Avanguardia improponibile: il Gruppo 93

Avanguardia improponibile: il Gruppo 93
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A Milano, il 19 settembre del 1989, durante i giorni dell’annuale edizione di Milano-Poesia, viene fondato alla libreria Buchmesse il Gruppo 93. Immediato il richiamo all’esperienza del Gruppo 63: si inneggia subito alla rinascita dell’avanguardia, ci si aspetta di assistere ad una nuova e decisiva terza ondata. Purtroppo, altro non è stato che un fraintendimento

Il Gruppo 93

In primo luogo, di chi si costituisce il gruppo? Gabriele Frasca e Tommaso Ottonieri, per esempio, sono due poeti appartenenti al collettivo Kriptopterus Bicyrrhis. Ma tanti provengono dal collettivo genovese Altri Luoghi, altri ancora dal gruppo Baldus. Non solo: vi partecipano esponenti della vecchia avanguardia, componenti del Gruppo ’63: Sanguineti, Balestini, Pagliarini. Nonostante il nome sia chiara eco di questa precedente esperienza, le analogie fra le due possono anche terminare qui. Innanzitutto, nonostante l’indicazione di gruppo, gli intellettuali partecipano più che altro a un laboratorio, un movimento (fluido), un percorso ancora in itinere e non ancora compiutosi. Rimane ancora uno spazio aperto, una ampia parentesi di discussione. Potremmo dire che il risultato è la creazione di un luogo in cui spinte poetiche e letterarie spesso diverse quando non opposte, si incontrano e si intersecano, giungono a una sintesi e mantengono, dunque, una propria autonomia.

Inoltre manca qualsiasi presupposto perché si possa parlare di avanguardia. Lo stesso Ottonieri ritiene che la definizione di gruppo non sia accurata né calzante, proprio a causa della poco omogeneità dei facenti parte. Biagio Cepollaro, a proposito di certi equivoci sintomatici, diceva:

la nascita del Gruppo ‘93 è legata non alla nostalgia dell’avanguardia, né a qualche illusione palingenetica “trasgressiva” […] affidata alla letteratura ma alla necessità di profilare, attraverso un serrato confronto testuale, costellazioni possibili per la ricerca letteraria.

Aveva ravvisato, insomma, un certo generale fraintendimento nelle intenzioni. Non c’è, nel movimento, alcuna coerenza di tipo ideologico o stilistico, alcuna convergenza di intenti quando non casuale né si spinge la letteratura verso una qualche direzione.  In soldoni, non esiste affatto una terza ondata d’avanguardia. Ancora Cepollaro in proposito

[…] è indubbiamente vero che la poetica implica sempre un discorso culturale, un complesso di orientamenti non solo estetici, così come è vero che la poetica-manifesto, propria di ogni avanguardia, è meno significativa oggi della poetica che definisco a posteriori. Ritengo oggi la stessa nozione di avanguardia come improponibile e dissento da coloro che parlano di avanguardia ad ondate (ve ne sarebbe oggi una terza), valutando che al più si tratti del movimento ondulatorio di un liquido in una tazzina di caffè

gruppo 93

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Gruppo 93: avanguardia sì, avanguardia no

Avanguardia no, a dire il vero. Contro ogni possibilità di ribattere, sono i membri stessi del movimento a spiegare perché non si possa parlare di avanguardia e perché, soprattutto, il dibattito “avanguardia sì / avanguardia no” sia privo di senso.

Massificazione

Tanto per cominciare, l’utilizzo massificato dei procedimenti tipici dei movimenti avanguardisti ne ha determinato la banalizzazione. Scrive Luperini in proposito:

Un inconsapevole avanguardismo di massa è davanti ai nostri occhi. Il surrealismo è diventato una pratica diffusa. […] la contaminazione, il plurilinguismo, il pluristilismo, lo squadernamento di significati tuttavia privi di un senso, la non-purezza, lo sconvolgimento delle tradizionali categorie di spazio e di tempo, l’allegorismo vuoto, l’estetizzazione della società e una serie di altri mots d’ordre dell’avanguardia sono diventati luoghi comuni del postmodernismo, imponendosi con la forza stessa delle trasformazioni tecnologiche che hanno modificato in profondità gli ultimi trenta-quaranta anni. Così, realizzandosi, volgarizzandosi, normalizzandosi, l’avanguardia si è suicidata nel momento stesso in cui è diventata pratica di massa. Oggi l’avanguardia non è possibile perché ne è venuto a cadere il presupposto di fondo: divenendo norma non può più essere rottura. Tradizione e avanguardia si giustappongono ormai senza conflitto, come linguaggi ornamentali e reciprocamente innocui.

E non è il solo a ribadire una posizione di questo tipo. Domandarsi se il Gruppo 93 realmente costituisca avanguardia è vano e improduttivo a detta di tutti i membri. La massificazione sfrenata ha reso l’avanguardia nient’altro se non un cliché e non c’è modo di riscattarla.

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Tradizione

Così si spiega il salvataggio della tradizione che non si traduce necessariamente in spinte classicheggianti, quanto in un recupero consapevole. Inutile ricordare quanto forte fosse la rottura che si era posto di creare Marinetti; altrettanto inutile ricordare le sperimentazioni linguistiche delle neoavanguardie letterarie. I vari facenti parte del gruppo costituiscono il proprio personalissimo canone, scegliendo nella storia della letteratura i padri cui rivolgersi nella scrittura. Così Cepollaro dichiara di guardare soprattutto a Jacopone da Todi e Dante , mentre Paolo Gentiluomo si rivolge a Palazzeschi, Guido Ceserza abbia come punti fermi Leopardi e Shakespeare, e così di seguito.

Gruppo 63

Storia

L’ultima ragione per cui una nuova avanguardia non è possibile, è la situazione storica in cui ci si trova. Tanto per cominciare, la prima spia sta nel nome del gruppo, che certamente trae in inganno. Se il Gruppo ’63 è stato fondato, appunto, nel ’63, si è già detto di come il Gruppo 93 si sia formato in realtà nell’89, data che segna il termine del “secolo breve”. Le altre avanguardie avevano tutti i presupposti storici e tutti i fermenti politici che servivano loro per nascere e resistere qualche tempo. Come dice Lello Voce, «l’avanguardia è sempre un problema di contesto e non solo di testo», e continua ricordando come non ci fosse in quel momento per loro una filosofia della storia che permettesse davvero una rottura. Ma senza direzione, proprio per il carattere fluido del movimento, non c’era neanche un avanti e un dietro. Recuperare la tradizione a proprio piacimento, per esempio, indicava l’evidente mancanza di un orizzonte comune – non già avvertito come carenza, quanto come tratto distintivo. Significativo, a questo proposito, che Voce parli di avanguardia mio malgrado.

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Pubblicato da Bianca Coluccio

Sulla soglia dei miei ventidue anni, ho abbandonato lo stupore dei portici bolognesi - che pure mi sono sempre tanto cari - in favore di Milano e del suo sfarzo. Eppure non ho mai dimenticato il mare e le montagne della mia casa. Nel tempo libero leggo cose che mi entusiasmano talmente tanto che decido di scriverle su TheWise.