Tristano Muore è l’ennesima manifestazione dell’ossessione martellante di Tabucchi per la memoria: insolente, castigatrice, ineluttabile.

Nella villa di Malafrasca, immersa in una vigna ammalata della campagna toscana, Tristano con una gamba incancrenita che si è rifiutato di amputare, si accorge che sta per morire. Tra i deliri della morfina somministrata per sopportare il dolore, racconta la storia della sua vita a uno scrittore fatto venire appositamente perché possa riportare le sue parole. Una vita avventurosa, che ben si presterebbe anche alla stesura di un romanzo tout court. Ma i piani narrativi sono sfasati: complici la morfina, il dolore alla gamba, le cefalee laceranti e le gocce di luppolo, la narrazione appare sempre come quella di un sogno che da vigili poi non si ricorda. La vita da soldato l’ha trascorsa tra la Grecia, la Spagna e l’Italia e durante questi spostamenti due sono state le donne con cui ha intrecciato una relazione: da un lato Daphne, che ha incontrato in un giorno difficile in Grecia, un giorno in cui «era giovane Tristano a quell’epoca, e gli sembrò di essere vecchio»; dall’altro Marilyn, un’ufficiale americana che aveva conosciuto in Italia e che lui tuttavia chiamava Rosamunda, come la Rosamunda di Schubert.

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Pietro della Vecchia, Rosamunda, 1600-1650.

La memoria cui fanno fede Tristano e il suo scrittore è tuttavia una memoria labilissima. Al termine della vita, infatti, la linea cronologica degli eventi appartiene interamente a chi li racconta, ma non trova necessariamente riscontro nella trasmissione orale. Così accade che piani temporali che internamente non collidono arrivino a toccarsi o a sovrapporsi nel momento della narrazione. A questo proposito, lo stesso Antonio Tabucchi dice

«[…] è molto difficile che la nostra vita, quando la raccontiamo, sia comprensibile da noi stessi. Voglio dire: credo che sia più facile capire la vita di un altro che non la propria. E infatti Tristano come la ricorda la sua vita? Lo dice lui stesso: la vita la vivi.., e poi è già passata. Quindi lui la vive per eventi, per momenti […] Quando ti metti a ricordare in assoluta libertà, sganciato dalla sorveglianza dell’ego, è evidente che la tua memoria parte per conto suo e mette insieme degli eventi che possono essere successi nel 1950 e poi nel 1981. Apparentemente non hanno nessun nesso logico, o forse ce l’hanno, ma è molto misterioso. E la tua memoria intanto li percorre. Tristano fa così».

In questo senso il monologo di Tristano è una costante oscillazione tra poli opposti: realtà/visione, vero/falso, evento reale/evento possibile. E non è solo il monologo, dunque, a essere pervaso da questo movimento ondulatorio, ma anche il ricordo stesso di Tristano è suscettibile di simili dicotomie. Infatti accade più volte che durante la narrazione gli eventi si confondano, anche le donne si confondono, e anche la sua stessa identità si confonde, complice Clark, il nome con cui lo chiama Marylin.

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Ma esiste un evento in particolare all’interno del racconto su cui non vi sono dubbi e sul quale si innestano il senso di colpa del tutto tabucchiano e quella dispiacere melanconico che inevitabilmente gli si accosta. Si tratta della morte del figlio adottivo di Marylin, affidato alle cure di Tristano a causa della malattia che la donna scopre di avere. La figura del ragazzo si era configurata in lui come una sorta di possibilità di trasmissione di se stesso – quasi la stessa che cerca con la dettatura della sua vita allo scrittore. Quel ragazzo rappresentava il futuro che non avrebbe potuto vedere e la speranza che il futuro stesso inevitabilmente porta con sé, quasi per definizione, oltre che l’unico frutto buono, quasi la consolazione al periodo della guerra.

«[…] come lo amavo, come un figlio, in lui c’erano i giorni che non sarebbero stati miei e non mi assomigliava nel colore della pelle, troppo ambrata, né nei capelli corvini che ebbe forse da sconosciuti antenati andalusi, ma avrebbe continuato il mio sguardo, sarebbe stato un po’ di me, era tutto quello che mi era rimasto per quello che avevo combattuto […] ma io lo rivoglio, luna, ti prego, gli insegnerei quello che non seppi insegnargli, la colpa è mia, luna, sono io che ho sbagliato, io ho mancato, luna, e ora lui mi manca, posso tornare indietro?… Fammi rivivere il tempo che sprecai, non lo sapevo, luna, credevo di sapere tutto e non sapevo niente…»

La perdita non viene metabolizzata e la sofferenza emotiva sfocia nella sofferenza fisica di terribili cefalee. È il dieci di agosto il giorno in cui compare il primo malessere, data significativa per quel Tristano che ha «una vita segnata dall’agosto, ci sono uomini così, è Urano, Saturno, tante cose me le sono scordate, ma questa no, è impossibile». Il giorno precedente era morto quel ragazzo che lui aveva amato molto più che un figlio. Del modo in cui la cefalea si manifesta, di quali siano le sensazioni che induce in Tristano, lui stesso offre una descrizione accurata. Il dolore arriva da principio come un suono, un sibilo che proviene dagli abissi e che all’improvviso «disegna il colore feroce delle cose», «sembra di avere un prisma al posto degli occhi, perché i contorni, gli spigoli, gli oggetti, hanno aumentato la loro esistenza nello spazio, si sono dilatati, hanno cambiato geometria, e nel cambiarla non significano più quello che significavano».

Nel racconto allucinato della vita di Tristano, il senso di colpa, la melanconia, la memoria del passato, determinano una costante presenza di un senso di colpa declinato attraverso tutto lo spettro delle sue manifestazioni. Tristano dunque è l’anti-eroe, l’eroe rammaricato che al termine della sua vita, invece di tirare le somme delle sue gesta gloriose, le ripercorre dolorosamente.