Con i fascisti bisogna usare due pesi e due misure

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Da qualche tempo domina tra i commenti degli internauti un nuovo enunciato, un costrutto retorico senza sostanza eppure saldissimo nella sua meccanica, che potremmo riassumere in questi termini: «Se lo fa la destra/i fascisti non va bene, ma se lo fa la sinistra sì! Ipocriti!». L’accusa suggerisce che a prescindere da chi la compia un’azione sia sempre la stessa, che abbia cioè sempre lo stesso valore. Vediamo, attraverso due esempi, perché si tratta di una falsa equivalenza.

Le occupazioni sono tutte uguali?

Un pensiero diffuso sostiene che, per coerenza, se si sgomberasse CasaPound dallo stabile occupato a Roma, allora si dovrebbero sgomberare anche tutti i centri sociali occupati, una realtà presente e radicata in tutta Italia. I motivi per cui si tratta di un ragionamento capzioso sono i seguenti.

CasaPound è l’unico partito che si presenta regolarmente alle elezioni ad avere la sede in un’immobile occupato e quindi ad agire in una situazione di illegalità conclamata. Secondo L’Espresso risultano residenti nel palazzo occupato Simone di Stefano e la moglie di Gianluca Iannone, Maria Bambina Crognale, oltre a «tanti altri volti noti dell’estremismo di destra romano». I centri sociali, invece, non rappresentano partiti. Le occupazioni dei centri sociali rispondono, per la maggior parte, a emergenze abitative delle fasce più deboli della popolazione, e non ne usufruiscono familiari e amici degli attivisti. L’occupazione di CasaPound è situata all’interno di una narrazione culturale e politica fatta di prevaricazione, violenza e compressione dei diritti delle minoranze, dove l’attenzione al sociale — la spesa per gli indigenti a Ostia, per esempio — è solo una facciata che risponde sempre a logiche strumentali di consolidamento del consenso e controllo del territorio. I centri sociali, invece, non dovendo sottostare a calcoli elettorali agiscono secondo una logica solidale e inclusiva, spesso costituendo un valore aggiunto per i quartieri in cui operano, senza secondi fini.

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Il palazzo occupato di CasaPound in via Napoleone III a Roma. Foto: Vice.

«Banditen»

Per quanto riguarda il secondo esempio, è facile osservare che ormai a ogni crimine commesso dai fascisti e dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare nel periodo della Repubblica di Salò, è uso comune rispondere elencando i misfatti dei partigiani, rappresentati dalla propaganda della destra come banditi, ladri, assassini e stupratori, o affermando che partigiani, fascisti e repubblichini sono uguali sul piano morale perché entrambi «combattevano per quello in cui credevano». Si tratta, anche questa volta, di un accostamento ingannevole.

In primo luogo, si confrontano due fenomeni quantitativamente agli antipodi: vent’anni di dittatura contro alcuni episodi discutibili avvenuti nei due anni di lotta partigiana. In secondo luogo, al netto del fatto che spesso le supposte nefandezze perpetrate dai partigiani sono inventate o de-contestualizzate, tali episodi vanno inquadrati nella cornice storica della guerra, nel contesto (per alcuni partigiani) della lotta di classe, e in definitiva non vanno attributi al carattere intrinseco della lotta partigiana, che fu lotta per la libertà. Va ricordato a tal proposito che, dopo la guerra, le forze antifasciste che andarono a costituire il nuovo governo scelsero la via parlamentare e della pacificazione nazionale, attraverso l’amnistia di Togliatti verso gli ex-fascisti. In terzo luogo, ricordiamo il pensiero di Italo Calvino così come fu parafrasato da Alberto Asor Rosa:

«Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono».

Di contro, invece, i crimini compiuti dai fascisti sono da imputarsi proprio al carattere intrinseco del fascismo, che è violenza e prevaricazione, e ne rappresentano la piena e coerente realizzazione, l’emanazione naturale. Affermare che «entrambi combattevano per quello in cui credevano» significa porre sullo stesso piano due ideali che sullo stesso piano non sono. Significa considerare solo l’atto in sé e non quanto detto sopra, cioè la motivazione che spinge il soggetto a compierlo. Così, se il gesto è lo stesso, l’azione è opposta.

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Come riportato su Giap, la foto rappresenta la «fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943)». I promotori del Giorno del Ricordo hanno invertito le parti. Per corroborare la narrazione sulle Foibe i soldati diventano partigiani titini e i fucilati civili italiani. Foto: Giap.

Orizzonti e ragioni profonde

I due esempi riportati rappresentano i casi più eclatanti. Molti altri sarebbero stati però possibili, perché la proposizione in questione è applicabile a un’infinità di situazioni concrete e declinabile in tanti modi quanti ne consenta l’umana malafede. Tuttavia, anche con un casistica così ridotta, possiamo vedere come l’enunciato di partenza, pur sintatticamente accattivante, sia assurdo e privo di logica, perché ignora un particolare che sembra contraddire il buonsenso e che invece è fondamentale per comprendere le cause e le conseguenze dell’intreccio di fenomeni che costituisce la realtà: nessuna azione può prescindere dal suo autore, dai motivi per e dal contesto in cui viene compiuta, quindi dagli effetti che ne derivano. Se questi mutano, muta anche l’azione nella sua totalità. Pur se il gesto fisico rimane identico, a variare è la sua polarità, perché quando cambiano i tre fattori appena elencati si verifica una trasformazione qualitativa. Un manager o un senzatetto che rubano una mela compiono lo stesso gesto, ma tutti vedono la differenza morale tra i due casi.

Così, non ci si può esimere dal valutare la narrazione, l’orizzonte (morale, culturale, giuridico, ecc.) in cui si situano gli eventi o le idee. Siccome le ragioni profonde di destra e sinistra, intese qui più come categorie psichiche che come partiti, sono storicamente opposte (con la Lega che oggi ha scavato un solco incolmabile tra le due, alla faccia della “fine della storia”) esse compiono azioni diverse, anche se l’oggetto di queste è uguale. Proprio perché si tiene conto della storia, delle cause, delle conseguenze, del contesto, dei carnefici e delle vittime, il fascismo, le azioni, i gesti e le idee dei fascisti non possono essere equiparati ai regimi democratici e alle azioni, i gesti e le idee dei democratici. Vi sono gap qualitativi che non sono colmabili con incrementi quantitativi: per quante buste della spesa possano distribuire, per quanti bisognosi possano aiutare, per quante famiglie possano ospitare, questi gesti rientrano sempre in un orizzonte autoritario e repressivo. Con il fascismo non può esserci dibattito, e non per intolleranza, ma perché esso stesso si pone al di fuori del dibattito. Il fascismo si condanna a priori, perché qualunque cosa faccia, qualunque cosa dica, qualunque buona causa sostenga, rimane fascismo.

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Stefano Cavallini

Nato a Bologna nel 1991, è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche della sua città natale. Attualmente proiezionista, spera un giorno di lavorare in una casa editrice. Ha scritto per Clamm Magazine, Bibliomanie, Inchiostro alla Spina e Bologna Blog University, presso cui ha curato una rubrica bisettimanale sullo slang bolognese. Quando può, scrive poesie, con alcuni buoni risultati. Ama Gozzano, gli Skiantos e i tortellini.

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