La Cina, la questione degli uiguri e noi

proteste pro uiguri in Cina
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Dopo essere riuscita a contenere con successo l’epidemia di Coronavirus, in virtù anche del nuovo prestigio guadagnato la Cina ha accumulato vantaggio nei confronti delle democrazie occidentali e potrebbe diventare la prossima superpotenza globale. Molti italiani, in seguito agli aiuti ricevuti negli ultimi giorni, guardano con benevolenza al gigante asiatico. Forse però sarebbe il caso di raffreddare gli entusiasmi e chiedersi davvero con chi abbiamo a che fare, soffermandosi ad esempio sulla questione degli uiguri.

Alla fine dell’articolo è presente un elenco delle fonti utilizzate.

La questione uigura

Lo Xinjiang, sotto il controllo cinese dal diciottesimo secolo, è una regione autonoma arida e montuosa della Cina nord occidentale. La regione, ricca di risorse energetiche, è attraversata da tre (NELBEC, CCAWAEC, CPEC) dei cinque corridoi economici che caratterizzano la componente infrastrutturale cinese. Rappresenta quindi una «priorità chiave per la politica estera di Pechino». Da più di mille anni è abitata dagli uiguri, popolazione che adottò l’Islam dopo il contatto con alcuni mercanti musulmani. Oltre agli uiguri, che sono undici milioni, vivono lì un milione e seicentomila kazakhi, tagiki e musulmani di etnia Hui, oltre a un numero rilevante di cinesi Han, che sono in rapida crescita. Per indebolire l’identità degli uiguri, la Cina ha incoraggiato persone di etnia Han a spostarsi nello Xinjiang. Nel 1949 gli uiguri erano il settantacinque per cento della popolazione e gli Han il sette per cento. Oggi gli uiguri sono solo il 48% e gli Han hanno raggiunto il 36%.

Dagli attentati alla creazione dei campi di detenzione

Nel maggio del 2014, ha luogo una serie di attentati. Ne sono esempi le violenze a Pechino nel 2013, le bombe al mercato di Urumqui e gli accoltellamenti alla stazione dei treni di Kunming nel 2014, attribuiti a uiguri. Alcuni di loro hanno raggiunto gruppi estremisti in Siria e l’Isis, il Tip (Turkistan Islamic Party) e l’ETIM (che nel 2008 era già operativo  e aveva provato a organizzare attacchi terroristici a Urumqui e durante i giochi olimpici). La reazione del presidente Xi è immediata. Pur precisando sorprendentemente che gli uiguri non devono essere discriminati e affermando di non voler eliminare completamente l’Islam in Cina, Xi è ormai convinto che la mentalità terrorista sia penetrata a fondo nella società uigura.

Sulla scia della war on terror americana, nonostante alcune resistenze interne di ufficiali che verranno in seguito purgati, la Cina lancia una massiccia campagna antiterrorismo di strike hard nello Xinjiang. Nella regione vengono costruiti numerosi campi di detenzione e rieducazione, in cui si valuta siano imprigionati un milione di uiguri e kazakhi. Il governo cinese ha sostenuto si tratti di centri di job-training e «formazione professionale» a frequenza volontaria per prevenire il terrorismo islamico, dove si insegnano agli «studenti» «abilità professionali e conoscenze giuridiche». Numerosi report dimostrano però la natura coercitiva dei campi. Viene stilata una lista di settantacinque indicatori di estremismo religioso. Mentre alcuni sono ragionevoli, come «incitare alla guerra santa», altri sono estremamente vaghi e inconsistenti, come «ammassare grandi quantità di cibo», «smettere improvvisamente di bere e fumare» e «comprare manubri, guantoni da boxe, compassi, telescopi e tende senza una ragione».

uiguri

Mappa dello Xinjiang. Foto: flickr.

Dentro i campi uiguri

Nei campi è diffusa la detenzione arbitraria. Le persone vengono cioè arrestate senza imputazioni o accuse di crimini specifici. La gamma dei motivi per cui si può essere rinchiusi nei campi è molto varia. Va da frequentare una moschea a usare WhatsApp o Zapya. Ai familiari delle persone arrestate viene detto che i loro parenti sono stati «infettati» dal virus del radicalismo islamico e che devono essere messi in quarantena e curati.

La vita degli uiguri dentro i campi: torture e restrizioni

I detenuti riportano casi di abusi e torture, come essere legati ammanettati a sedie di metallo o chiodate, essere sottoposti a deprivazione del sonno, picchiati con manganelli elettrificati e appesi al soffitto. Inoltre, si verificano spesso casi di sovraffollamento. I detenuti sono sottoposti a una disciplina di tipo militare, che comprende marce forzate, mattutine cerimonie di omaggio alla bandiera, apprendimento di canzoni in onore del Presidente Xi e del partito e di almeno mille caratteri di mandarino, proibizione di parlare la propria lingua. I detenuti devono anche imparare una lista di regole come parte della nuova “educazione”: ni hao deve rimpiazzare le formule di saluto islamiche, le insegne dei ristoranti uiguri possono essere solo in caratteri cinesi, nei luoghi pubblici  e nelle scuole è vietato parlare in uiguro o kazako, su WeChat e QQ le minoranze non possono creare gruppi, è vietato parlare con persone che si trovano all’estero in uno dei ventisei Paesi (come Kazakhistan e Turchia) considerati sensibili dalla Cina, i matrimoni misti tra Han e kazaki sono incoraggiati con incentivi fino a tredicimila dollari, in caso di vendita di proprietà private di uiguri il 50% è trattenuto allo Stato. Oltre a ciò, ci sono anche corsi di «etichetta» e buone maniere, in cui si insegnano cose come stringere amicizie e farsi correttamente il bagno. Per assicurarsi che gli «studenti» imparino le regole, li si interroga periodicamente.

Il sistema a punti che regola l’uscita dai campi

I detenuti vengono incarcerati senza processo e non hanno diritto a vedere un avvocato. Una volta a settimana possono telefonare ai parenti. Le telefonate però, oltre a essere molto brevi, sono controllate e sospese in caso di commenti negativi. Alcune persone impazziscono, altre tentano il suicidio. Secondo le testimonianze di ex-detenuti, un numero imprecisato di persone sono morte per le pessime condizioni di vita. Chi resiste all'”educazione” forzata è punito e messo in cella d’isolamento senza mangiare né bere, coi polsi ammanettati. Le persone sono detenute anche se in condizioni sensibili. Ciò comprende anziani, malati, adolescenti e donne incinte.

Per stabilire chi può uscire dai campi sembra che le autorità usino un sistema a punti. Questo può essere anche influenzato dal comportamento dei parenti fuori dai campi. Chi si dimostra reattivo al trattamento di rieducazione, cioè chi è «disciplinato, studia, si forma e ha accolto la trasformazione ideologica» ha più possibilità di essere rilasciato. Le detenzioni, visto che una buona parte degli arrestati è giovane, hanno anche un impatto demografico sulle comunità locali, che vedono diminuire il numero dei loro membri e calare il tasso di natalità.

Per le autorità cinesi, vista l’assenza di attacchi terroristici negli ultimi tre anni, i campi sono un successo.

Fuori dai campi

Nella regione dello Xinjiang, l’Islam è stato praticamente bandito (ma la libertà di culto è sotto attacco in tutta la Cina, basti pensare alle condizioni dei buddisti tibetani). Numerose moschee sono state distrutte e sono state imposte molte restrizioni. È vietata ogni forma di apparenza, inclusa barba e vestiario, riconducibile all’Islam. L’Hajj (il pellegrinaggio alla Mecca) dev’essere organizzato dallo Stato. La preparazione halal è consentita solo per alcuni tipi di cibo. È proibito il possesso e la diffusione di qualsiasi materiale possa minare l’unità dello Stato o il progresso scientifico, vale a dire potenzialmente ogni tipo di materiale religioso come il Corano o i tappetini da preghiera. I bambini non possono partecipare ad attività religiose né saltare la scuola per motivi religiosi. Chi osserva il ramadan è sorvegliato e le cerimonie religiose sono bandite e sostituite con usanze cinesi, come il capodanno.

Le modalità di sorveglianza degli uiguri

Per la sorveglianza degli uiguri fuori dai campi, il governo fa un massiccio uso delle moderne tecnologie. Il territorio è disseminato di checkpoints equipaggiati con telecamere per il riconoscimento facciale ovunque possa esserci un assembramento: strade, stazioni, entrate dei villaggi, hotel, ristoranti e mercati. Per gli uiguri è impossibile spostarsi senza essere strettamente controllati. Oltre ai checkpoints, per lasciare lo Xinjiang è necessario il permesso della polizia, che lo concede a propria discrezione. Inoltre, i passaporti vengono spesso confiscati dalle autorità e il percorso burocratico per riaverli indietro è estremamente lungo e farraginoso. Quando non vengono confiscati, il periodo accordato di soggiorno all’estero è molto breve e deve essere seguito da un categorico ritorno in patria. Chiunque sia stato all’estero o non abbia più la cittadinanza cinese è passabile di arresto.

La sorveglianza del governo colpisce ogni aspetto della vita degli uiguri, anche quello domestico e familiare. Il governo ha lanciato un programma per le famiglie, chiamato fanghuijo, in cui è previsto che nuovi “parenti” cinesi selezionati dal governo diventino membri a tutti gli effetti del nucleo familiare, con lo scopo di sorvegliarli. Si riportano casi in cui i “parenti” hanno letteralmente messo le famiglie agli arresti domiciliari. In alcuni casi, i “parenti” sono del sesso opposto a quello dei familiari. In questo modo, il pericolo di abusi sessuali per le donne aumenta esponenzialmente. Oltre a ciò, l’attività di spionaggio di amici e familiari e di loro potenziali condotte anomale è fortemente incoraggiata, il che semina sospetto e zizzania nelle comunità.

Sui coltelli da cucina di uso comune viene applicato un codice QR, che viene poi associato al numero delle carte d’identità. In alcuni casi, i codici QR sono anche all’entrata delle case, su piastre smart che vengono controllate dalla polizia. Le comunità sono costrette, con frequenza giornaliera o settimanale, a partecipare a cerimonie di alzabandiera, in cui le persone vengono invitate a denunciare i propri familiari. In alcune zone il governo ha istituito anche scuole serali obbligatorie per donne sotto i quarantacinque anni di età, casalinghe, lavoratori autonomi e disoccupati, in cui si insegna mandarino e abilità lavorative e vengono illustrate le politiche del governo.

Tracciamento totale grazie a l’IJOP

Nemmeno vivere all’estero sembra mettere al riparo dall’influenza del governo cinese: le autorità infatti, attraverso pressioni e minacce sui familiari rimasti in patria e messaggistica privata, tentano di convincere chi è andato (anche nelle democrazie occidentali) all’estero a tornare. La repressione è condotta con estrema determinazione. Lo dimostra il fatto che nel 2017 il governo abbia avviato dodicimila investigazioni su membri del partito accusati di infrazioni nella «lotta contro il separatismo».

Vengono inoltre raccolti, ufficialmente per i passaporti, dati biometrici come DNA, impronte digitali, scansioni oculari, campioni della voce e gruppo sanguigno di tutti i residenti tra i dodici e i sessantacinque anni. I dati della popolazione, forniti anche da ambasciate e consolati, vengono aggregati da un programma, chiamato IJOP (Integrated Joint Operations Platform). Il programma stila una lista di persone sospette “devianti” che potrebbero costituire una minaccia per le autorità. Queste persone vengono interrogate e alcune di loro imprigionate.

Foto del mercato di urumqui, dove vivono gli uiguri, in Cina

Mercato di Urumqui. Foto: flickr.

Lavori forzati

L’Aspi (Australian Strategic Policy Institute) stima che, dal 2017 al 2019, ottantamila uiguri o membri di altre minoranze siano stati trasferiti dallo Xinjiang in fabbriche disseminate per il resto della regione e del Paese. Secondo le autorità, la partecipazione al lavoro è volontaria, ma testimonianze affermano il contrario.

La condizione dei lavoratori uiguri nelle fabbriche

I lavoratori uiguri, alcuni dei quali sono dei «laureati» nei campi di detenzione che hanno finito il loro periodo di prigionia, sono trasportati verso le fabbriche in treni speciali e conducono uno stile di vita segregato rispetto agli altri lavoratori. Hanno poca libertà di movimento e vivono in dormitori sorvegliati. In alcune fabbriche sembra anche che siano pagati meno delle loro controparti cinesi. Fuori dall’orario di lavoro frequentano corsi di mandarino, lezioni di «educazione patriottica» organizzati dall’azienda ed è impedito loro di praticare la propria religione. Un database elettronico registra i dati medici, caratteriali e lavorativi di ogni lavoratore ed estrae informazioni dai gruppi WeChat e da un’app senza nome che traccia movimenti e attività.

In alcuni casi, quadri del partito vengono mandati a sorvegliare le famiglie dei lavoratori nello Xinjiang. Ricordano che un eventuale atto di disobbedienza sul posto di lavoro può avere conseguenze sui propri cari. In alcuni casi le fabbriche ricordano campi di prigionia. La Taekwang Shoes Co. Ltd di Qingdao, dove si producono scarpe Nike, presenta torri di guardia, filo spinato e recinti con punte acuminate. I movimenti degli uiguri sono strettamente controllati da una stazione di polizia equipaggiata con riconoscimento facciale. Mangiano in una mensa a parte e vivono in palazzi separati dal resto dei lavoratori Han. I lavoratori sono severamente monitorati dal partito, i cui rappresentanti all’interno delle fabbriche stendono rapporti giornalieri sui «pensieri» degli uiguri.

Le aziende coinvolte

L’Aspi ha identificato una lista di ottantatre aziende cinesi e straniere che direttamente o indirettamente beneficiano del lavoro degli uiguri: Abercrombie & Fitch, Acer, Adidas, Alstom, Amazon, Apple, ASUS, BAIC Motor, BMW, Bombardier, Bosch, BYD, Calvin Klein, Candy, Carter’s, Cerruti 1881, Changan Automobile, Cisco, CRRC, Dell, Electrolux, Fila, Founder Group, GAC Group, Gap, Geely Auto, General Motors, Google, Goertek, H&M, Haier, Hart Schaffner Marx, Hisense, Hitachi, HP, HTC, Huawei, iFlyTek, Jack & Jones, Jaguar, Japan Display Inc., L.L.Bean, Lacoste, Land Rover, Lenovo, LG, Li-Ning, Mayor, Meizu, Mercedes-Benz, MG, Microsoft, Mitsubishi, Mitsumi, Nike, Nintendo, Nokia, The North Face, Oculus, Oppo, Panasonic, Polo Ralph Lauren, Puma, Roewe, SAIC Motor, Samsung, SGMW, Sharp, Siemens, Skechers, Sony, TDK, Tommy Hilfiger, Toshiba, Tsinghua Tongfang, Uniqlo, Victoria’s Secret, Vivo, Volkswagen, Xiaomi, Zara, Zegna, ZTE.

Il portavoce del Ministro degli Esteri cinese Zhao Lijan ha detto che il report dell’Aspi non ha «base fattuale». Ha aggiunto che le misure prese nello Xinjiang sono state supportate dalle comunità locali e hanno raggiunto buoni risultati. «Al momento presente, tutti i partecipanti al programma di deradicalizzazione si sono laureati. Con l’aiuto del governo, hanno un impiego stabile e vivono una vita felice».

Noi

Con il coronavirus e le donazioni verso l’Italia, che sono tutto tranne dettate dalla generosità, Pechino gioca a fondo la carta del soft power. Grazie alle parole lusinghiere del Lancet e dell’OMS, la Cina può sottolineare la superiorità del proprio sistema, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, acquistare prestigio e porsi come modello per una nuova concezione di Stato collettivo e paternalista. In Italia, complici anche alcune fake news diffuse dalla Cina, questa strategia sembra avere pagato. In molti, magari già ammiratori della Russia di Putin, hanno dimostrato benevolenza nei confronti del gigante asiatico, principalmente in funzione antieuropea.

Anche la sinistra, dimostrando una superficialità disarmante e di non aver mai superato un certo qual retaggio simil-stalinista, si è lanciata in lodi e ringraziamenti verso la Cina. (A dire il vero, ha ringraziato anche Cuba. La differenza è però che Cuba non è prossima a diventare la prossima superpotenza globale e quindi a influenzare direttamente le nostre vite. Bisognerebbe poi capire cosa abbia la Cina di realmente socialista, a parte una funzione centralizzata dello Stato).

Ciò che si sembra dimenticare è che se la Cina ha potuto efficacemente contenere la pandemia è grazie al tracciamento e controllo quasi totale dei suoi abitanti e al massiccio uso di tecnologie intrusive. Queste non sono dissimili, anzi in molti casi sono proprio le stesse, come il riconoscimento facciale, da quelle usate nello Xinjiang per reprimere gli uiguri. Prima di incensare un Paese che condanna undici milioni di persone a vivere giornalmente una distopia orwelliana e nega e reprime tutto ciò che non rientra nei suoi canoni culturali, forse faremmo meglio a riflettere un attimo.

È vero. Per ora la risposta delle democrazie alla pandemia si è dimostrata meno efficace (anche se occorre giudicare sul lungo periodo), ma questo significa una cosa sola. Anche in situazioni di emergenza, non possiamo prescindere dal misurarci con la libertà. Forse, una volta tanto, potremmo andarne fieri.


Fonti

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Stefano Cavallini

Nato a Bologna nel 1991, è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche della sua città natale. Attualmente proiezionista, spera un giorno di lavorare in una casa editrice. Ha scritto per Clamm Magazine, Bibliomanie, Inchiostro alla Spina e Bologna Blog University, presso cui ha curato una rubrica bisettimanale sullo slang bolognese. Quando può, scrive poesie, con alcuni buoni risultati. Ama Gozzano, gli Skiantos e i tortellini.