La scuola deve sopravvivere al coronavirus

Coronavirus scuola
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Nel nostro paese il tema dell’educazione viene trattato con molta superficialità, anche durante un’emergenza come quella del coronavirus. La scuola è stato il primo edificio pubblico a chiudere e probabilmente sarà l’ultimo a riaprire, con le scolaresche che ormai potranno rientrare nelle loro classi, se mai rientreranno, solo all’inizio del prossimo anno scolastico. Le istituzioni del paese nazionali e regionali hanno deciso con grande fretta di chiudere tutto il settore scolastico fino a data da destinarsi e hanno fatto bene. Ma dopo due mesi dall’inizio dell’emergenza e con la prospettiva di lasciare i figli a casa senza istruzione ancora per molti mesi a venire, viene da chiedersi se l’Italia ha i mezzi e l’organizzazione per garantire a tutti i suoi cittadini il diritto all’istruzione. La scuola pubblica e gratuita, dagli asili nido all’università, è il più potente strumento che ha uno stato per appiattire le disuguaglianze e creare cittadini coscienziosi e competenti per la nostra società e la nostra economia. Il Coronavirus contagerà e soffocherà lo scopo di questo strumento?

La reazione del governo al Covid-19 ha cambiato le vite di tutti in modo drastico e inimmaginabile fino a poco tempo fa. In particolare, si è cercato di incentivare lo smart working, o nel caso della scuola lo smart studying. L’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce lo smart working «una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati». In altre parole, è necessario trovare un modo per lavorare da casa, essendo vietato per molti raggiungere il proprio posto di lavoro durante epidemia. Lavorare e studiare casa è divenuto accessibile a moltissimi, grazie al rapido e recente sviluppo delle tecnologie informatiche.

Lo smart working è un fenomeno positivo e da incoraggiare. Il lavoro e lo studio da casa possono essere un grande incentivo per la digitalizzazione e modernizzazione del mercato del lavoro italiano. L’Italia era molto indietro rispetto alla media europea su questa forma di lavoro indispensabile nell’era digitale e che può avere ripercussioni molto positive per alcune categorie di lavoratori che hanno necessità di stare a casa più a lungo. Esempi di queste categorie avvantaggiate dallo smart working sono le giovani coppie con figli e le persone diversamente abili.

C’è però un altro aspetto dello smart working e studying che è più preoccupante, cioè l’effetto negativo che questo ha sulle diseguaglianze sociali, già molto alte nel nostro paese. Molti bambini, ragazzi e lavoratori non hanno infatti gli strumenti per studiare e lavorare da casa, semplicemente perché sono troppo poveri per comprarli. Nel mondo della scuola italiano secondo l’ISTAT nel 2019 il 12,3% delle famiglie con minori in età scolastica non ha un PC o tablet in casa, mentre nel 57% dei casi i componenti di una famiglia italiana devono condividere un solo PC o tablet. Inoltre, dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni di età, il 37% ha competenze informatiche insufficienti per seguire le lezioni online. Questo dato, come tutti i dati del nostro paese, nasconde grandi squilibri territoriali e sociali. Nel Mezzogiorno e nelle famiglie senza laureati le percentuali di persone con un adeguato accesso alla rete sfiorano cifre intorno al 10%. Al problema del basso accesso della rete Intenet si aggiunge quello del basso sostegno alle famiglie nella custodia, cura e contenimento dei bambini più piccoli. Il risultato della chiusura di asili nido e asili è che alcune famiglie devono lavorare di meno o smettere di lavorare per badare ai propri pargoli a carico.

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Già con questi pochi dati si capisce come il coronavirus rischia di contagiare e uccidere la scuola pubblica. La uccide perché mina il motivo fondamentale per cui esiste l’istruzione universale pubblica e gratuita, e cioè per appiattire le diseguaglianze. Recita la Costituzione, articolo 34: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso». In un paese in cui dal 2006 al 2016, sempre secondo l’ISTAT, sono stati fatti tagli all’istruzione e le famiglie di conseguenza hanno dovuto investire sull’istruzione privata (la cui spesa in percentuale al PIL è raddoppiata), il coronavirus rischia di dare il colpo di grazia. Senza decisivi interventi ministeriali il livello di istruzione alla fine dell’epidemia presenterà pesanti disparità fra nord e sud, fra ricchi e poveri, e fra figli di laureati e non.

Come si può salvare la scuola pubblica?

Alcuni gruppi di genitori, sindaci e amministratori hanno proposto delle soluzioni. Una delle più comuni è quella dell’istituzione di asili nidi condominiali o di quartiere con pochi membri e all’aperto, fino a che la stagione lo consentirà. Potremmo trarre ispirazione dalla Germania dove gli asili nido sono aperti per i lavoratori dei settori produttivi ancora aperti e degli operatori sanitari. La sindaca di Empoli, Brenda Barnini, ha proposto la sua città come «città pilota» per la ripresa delle attività didattiche in classe, utilizzando mascherine in classe, doppi turni e spazi aumentati per riaprire gli istituti di ogni ordine e grado. Una bella iniziativa è nata a Padova, dove gruppi di volontari distribuiscono computer alle famiglie più povere con minori per permettergli di seguire le lezioni online. Tutte idee lodevoli, tuttavia la mancanza di una cabina di regia ministeriale rischia di renderle vane dal punto di vista nazionale. Rinviare l’apertura delle scuole senza un piano serio che risponde a queste nuove esigenze rischia di infettare il motivo stesso dell’esistenza dell’istruzione pubblica, condannando il paese ad essere sempre più ingiusto nei confronti dei più deboli.

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La sindaca di Empoli Brenda Barnini.

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Pietro Lepidi

Sono nato a Roma, classe 1998, e ho vissuto tra Padova, Roma e Bordeaux. Da liceale ho sempre avuto una passione per la rappresentanza politica testimoniata dalla carica di Presidente della Consulta degli Studenti del Veneto. Adesso a Roma studio per fondere attività pratica con conoscenze teoriche. In questo giornale mi focalizzerò sui diritti civili e politici. In un mondo che si prende in giro, facciamo i seri.