Mario Benedetti: qualche parola in più

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Che fine ha fatto Mario Benedetti?

Cominciare con una provocazione non lascia spazio a presagi favorevoli. La pandemia contro la quale si combatte – sempre per mantenere vivo il linguaggio bellico – non ha invaso soltanto accampamenti e trincee – continua la metafora della guerra – ma anche le abilità cognitive di molti. Abbiamo pianto e seguito la vicenda di Luis Sepúlveda, aggiornandoci con delle informazioni da gazzettino: si è ammalato! Anche la moglie si è ammalata! Sta peggio di lui? Meglio di lui? Lei pare che sia guarita ma lui è ancora ammalato. Ma siamo sicuri che sia morto? Ma Sepúlveda o Márquez? Chi è Márquez? Ma chi se ne importa, d’altro canto, sono ispanofoni e allora li mettiamo tutti insieme: sono potenzialmente interscambiabili. Cosa vuol dire? Che ci ricordiamo o fingiamo di ricordare le parole che pronunciano gli altri, e che senso ha controllarne la veridicità? E che senso ha informarsi oltre a quello che accade nel magico e parallelo universo di Facebook? Sarà forse questo il motivo per cui non molto si è sentito parlare della morte di Mario Benedetti.

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Come poteva crearsi quel passaparola che tanto si ama se pochissimi sono stati quelli ad annunciare l’evento? Prevalentemente, tra l’altro, giornali locali. Il TGR del Friuli ha speso qualche parola ad esempio, ugualmente ha fatto il Messaggero Veneto. Ma sono stati solo i magazine online a parlarne, e per lo più i blog specialistici di poesia. Della morte di Benedetti ha dato la notizia subito Stefano Dal Bianco, suo amico prima che collega, dal suo profilo personale su Facebook,  nel silenzio totale dei giornali, divulgativi o d’informazione – salvo il trafiletto regalatogli da La Repubblica.

E alla fine di tutto, Mario Benedetti muore come è vissuto, silenziosamente. D’altronde, come diceva Pasolini, è la morte di un uomo a mettere a posto i pezzi e dare la cifra della sua vita. Possiamo notare nella vita e nella morte di Benedetti una certa coerenza di sé rispetto al mondo e del mondo rispetto a sé.

Due parole su chi era Mario Benedetti

Nasce a Nimis, in provincia di Udine, nel novembre del 1955, e lì rimane per i successivi vent’anni. Nel 1976 – lo stesso anno del terremoto del Friuli – si trasferisce a Padova per laurearsi in Lettere prima e conseguire il diploma in Estetica alla Scuola di Perfezionamento poi. Ancora a Padova fonda con Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori la rivista di poesia contemporanea Scarto minimo. Comincia a insegnare ancora a Padova per continuare poi a Milano, dove si trasferisce stabilmente. Ammalato di sclerosi multipla fin da bambino, incorre in complicazioni gravi tra il 1999 e il 2000. Nel 2014 lo colpisce un infarto a seguito del quale è costretto a letto, in coma farmacologico, per diverso tempo, ed è la sua prima morte. La seconda e definitiva avviene poco più di un mese fa, a seguito di complicazioni dovute al coronavirus: è il 27 marzo 2020.

 

mario benedetti

 

Più di due parole sulla poesia

Le abrasioni e le lacerazioni vissute da Mario Benedetti si riversano nell’esperienza poetica, e fin qui niente di nuovo. Ma i versi interrogano l’instabilità delle emozioni, l’equilibrio precario a dispetto del quale si è svolta la sua vita intera – la malattia, le morti e la morte, il terremoto. Questa domanda, quasi mai formulata nei termini propri di una domanda, evidenzia cosa siano gli abbandoni, cosa le solitudini. Ma dondolano questi affanni assieme a qualche dolcezza, secondo quella coppia tanto cara a Saba, la rima assurda amore-dolore. Allora va creandosi quel rapporto tra favola e storia, tra stupore e lucidità.

 

Da lontano

E la casa mi volava via nel prendere sonno.
Ero con mio fratello così distante dai nostri giochi
della palla, dell’aquilone, della canoa.

Era perché non poteva restare niente di tutto questo
che gli occhi facevano i matti. Sorpresi come uno stupido
a cui si dice “che cosa fai”. Non lo sapevo, non avevo febbre,

sentivo una carnagione nelle tende le parole in giro
del viso della nonna. Ruotavo la testa per fare la giostra
con i bambini e con i grandi che vedevo e non vedevo:

la tasca, il naso, le ginocchia, una mano con la mela
o con la scodella, o con niente, senza braccio,
come da paure, da un cervello ferito in una parte.

A letto era un bel cielo dalle finestre di tanti bei giorni.
Venivano da lontano, dalle parole che si dicevano in casa.
Quando pioveva eravamo solo acqua e con il vento aria.

Venivano tanti che diventavano subito bambini…

mario benedetti

Tensioni

Si crea in questo modo una tensione bifronte: una dimensione evidentemente onirica in cui iscrive un’indagine etica di conoscenza. Questa ricerca passa spesso per lo sguardo, e lo sguardo diventa il mezzo con cui continuare a interrogare e interrogarsi. Qualcuno ricorderà Asher Lev, il protagonista del libro Il mio nome è Asher Lev, di Chaim Potok, in cui si capisce che lo sguardo artistico non va posandosi sulle cose distraendosi nelle forme e nei colori. Piuttosto, gli occhi diventano uno strumento non più relegato al solo senso della vista, ma che potenzia gli altri sensi: «Sentivo gli occhi, sentivo i miei occhi muoversi sulle pieghe dei suoi occhi e dentro e sopra le rughe profonde della sua fronte». E non diversamente accade in Benedetti, in cui la poetica dello sguardo diventa una poetica di conoscenza. Ma è lo stesso sguardo a procurare un trauma, nel momento in cui tra le parole e le cose non trova una reale corrispondenza: «Io che sono delle cose negli occhi / ma non so dire come sono quando le guardo» e ancora «servirebbe guardare da lontano, pensare quello che si guarda». Nel terzo numero di Scarto minimo, scrive Mario Benedetti:

Comunemente si dice: legge troppi libri, finirà per crederci. Probabilmente questo atteggiamento conferma l’essenza dello stupore: nello stupore è difficile fermarmi, trattenere la cosa vista. Ma se per chi scrive esso costituisce lo shock per la non corrispondenza significato-cosa e lì la lingua dice che noi non “ci apparteniamo”, è da considerare il fatto che quel noi è il termine fondamentale della questione. […] siamo noi nell’enigma, nominati con la forza, la sicurezza e il dolore della possibile visione chiara e vera.

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Elegie

La tradizione lirica del Novecento non disdegna, qualche volta anzi abusa, della forma del canzoniere in mortem, evidentemente legata al lutto di qualcuno, a un abbandono affettivo e coatto. Ma accade in Benedetti che il lutto non sia propriamente una rappresentazione del lutto. La morte, in breve, supera il lutto e diventa una “postura esistenziale”, dice Riccardi nell’introduzione al volume Garzanti. E l’atteggiamento non muta in base all’argomento, ma si conserva per necessità. La stessa visione ed esperienza della morte (non solo degli altri, ma anche la propria e graduale) danno avvio a una crisi della parola, a un cortocircuito metalinguistico, in cui la poesia non può affatto aderire alla realtà, e questo è quanto.

Quante parole non ci sono più.
Il preciso mangiare non è la minestra.
Il mare non è l’acqua dello stare qui.
Un aiuto chiederlo è troppo.
Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.
E non ci sono salti, mani che insieme si tengano
alla corda, sorrisi, carezze, baci. Una landa impronunciabile
è il letto nella casa di riposo dei morenti,
agitata, negli spasmi del sentire di vivere ancora.
In provincia di Udine, Codroipo, il malato ai due polmoni,
i pantaloni larghi, il viso con la pelle attaccata alle ossa,
il naso a punta non sono la storia da raccontare, né i ricordi.
Arido sapere, arido sentire.
E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni,
e una vita così come sempre da farmi solo del male.

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Bianca Coluccio

Sulla soglia dei miei ventidue anni, ho abbandonato lo stupore dei portici bolognesi - che pure mi sono sempre tanto cari - in favore di Milano e del suo sfarzo. Eppure non ho mai dimenticato il mare e le montagne della mia casa. Nel tempo libero leggo cose che mi entusiasmano talmente tanto che decido di scriverle su TheWise.