licenziosità illimitata, in particolare l’America del primo e secondo emendamento, è ora costretta a confrontarsi con la sua stessa progenie, ossia un’organizzazione pseudo-nazista ramificata in ogni angolo del “far Web”, figlia della tutela della libertà di espressione ed associazione come del libero (e mai troppo regolamentato) armamento. Questo è il paradosso del garantismo, un perpetuo cessare il fuoco contro le minacce in attesa che queste forniscano un valido motivo per essere considerate realmente pericolose, un cortocircuito a salvaguardia dell’illegalità e della paura che non perde occasione per ricordare all’uomo la sua fallacia.

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