Libera nos a Malo: tornare alla vita

libera nos a Malo
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Siamo nel 1963 quando Luigi Meneghello pubblica Libera nos a Malo. L’Italia è sospesa, o inghiottita, nel passaggio dal vecchio al nuovo, nella transizione dall’antico al moderno. Il clima è quello di un’inquietudine diffusa resa più insolente e più ingombrante dall’incertezza che caratterizza ogni momento di cambiamento. Quella fase della storia in cui non si è più nel prima ma non si è ancora nel dopo, quando qualcosa si è estinto ma il rimpiazzo pare che tardi ad arrivare: questo è il momento di cui Meneghello scrive. Libera nos a Malo è la storia della sospensione prima e dello sconvolgimento poi. La storia è quella del momento in cui si stagliano le strutture di un mondo nuovo, senza che di quelle del mondo precedente vi siano effettivamente le macerie. Lo sconvolgimento lo si raggiunge per gradi, in una maniera che spiazza effettivamente solo a posteriori. L’acclimatarsi all’interno di un mondo nuovo, che si costruisce su dinamiche e meccanismi innovativi, sarà sempre un processo che avviene non senza dolori. E solitamente è tanto più doloroso se si prende coscienza di essere sé stessi, ma allo stesso tempo nuovi, solo dopo che il cambiamento è avvenuto e quando ormai è irreversibile.

Si badi bene che sulla condizione del Meneghello scrittore non si danno informazioni particolari: tutto ciò che si sa appartiene al Meneghello protagonista. La coincidenza biografica del racconto non determina la stesura di un romanzo autobiografico strictu sensu. Il focus della narrazione non è la maturazione raggiunta dall’autore grazie o nonostante la propria vita a Malo. Al contrario, il centro è la narrazione della vita di Malo, raccontata adoperando come espediente la vita propria. Il Meneghello narratore riemerge a tratti dal racconto, lasciando inevitabilmente degli indizi sparsi e casuali. Si sa di lui che è sposato, apparentemente senza figli, e l’utilizzo saltuario di terminologia inglese lascia intuire, se non un trasferimento all’estero, almeno una discreta base culturale. Nessuna menzione esplicita, dunque, alla sua cattedra di Letteratura presso l’Università di Reading.

Libera nos a Malo

Luigi Meneghello.

Il senso dei personaggi di Malo

Libera nos a Malo altro non è, dal punto di vista della narrazione, che una lunga raccolta aneddotica. Il racconto della vita a Malo prende forma tramite il racconto dei personaggi che popolano il paese. La forza dei personaggi nel racconto è duplice: c’è un sentimento di coralità pervasivo da un lato, ma dall’altro ogni figura è sempre un individuo. Cioè a dire che ogni personaggio è caratterizzato in modo da rendersi inconfondibile e insostituibile. Non solo: nell’emergere delle personalità e delle funzioni dei personaggi nel meccanismo di Malo, non si adopera alcuna ricerca introspettiva di matrice psicologica. Ogni aneddoto, e quindi ogni personaggio che lo riguarda, viene raccontato pressoché solo per tramite del gesto; anche questa volta, il gesto è di un’abitudine immutata che lo fissa nel tempo inesorabilmente.

Il linguaggio della vita a Malo

Tramite il linguaggio che Meneghello adopera nel libro, tuttavia, è evidente l’ascesa nella scala sociale. La descrizione del mondo paesano è controllatissima anche nei picchi elegiaci del ricordo dell’infanzia. Tutto ciò che viene descritto, ogni aneddoto raccontato, è pervaso da un evidente distacco che passa per tramite di una forte ironia. Questo significa che ciò che si ricorda con affetto e che si vagheggia non si rimpiange in maniera assoluta, bensì si rimpiange nel tempo. In questo senso l’incipit, come spesso accade nei romanzi, offre una chiave di lettura fondamentale:

S’incomincia con un temporale. Siamo arrivati ieri sera, e ci hanno messi a dormire come sempre nella camera grande, che è poi quella dove sono nato. Coi tuoni e i primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa. Erano rotolii, onde che finivano in uno sbuffo: rumori noti, cose del paese.

Il racconto comincia quindi con un nuovo insediamento nel vecchio mondo, che conduce inevitabilmente alla rievocazione nostalgica del passato infantile. Già le forme espressive che vengono adoperate inducono un qualche senso di familiarità e di riappacificazione. L’utilizzo della forma impersonale – soprattutto se si considera poi il libro per intero – crea una sorta di sospensione del Meneghello narrante e narrato sulla soglia di casa. La scelta della forma verbale crea esattamente l’immagine del ritorno all’alveo familiare, quello che avviene dopo tanto tempo, quando prima di fare irruzione nel mondo di prima ci si sofferma un momento sulla porta a sospirare.

Sempre guardando alla scelta lessicale, si nota come, passato il primo momento di stallo, tutto si inserisce naturalmente in una ritrovata naturalezza. L’utilizzo di “come sempre” garantisce una immersione totale nella vita precedente. Meneghello è posto a dormire nella camera dei genitori: una soluzione che evidentemente viene adottata ogni volta che fa rientro a casa.

Il senso del dialetto

La lettura di Libera nos a Malo non è sempre scorrevole o comprensibile. Se sintatticamente la prosa è lineare e limpida e se dai costrutti emerge la sapienza dello scrittore, ogni tanto il senso di alcune parole utilizzate non è immediato. Si erano già viste sperimentazioni linguistiche di questo tipo negli scritti di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori. Tuttavia, il fine ultimo dell’uso di espressioni vernacolari in Meneghello è un altro. C’è un’appendice al termine del libro in cui si spiegano parole e costruzioni tipiche del dialetto veneto. Questo perché ciò che l’autore vuole dimostrare è la lontananza tra le due lingue, non quanto queste siano interscambiabili in base ai contesti. Nella questione della lingua di Meneghello, quella nativa è celebrata per la sua immediatezza comunicativa.

C’è un nocciolo indistruttibile della materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi: la parola del dialetto è incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, percepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dopo che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua. Ma questo nocciolo esiste in una sfera prelogica dove le associazioni sono libere e folli.

Più volte nel libro vengono riportate canzoni e filastrocche storpiate dai parlanti veneti. Oltre a creare una coesione di tono, che si mantiene ironico per tutto il romanzo, c’è anche la volontà di dimostrare come siano inutili in alcuni contesti, addirittura fuorvianti, le imposizioni linguistiche formali, soprattutto quelle imposte dal regime fascista. Così la canzone Vibra l’anima nel petto viene cantata come Vibralani, mane al petto. I modelli di lingua a cui si devono assoggettare i parlanti dialettofoni sono del tutto inutili, quando non vuoti di senso. La cultura del posto, radicata nel profondo, non può e non potrà essere modificata per tramite del linguaggio. Anzi, sono la lingua e l’evidente impossibilità di cambiamento delle usanze linguistiche gli elementi che rendono evidente la naturalezza imperante tra i paesani.

Un tono duplice

Si è detto come il racconto delle vite di Malo sia caratterizzato da un’ironia molto forte. I personaggi sono tutti investiti di grande comicità, anche quando si toccano tematiche più difficili da raccontare. Ma accanto al gioco e all’inno alla naturalezza del paese c’è un’altra caratteristica quasi ossessionante: il racconto funerario. Gli eventi che manifestano l’incubo della morte non sono quasi mai raccontati con molti particolari, come avviene invece per altri episodi caratterizzanti o ilari. In un ambiente così soggetto alle dinamiche e alle imposizioni della moralità religiosa, il tema della morte e la paura che induce sono molto più presenti e sconvolgenti di quanto non si dimostri. La riflessione in proposito si protrae per tutta la narrazione, finché in ultimo non si manifesta – tacitamente – l’unico modo concesso per non rimanere sopraffatti dall’angoscia. Ripensando, negli ultimi capitoli, ad alcuni personaggi in particolare, Meneghello sembra domandarsi quale senso abbiano avuto le loro vite e quale senso abbiano avuto le loro morti. Rimane giocoso il tono anche in questo momento, a dimostrazione che l’unica rivincita che si può avere nei confronti della morte sia quella di dimostrarle di non prenderla troppo sul serio.

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Bianca Coluccio

Sulla soglia dei miei ventidue anni, ho abbandonato lo stupore dei portici bolognesi - che pure mi sono sempre tanto cari - in favore di Milano e del suo sfarzo. Eppure non ho mai dimenticato il mare e le montagne della mia casa. Nel tempo libero leggo cose che mi entusiasmano talmente tanto che decido di scriverle su TheWise.