I meme della Treccani servono davvero a qualcosa?

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Sandro Botticelli, Jean Boulanger, Masaccio, Fragonard, Domenico Ghirlandaio. Questi sono alcuni degli artisti (con una predilezione per Botticelli) le cui opere sono regolarmente usate dalla Treccani per creare meme. Da alcuni anni la strategia comunicativa della Treccani è radicalmente cambiata: ad articoli di approfondimento su personaggi e fatti notevoli e post agili di neologismi e citazioni, l’Istituto affianca ora, con una cadenza che tuttavia sembra essersi diradata nel tempo, i meme. La domanda è, questa strategia funziona, o meglio, questa strategia apporta benefici al lettore?

Il meme come «vasel» verso le opere?

Secondo la Treccani i meme fungerebbero da carta moschicida per l’attenzione dei lettori, che verrebbe traghettata alla volta della descrizione dell’opera che accompagna il meme e in seguito, con uno slancio di fideistico ottimismo, verso l’opera stessa, o almeno verso la sua immagine accessibile e replicata.

Vi sono abbastanza elementi per dubitare che questa strategia funzioni e possa mai funzionare. Questo per due ragioni: primo, sotto ai meme che hanno come oggetto quadri e affreschi gli utenti non discutono quasi mai di quei quadri e di quegli affreschi, ma dei meme in cui quei quadri e quegli affreschi sono rappresentati, spesso con commenti ormai triti e prevedibili del tipo «geni», «vi amo» o «aspetta ma è una cosa seria? Cioè questa è la pagina ufficiale della Treccani? WHAT A TIME TO BE ALIVE». Di fatto, il meme cannibalizza l’opera che dovrebbe esaltare, fondendosi con quest’ultima e dando vita a una nuova unità di senso in cui l’opera è rimossa o relegata a essere mero sfondo. Il lettore ragiona quindi su questo nuovo elemento e il messaggio che veicola, non sul soggetto originario, che non filtra e viene ridotto a nulla più che supporto, scheletro per il meme.

Secondo, in media i meme ottengono un numero molto più elevato di commenti rispetto agli altri contenuti della pagina. È una tendenza generale di Facebook, ma in una pagina che ha l’obiettivo di diffondere un sapere critico, ponderato, informato ci si chiede se questa preponderanza dell’immagine sugli altri contenuti sia salutare.  Articoli interessanti, approfonditi e ottimamente scritti hanno pochi commenti, o comunque meno dei meme (o delle foto), in una relazione evidentemente sbilanciata in cui i secondi non costituiscono un traino per i primi. Sembra esserci un rapporto inversamente proporzionale tra scrittura e commenti. Più un post è arido di scrittura e ricco di immagini, più commenti ha. Il meme conferma che ancora oggi, almeno sui social, «pictura est laicorum literatura». Se la «pictura» è la nuova «literatura» degli incolti (noi), ne consegue che una «literatura» scritta fatta di parole passa in secondo piano, e che quindi la breve descrizione in calce dell’opera è irrilevante, perché l’immagine la rende superflua.

meta.meme non della Treccani

Meta-meme che ironizza sulla incapacità delle persone oltre una certa età di capire i meme. Tutti riflettiamo sul messaggio, nessuno di noi è interessato a sapere chi sia realmente la persona raffigurata. Per un meme della Treccani è fondamentalmente lo stesso. Foto: Oltremeta.

«Ho fatto un corso di lettura veloce e ho potuto leggere Guerra e pace in venti minuti. Parlava della Russia»

Il tempo dei social è un tempo compresso e accelerato, che esclude la lentezza e di conseguenza la costruzione di un qualsiasi tipo di conoscenza profonda. Gli utenti dedicano a un post post di Facebook mediamente trenta secondi scarsi: è improbabile che qualcuno si cimenti nella lettura di tutta la descrizione, e soprattutto, anche se ci ci soffermasse con attenzione, che possa ricavarne una qualche informazione utile. Consideriamo il seguente esempio:

«”Gli parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi da una donna; per che, rotto il suo dolce pensiero, alzò il capo per veder che fosse, e maravigliossi nella pigneta veggendosi: ed oltre a ciò, davanti guardandosi, vide venire per un boschetto assai folto d’albuscelli e di pruni, correndo verso il luogo dove egli era, una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e da’ pruni, piagnendo e gridando forte mercé.”

La novella di Nastagio degli Onesti è l’ottava della quinta giornata del “Decameron” di Giovanni Boccaccio. Il protagonista, ricco ereditiero ravennate, soffre per un amore non corrisposto; un giorno, in cerca di requie dalla sua ossessione, si reca nella pineta di Classe, fuori città, e assiste alla scena ritratta da Botticelli nel meme: un cavaliere insegue una fanciulla nuda. Dopo averla catturata, la uccide con la spada e dà il cuore e le interiora in pasto ai propri cani.
La giovane tuttavia torna subito in vita, il cavaliere torna a darle la caccia, e il ciclo non sembra destinato a interrompersi tanto presto. L’uomo spiega a Nastagio che per averla amata troppo, senza mai essere ricambiato, ha finito col suicidarsi. Poco tempo dopo è morta anche lei. Se lui è condannato all’Inferno per essersi tolto la vita, lei lo è “per lo peccato della sua crudeltà e della letizia avuta de’ miei tormenti”, e così il macabro inseguimento si ripeterà ogni venerdì, per tanti anni quanti il giovane ne aveva spesi in vano corteggiamento.

A questo punto, Nastagio concepisce un invito che somiglia molto a una trappola: offre un banchetto nella pineta alla donna che ama e all’intera sua famiglia, per il venerdì successivo. Esposta alla scena dell’inseguimento e alla spiegazione del cavaliere, la giovane si spaventa tanto da acconsentire a sposare Nastagio, pur di non rischiare una fine simile a quella della fanciulla in fuga.
Dal punto di vista della narratrice, Filomena, e presumibilmente di Boccaccio, questo era un lieto fine. Oggi non digeriamo altrettanto bene l’idea che un uomo cerchi di farsi amare da una donna spaventandola a morte, e altrettanto preoccupante ci suona la conclusione, che racconta come “non fu questa paura cagione solamente di questo bene”, ma di una paura generalizzata tra le donne di Ravenna, “che sempre poi troppo più arrendevoli a’ piaceri degli uomini furono che prima state non erano”.

A Sandro Botticelli furono commissionati nel 1483 quattro pannelli sulla novella di Nastagio; quello nel meme è un dettaglio dal primo. Anche quest’opera è riprodotta nel nostro volume su Botticelli; potete averne maggiori informazioni cliccando qui: bit.ly/BotticelliOpere»

Se a leggerla fosse un dottorando in storia dell’arte o in letteratura italiana questa sarebbe inutile, perché la persona in questione non potrebbe trarne nessuna informazione degna di nota che non fosse già in suo possesso. Se invece a leggerla fosse un lettore senza nessuna conoscenza in materia di storia dell’arte o letteratura italiana, sarebbe parimenti inutile, perché non avendo mai sfogliato il Decameron né conoscendo le opere di Botticelli, gli difetterebbero gli strumenti culturali e cognitivi per situare correttamente, e dunque sfruttare a proprio vantaggio, le informazioni presenti nel post. Le descrizione, come rivelano le ultime tre righe, è solo una sofisticata pubblicità al volume della Treccani su Botticelli.

Inoltre, in tutti i casi, quale che sia la preparazione dell’utente, è probabile che questi dimentichi il contenuto del post dopo pochi secondi, all’ennesima scrollata compulsiva. Sono proprio le caratteristiche fisiche dello schermo e l’architettura social a non essere adatti alla divulgazione, per il semplice e banalissimo motivo che guardare troppo a lungo uno smartphone provoca mal di testa. Attraverso il solo schermo è impossibile imparare qualcosa che rimanga impresso nella nostra memoria, perché l’apprendimento si ha attraverso lo studio o l’esperienza significativa, e il social esclude sia l’una sia l’altra. Se anche volessimo studiare i meme e ricavarvi qualche informazione utile, dovremmo stamparli, tornando in qualche modo alla forma libro, che è ancora un oggetto essenziale e non perfettibile per la trasmissione e la conservazione del sapere, come non è perfettibile una forchetta per involtare una tagliatella.

Meme della Treccani. La nostra attenzione è polarizzata da Miss Keta e Civati che giocano a carte, del resto sinceramente ci interessa poco. Foto: Treccani.

Memeficazione

Nella strategia della Treccani sembrano esserci riflessi di un approccio inquietantemente aziendale. L’unica differenza tra la Treccani che mema con la Primavera di Botticelli e la Tassoni che presenta le bottiglie vaporwave è la mission: la prima fa cultura (dovrebbe), la seconda soldi, ma in entrambe c’è una ineludibile componente di marketing. La Treccani è anche un’entità economica, ed è quindi del tutto legittimo che miri a massimizzare le visualizzazioni e di conseguenza gli introiti, ma dovrebbe conservare una sana diffidenza di fondo verso tutto ciò che è mercato, verso tutto ciò che è troppo veloce, verso tutto ciò che è troppo colorato, ed essere cosciente che la propria presenza sulla piattaforma social è una necessità che non deve trasformarsi in una forma di accettazione passiva delle sue dinamiche.

Il problema non è il meme in sé, che può essere eccellente e ottimamente architettato, il problema non è nemmeno il meme applicato all’opera, il problema è pensare che il meme possa essere, nella specifica cornice di Facebook, uno strumento di trasmissione del sapere, o che possa rimandare efficacemente a strumenti di trasmissione del sapere. Dopo la politica, il meme sembra colonizzare anche l’arte. Il difetto di tentare di fare divulgazione coi meme, per quanto accattivante, è che non si esce mai dal recinto della memetica. Nel discorso offertoci dalla Treccani, il passaggio, per esempio, dal meme su (nel senso letterale di “sopra”) una tela di Caravaggio alla vera tela di Caravaggio è destinato a restare incompiuto, perché è molto difficile, su Facebook, riuscire a fruire di questa liberandosi delle caratteristiche intrinseche del social, che restano come “impigliate” nel nostro approccio, falsandolo. Il meme ha un’attrazione gravitazionale troppo forte, che non permette di allontanarsene. Dell’opera originaria non rimane che un fantasma, replicato attraverso le rigide norme della moderna comunicazione digitale, che sostituisce l’opera reale e tangibile, conoscibile solo recandosi materialmente nel luogo in cui è custodita. La speranza di avvicinare i giovani all’arte e alla letteratura usando il loro linguaggio può essere un segno di buona volontà, ma è illusoria, perché certe conoscenze si trasmettono solo attraverso certe modalità, e ciò non per mero conservatorismo, ma perché quei percorsi restano i più efficaci.

Il meme è «robetta esilarante» che a volte fa pensare (e non è poco), ma arrivati a un certo punto, bisogna studiare.

 

 

Si ringrazia Trash Bin per il meme in copertina.

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Stefano Cavallini

Nato a Bologna nel 1991, è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche della sua città natale. Attualmente proiezionista, spera un giorno di lavorare in una casa editrice. Ha scritto per Clamm Magazine, Bibliomanie, Inchiostro alla Spina e Bologna Blog University, presso cui ha curato una rubrica bisettimanale sullo slang bolognese. Quando può, scrive poesie, con alcuni buoni risultati. Ama Gozzano, gli Skiantos e i tortellini.

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