Contact tracing e identità digitale: un’occasione per crescere

Contact tracing
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Fra le misure che il Governo ha intenzione di adottare durante la Fase due c’è il cosiddetto contact tracing. Si tratta in generale del processo di identificazione dei contatti avuti da una persona infetta, anche se in Italia è stata intesa soprattutto come una procedura tecnologica e non manuale. L’intenzione dunque è di avere una tecnologia per monitorare gli spostamenti e i contatti delle persone, con l’obiettivo di facilitare la ricostruzione della catena del contagio ogni volta che viene individuato un nuovo caso di Covid-19.

Il 16 aprile il commissario straordinario Domenico Arcuri ha firmato l’ordinanza che individua l’applicazione scelta dal governo italiano per attuare il contact tracing. Si chiamerà Immuni ed è sviluppata dalla software house Bending Spoons, in collaborazione con il Centro Medico Santagostino. L’app utilizzerà la tecnologia bluetooth per mettere in comunicazione due telefoni vicini e permettere loro di scambiarsi informazioni. Quando un utente segnala di essere positivo al coronavirus, il sistema avviserà le persone con cui è entrato in contatto, per informarle del possibile contagio. Bending Spoons fa parte di un’iniziativa paneuropea chiamata PEPP-PT, che lavora a un protocollo comune a diversi Stati per lo sviluppo delle loro app. Google e Apple, i due principali produttori di sistemi operativi per smartphone, hanno progettato insieme una interfaccia di comunicazione bluetooth e l’hanno messa a disposizione delle autorità sanitarie dei vari Paesi, in modo che gli sviluppatori possano integrarla nelle proprie applicazioni.

Funzionamento del contact tracing

Schema di una app di contact tracing. Foto: Wikimedia Commons.


Il contact tracing mette a rischio la privacy?

La decisione di utilizzare un’app per tracciare i contagi – la cui installazione sarà facoltativa – offre diversi spunti di riflessione. In primo piano c’è la questione della privacy. Molti osservatori hanno sollevato le proprie perplessità riguardo alla quantità e alla tipologia di dati che potranno essere immagazzinati da Immuni. L’intenzione del Governo, infatti, sembra quella di volere acquisire il maggior numero di informazioni possibili sui cittadini che scaricheranno la app, per disporre di un quadro sempre aggiornato della situazione nazionale. Sebbene il bluetooth sia il protocollo che garantisce maggiore riservatezza per gli utenti – i telefoni comunicano fra loro tramite sequenze sempre diverse di lettere e numeri, generate casualmente – non è ancora chiaro dove saranno archiviati i dati e chi avrà la possibilità di decrittarli, quando necessario.

Il quadro legislativo che regolerà l’utilizzo dell’app non è ancora noto. Sarà fondamentale stabilire un punto di equilibrio tra la tutela della salute e la tutela della privacy. In questo senso, la normativa dovrà porre delle restrizioni ai contesti in cui i dati possono essere conservati, manipolati e elaborati.  L’utilizzo di Immuni deve essere a tempo determinato e limitato al periodo di emergenza.

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Una questione di consapevolezza

Alle considerazioni di carattere tecnico e giuridico, sulle quali Bending Spoons e il governo dovrebbero fare luce quando l’app sarà pronta per il download, si aggiunge la diffidenza dei cittadini. È interessante notare come il tracciamento dei contatti durante una pandemia sia percepito come una grande violazione della propria privacy, mentre l’esposizione volontaria e deliberata dei propri dati su internet attraverso i social media (e non solo) avviene quotidianamente e senza particolari preoccupazioni.

Questo paradosso dovrebbe spingerci a ragionare sul bassissimo livello di consapevolezza che abbiamo riguardo alle nostre attività online. Dovremmo prendere coscienza del fatto che ciò che facciamo su internet è la nostra vita, non qualcosa di scollegato, che termina quando mettiamo in standby il telefono. Le aziende del web ci offrono servizi gratuiti e in cambio tengono traccia di ciò che facciamo, di cosa guardiamo, dei nostri acquisti e delle nostre preferenze. Tutto questo non è un segreto: ciononostante, il concetto di profilazione è ancora sconosciuto a moltissimi utenti, non solo adulti. È un tema enorme, che riguarda la nostra identità e la nostra maturità digitale. La politica ha l’occasione di intervenire e promuovere una crescita sotto questo aspetto.

C’è un altro aspetto, non marginale, da considerare. Un’app di contact tracing funziona se viene installata dalla maggioranza delle persone: quanti sono gli anziani che possiedono uno smartphone? Si tratta di una categoria ad alto rischio contagio, che sarebbe in buona parte esclusa dal monitoraggio.

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La pandemia di coronavirus è un evento inedito, che non ha precedenti nel tipo di società in cui viviamo. Per contrastarla servono soluzioni altrettanto inedite, e il contact tracing è certamente fra queste. Ma una tecnologia da sola non serve a niente, se non viene compresa dagli utenti. È fondamentale che il governo sappia comunicare in maniera efficace a che cosa serve l’app, come funziona e perché è importante scaricarla. Altrimenti sarà soltanto l’ennesimo tentativo di gestire qualcosa che non si conosce.

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