Ripensare la Terza Via

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C’è un tweet del prof. Carlo Fusaro che riassume in modo efficace il risultato delle primarie del Partito Democratico.

Il Foglio è stato più duro, arrivando a scrivere che « per la prima volta in Italia non c’è alcuna forza politica medio-grande che non sia ostile all’economia di mercato ». La sensazione è che non ci sia più spazio, in questo PD, per chi crede che sia possibile coniugare l’economia di mercato con un riformismo progressista che preservi e aumenti il welfare dei cittadini. Sembra che queste idee non solo siano state sconfitte alle primarie, ma che siano anche state gentilmente accompagnate all’uscita del partito. Non ha contribuito l’atteggiamento di chiusura, seppur non definitivo, del neosegretario del PD nei confronti del progetto di lista unica per le elezioni europee avanzato da tempo da parte di Carlo Calenda, uno degli esponenti più in vista di questa scuola di pensiero.

Le cause che hanno contribuito a far diventare questo pensiero minoranza (se non addirittura un corpo estraneo) nel PD sono molteplici, ma è possibile individuarne due principali:

  1. Il rifiuto di politiche di questo tipo è una tendenza, dovuta a ragioni storiche, economiche, sociali, visibile in tutto il mondo occidentale. L’Italia non è stata da meno, e se non era chiaro dopo il referendum costituzionale del 2016 e le politiche del 2018, le primarie del 3 marzo hanno confermato che lo spazio per un’agenda progressista si è chiuso anche nel nostro Paese.
  2. Questa corrente di pensiero ha ispirato Matteo Renzi in molte (non tutte) delle politiche che ha portato avanti e perciò è inevitabilmente legata a lui. Il giudizio non positivo della maggioranza degli italiani nei confronti di Renzi si è tradotto in un giudizio non positivo nei confronti delle sue politiche e, di conseguenza, delle idee che ne sono alla base. Finita la stagione politica di Renzi, è finita la stagione politica della Terza Via.

È inevitabile che chi si riconosce in queste idee politiche si senta tagliato fuori e non rappresentato da nessuna delle principali forze politiche, e arrivi pertanto a interrogarsi sulla possibilità di ripartire da un nuovo partito.

Sarebbe un errore. L’altro grande risultato delle primarie (che no, non sono truccate) è stato quello di aver dimostrato che, sebbene ammaccato, indebolito, incapace di produrre una reale opposizione in questi primi nove mesi di governo M5S-Lega, il Partito Democratico continua a essere l’unica alternativa reale in questo panorama politico.

Nei prossimi mesi, chi nel PD si riconosce in queste idee deve ricostruire un rapporto con il Paese e intanto essere una minoranza costruttiva all’interno del partito. Contribuendo a indirizzare il nuovo corso. Non attaccando Zingaretti, ma accompagnandolo nelle scelte. Dentro il PD, questa corrente di pensiero è la minoranza di una potenziale maggioranza. Fuori il PD, è una minoranza e basta. Abbandonare il partito sarebbe deleterio e irresponsabile, perché significherebbe regalare l’Italia alla Lega e al M5S per i prossimi anni a venire, auto-condannandosi all’irrilevanza.

Il Partito Democratico degli Stati Uniti sta vivendo una situazione simile e Brad DeLong, uno dei consiglieri economici dell’amministrazione Clinton, ha saputo riassumere questo pensiero in poche parole: we are still here, but it is not our time to lead.

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