Prima gli italiani, ovvero l’incoerenza programmatica

prima gli italiani
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«Prima gli Italiani». È un’espressione forte: tre parole che possono suggerire l’orientamento politico, le priorità esecutive e – perché no – un principio di incostituzionalità e discriminazione etnica. Ma non è solo il valore astratto della locuzione che deve interessare a chi si fa fregio di pronunciarla, quanto la promessa di soluzione che questa costituisce nella mente – mai abbastanza disillusa – dell’elettore. «Prima gli Italiani» è uno slogan semanticamente complesso, e questo Matteo Salvini lo sa bene: quel “prima”, che nell’immediato sembra un semplice avverbio a introdurre una disparità di trattamento tra il più e il meno autoctono, ha preso a indicare la linea politica dell’amministrazione Verde a prescindere che questa si stia realmente confrontando con fenomeni esterni all’unità nazionale (Europa e Immigrazione in primis). Nell’ottica frazionista promossa dal populismo, che crea controllo sociale attraverso l’identificazione di un nemico dal quale differenziare e difendere la sua base sociale, non mancherà occasione per esaltare la “vera” italianità anche quando contrapposta a entità tutt’altro che straniere: contro la vaccinazione obbligatoria, “prima l’interesse degli italiani che delle aziende farmaceutiche”; contro la rimozione dei simboli sacri per richiesta non di musulmani ma di atei, “prima la tradizione degli italiani che le pretese delle minoranze”.

Questo il genere di rivendicazioni cui sono soliti alludere il ministro dell’Interno e tutta la schiera di sostenitori appresso, nonostante la poco opinabile nocività della prima o la discutibilità giuridica della seconda.

La scienza democratica

«Chi più della mamma e del papà hanno a cuore la salute dei loro figli?», o ancora «[…] vaccinare perché si sceglie di vaccinare, non perché qualcuno ha sovieticamente imposto di farlo». Contando che il più di queste bizzarre esternazioni è introdotta dal breve quanto significativo preambolo “sono padre di due bambini”, diventa particolarmente difficile distinguere, almeno nelle modalità espressive, il segretario della Lega Matteo Salvini (benché questi abbia espressamente provveduto alla vaccinazione dei propri figli) da una c.d. “mamma informata”.

Viviamo in un’età della sfiducia (peraltro rinvigorita dalla disinformazione telematica), un fenomeno specchio della “magagna” che contraddistingue ogni filo del tessuto sociale italiano: evasione fiscale, criminalità organizzata, infrastrutture in calcestruzzo scadente, soldi spariti nei partiti e nelle banche. Basta una voce di corridoio o un’inchiesta giornalistica poco affidabile e il morbo del facile dubbio si diffonde irreversibilmente e partorisce ogni sorta di supposizione senza curarne la fondatezza. Ed è proprio questo che successe nel 1998 quando Andrew Wakefield, ex medico britannico ora radiato dall’albo (oltre che condannato per abuso medico su 12 bambini mentalmente disagiati), pubblicò uno studio fraudolento su The Lancet in cui asseriva una correlazione tra il vaccino trivalente MRP (morbillo, rosolia e parotite) e la comparsa di autismo nel paziente, al fine di supportare una serie di cause giudiziarie intentate da un avvocato contro le case farmaceutiche. Nonostante la smentita arrivata quattro anni più tardi, la diffidenza aveva già fatto il suo corso: nel Regno Unito e in numerosi altri paesi dell’Unione si registrò un drastico calo delle coperture vaccinali e il mancato raggiungimento di adeguati livelli di immunizzazione, con conseguente aumento dell’incidenza del morbillo.

In Italia, ovviamente non aiutano gli scandali di corruzione in casa Glaxo SmithKline (che da noi distribuisce i vaccini esavalenti) come anche il fatto che Raniero Guerra, ex membro del Comitato di Amministrazione della suddetta azienda farmaceutica, sia egli stesso l’ideatore del decreto-vaccini. E rimangono condivisibili le perplessità sollevate dal ministro dell’Interno sulle disparità quantitative di vaccini obbligatori rispetto agli altri paesi europei o sulla convenienza di sciogliere le somministrazioni esavalenti in gruppi di trivalenti; ma per poter sostenere tesi complottistiche contro le multinazionali farmaceutiche (che avrebbero peraltro a guadagnare più dalle cure delle malattie epidemiche che dalla prevenzione di queste) con l’accusa di sperimentazione su paesi cavia, occorre tutt’altro genere di prove empiriche, oltre che di competenze (una laurea in medicina, ad esempio, anche se Salvini non si è mai detto portato per il mondo scientifico).

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E queste boutade oscurantiste trovano adeguato sfondo nella supponenza di Davide Barillari, il consigliere 5 Stelle alla regione Lazio che sul suo profilo Facebook ha coniato una frase degna degli slogan di 1984 («Quando si è deciso che la scienza fosse più importante della politica?»); o magari nella poca perspicacia – forse eccessiva fiducia – del ministro della Sanità Giulia Grillo che, a fronte di casi come quello di Esine (falsificazione di certificato vaccinale ASL tramite scannerizzazione e alterazione del documento) nel bresciano, continua a difendere l’istituto dell’autocertificazione anche per le regioni dotate di Anagrafe Vaccinale (emendamento alla legge Lorenzin per ora approvato solo al Senato e rimandato al vaglio della Camera).

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I commenti incriminanti della “furbetta di Esine”. Da notare l’abuso di punteggiatura.

Si potrebbe affermare che questa linea politica possa cozzare anzitutto con l’intento di risollevare il nome dell’Italia all’estero, viste le opinioni espresse dalle varie personalità e testate giornalistiche: David Aaronovitch (che in un editoriale su The Times aveva già ventilato l’ipotesi di un plausibile collegamento tra i casi di morbillo italiani e la recrudescenza nel Regno Unito) scrive sul suo profilo Twitter «Gli estremisti e scellerati populisti che attualmente governano l’Italia hanno appena votato per abrogare le loro leggi sulla vaccinazione. Il risultato sarà la morte dei bambini. Gente, siamo in guerra contro la stupidità»; più diplomatico il Financial Times che, in un recente articolo del 6 agosto, si è limitato a citare l’ex Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute, Davide Faraone, scrivendo che l’Italia è «una specie di selvaggio West in cui la salute dei bambini sarà affidata completamente alle famiglie»; il New York Times, a salvaguardia dei turisti americani, riporta i dati dei CDC secondo cui la nostra penisola (assieme a Grecia, Romania, Serbia e Ucraina) rientra nei paesi di livello 1 (su 3) di allerta morbillo. Ma ancor più vergognoso è il fatto che il Messico, una nazione dell’instabile e povero mondo centroamericano in preda alle scorrerie dei signori della droga e che ciononostante ha ufficialmente estirpato il morbo nel 1996, debba registrare i suoi primi casi di morbillo dopo una pausa ventennale a causa di un triplice ricovero di cittadini italiani: una funzionaria in ambasciata, il figlio e la sua badante, tutti infettati durante un rientro in patria.

Ma ancor prima dell’opinione internazionale, ciò che più palesemente entra in contrasto con l’attuale politica governativa è proprio la più basilare delle promesse elettorali: «Prima gli Italiani». Avere a cuore il benessere degli Italiani e contemporaneamente scoraggiarli dal sottoporsi alle vaccinazioni è un pericoloso paradosso. Parlano i dati OMS: l’incidenza del morbillo nella zona europea è chiaramente in aumento (+400% solo tra 2016 e 2017), lo scorso anno conta ben 21.315 casi (il 24% dei quali, pari a 5006 unità, solo in Italia) e 35 decessi. A questo si aggiunga la preoccupante proliferazione dei superbugs, alias agenti infettivi (batteri, virus, funghi e parassiti) che hanno sviluppato una naturale resistenza ai farmaci: l’Italia, in particolare, ha uno dei tassi di resistenza agli antibiotici più alti d’Europa (3 casi ogni 1000 ricoveri). C’è da dire che, su scala mondiale, il grosso dei decessi per infezioni resistenti (700.000 l’anno, ma si stima un incremento del 1428% entro il 2050 con un bilancio potenziale di 10.000.000 di morti annue) è dovuto a infezioni ospedaliere contratte, durante il ricovero, da pazienti sottoposti a terapie che abbassano le difese immunitarie; ma non bisogna per questo sottovalutare la tendenza sempre più diffusa di sdoganare l’efficacia del vaccino, una scelta che conduce le famiglie a ripiegare inevitabilmente sull’ausilio di antibiotici. Il circolo vizioso che viene a crearsi (l’abuso di antibiotici rinforza l’agente infettivo fino a renderlo resistente agli effetti del medesimo e del vaccino) non deve per nessuna ragione trovare appoggio e legittimazione nelle istituzioni, perché “vengono prima gli italiani”, ma possibilmente vivi.

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Le vaccinazioni obbligatorie in 29 stati d’Europa. Fonte: l’articolo “Mandatory and recommended vaccination in the Eu, Iceland and Norway”.

L’ignoranza dei no-vax, irrobustita dalle “bufale” online, dal complottismo (periodicamente ravvivato dagli scandali) e dalle lauree post-sessantottine sorrette dal “18 politico”, trova finalmente l’agognata approvazione e la libertà di auto-demolirsi a suon di epidemie e morti, magari riesumando motivazioni poco credibili come la “difesa della naturalezza”. La malsana convinzione che la Natura abbia provvidenzialmente predisposto tutti gli strumenti necessari per sconfiggere i mali del corpo, senza dover minimamente ricorrere alle cure sintetizzate in laboratorio, è un cavallo di battaglia delle comunità antivacciniste, un ritornello ricorrente che per assonanza ricorda – e non poco – la rinuncia alle terapie per ragioni religiose, peculiarità più propria di culti e sette minori che delle maggiori istituzioni ecclesiastiche; ma non che la santa Chiesa romana abbia mancato di confezionare qualche spiacevole uscita in tema di vaccini.

L’eccezione ecclesiastica

È il 1994, l’Italia è in preda all’apostasia politica e la legalizzazione dell’aborto è in vigore da ormai un quindicennio: l’allora papa Giovanni Paolo II fonda a tal proposito la Pontificia Academia Pro Vita, per la promozione del valore della vita umana e della dignità della persona. Circa dieci anni più tardi, nel 2005, l’associazione di cui sopra pubblica un testo dal titolo “Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti”. Di seguito si riporta uno dei passi fondamentali: «Tuttavia, questi vaccini, poiché sono preparati a partire dai virus raccolti nei tessuti di feti infettati e volontariamente abortiti, e successivamente attenuati e coltivati mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti volontari, non mancano di porre importanti problemi etici. […] Se una persona respinge ogni forma di aborto volontario di feti umani, tale persona non sarebbe in contraddizione con sé stessa ammettendo l’uso di questi vaccini di virus vivi attenuati sulla persona dei propri figli? Non si tratterebbe in questo caso di una vera (ed illecita) cooperazione al male?».

Alla luce di questi e altri pensieri, come del fatto che il ministro dell’Interno giuri fedeltà allo stato sovrapponendo la legge fondamentale della nostra Repubblica al Vangelo, non viene difficile comprendere perché l’odierna destra leghista sia così incline a piegare il capo proprio quando è il clero a reclamare. Quella papalina, agli effetti, è l’unica ingerenza politica che la Lega non si permette di commentare o contraddire pubblicamente: non si azzardi Macron a darci dei vomitevoli, taccia l’opposizione rea di cinque anni di nullafacenza, ma si stenda ben più di un tappeto rosso quando è la Casta Meretrice a propinare filippiche sull’immigrazione. Ma non è certo di rispetto o timore del magistero spirituale che si tratta, né tantomeno di un puro clericalismo scevro da secondi fini: non si sta parlando della semplice vicinanza d’intenti in campo bioetico, bensì di quella mentalità tradizionalista capace di produrre proposte come l’obbligatorietà dei crocefissi in tutti i luoghi pubblici. Inutile dirlo, il 74% della popolazione italiana è di fede cattolica e la Santa Sede, da ben prima dell’unità nazionale, era e rimane la principale e meglio radicata associazione umanitaria operativa su suolo italico, oltre che la depositaria unica della morale divina. Pertanto, quale la convenienza di remare contro un tale potere coattivo, quando si potrebbe altrimenti adottare la funzione di suo difensore? Quale il beneficio dall’abolizione del reato di blasfemia agli articoli 404 e 724 del codice penale? Quale il vantaggio di non opporsi agli istituti dell’aborto e dell’eutanasia? Quale l’utilità di non rimarcare la radice cristiana occidentale imponendo l’affissione di un simbolo religioso nei luoghi pubblici (soprattutto in un momento storico in cui il nazionalismo preme per la difesa dall’invasione culturale)?

La Lega ha tutto da guadagnare da questa sua condiscendenza, tranne che in coerenza: la Chiesa non costituisce un’eccezione solo perché esonerata dai rimproveri per interferenza politica, bensì perché giudicata con parametri falsati e silenzi omertosi. Dov’era la Lega quando i preti lombardi tacciavano di satanismo la ricorrenza di Halloween finanche a paragonare i bambini mascherati al seme del diavolo? E perché focalizzarsi con tanto ardore sulle violenze perpetrate da immigrati ai danni delle nostre concittadine, ma mai spendere una parola contro i parroci sorpresi a trastullarsi in compagnia di minorenni? Insomma, cosa cambia tra uno stupratore con la pelle scura e uno stupratore con la tunica? La risposta è il consenso derivante dalla critica, l’immagine che si vuol dare del proprio partito, un partito vicino alle istituzioni tradizionali e lontano dal relativismo: perché ancora una volta, come ormai è convenzione in ogni versante della politica nostrana, non vengono prima gli italiani, bensì il loro voto.

La cultura non fa likes

Ma se davvero la contraddizione programmatica è così evidente, se davvero questo governo del Cambiamento è solo l’ennesima amministrazione immobilizzata nelle sue promesse irrealizzabili, a cosa attribuire il merito di un tale affiatamento popolare? La risposta è ben più grave di quanto si possa immaginare. Bei tempi quelli in cui il ministro dell’istruzione Valeria Fedeli o il ministro della salute Beatrice Lorenzin cercavano di nascondere alla stampa di non avere titoli di studio superiori alla terza media o al diploma liceale: oggi invece, la mancata preparazione è il requisito primo per aspirare alla gestione di un dicastero italiano. Si apre così l’era dell’identità tra elettore e eletto, di un governo del popolo per il popolo, un’età in cui l’affidabilità fa spazio alla familiarità. Una stagione di riavvicinamento tra Società Civile e Stato non per elevazione della prima ma per abbassamento del secondo: un tempo in cui la sostanza è scevra di forma, in cui l’intervento in piazza non ha bisogno di sintassi o correttezza grammaticale. E questo, non si fraintenda, non è tanto per voler insinuare che l’attuale esecutivo manchi di ragioni e iniziative – anzi, il grosso del disamoramento dei cittadini per la sinistra è da imputare sicuramente agli errori e agli scempi commessi dalla medesima quand’era maggioranza, ma anche alla capacità del nuovo direttivo di meglio interpretare il disagio e i bisogni del popolo –, ma per sottolineare quanto ormai sia pericolosamente prossimo alla realizzazione il detto di Travaglio: «La politica non è un mestiere».

Per consultare il testo della circolare interministeriale (MIUR – Ministero della Sanità) per adempimenti vaccinali relativi ai minorenni per l’anno scolastico 2018/2019, cliccare qui.

Per consultare il testo della Legge 31 luglio 2017, n. 119 (Legge Lorenzin) per la conversione del decreto-legge 7 giugno 2017, n. 73 recante disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale, cliccare qui.

Per consultare il testo del documento della Pontificia Academia Pro Vita, “Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti”, cliccare qui.

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Riccardo Italo Scano

Nato fisicamente a Roma, spiritualmente in qualche pub Londinese, la mia vita di ex studente delle superiori e ora di giovanissima matricola alla LUISS sembra essere quasi rinata sotto la luce inebriante dello studio universitario (deo gratias) ancor più umanistico di quanto lo fosse l'indirizzo classico del quinquennio liceale. Benché non disdegni assolutamente la carriera diplomatica, e la facoltà scelta (Scienze Politiche) ne è più che una riprova, nutro il sogno indelebile di mettere la mia umile penna al servizio dell'informazione giornalistica, una meta che perseguo sin dai primi articoli sul mensile "Segnali di Fumo" dell'istituto Dante Alighieri.