Radical Choc: che senso ha la competenza di fronte al collasso?

Radical Choc
0 Condivisioni

Nella sua trilogia de Il problema dei tre corpi, lo scrittore fantascientifico Liu Cixin immagina un’ipotetica civiltà aliena, lontana milioni di anni luce dalla nostra galassia, che sopravvive in un mondo privo di qualsiasi regolarità naturale, completamente governato dal caos. Grazie alle loro avanzatissime tecnologie, gli abitanti di questo pianeta, i trisolariani, scoprono l’esistenza del pianeta Terra. L’idea di un pianeta in cui è possibile fare previsioni sulla base di leggi scientifiche rappresenta un sogno, per cui decidono di pianificare un’invasione. Vista la distanza galattica, i trisolariani vogliono evitare che durante il tragitto (della durata di circa quattro secoli) gli esseri umani possano sviluppare tecnologie in grado di proteggerli dall’attacco. Per questo decidono di sabotare a distanza la comunità di scienziati, bloccando la ricerca di base e rallentando significativamente il progresso tecnologico. La società umana descritta da Liu Cixin si trova quindi in una difficile situazione: pianificare la difesa del pianeta in un lungo arco di tempo, ma con la consapevolezza che non ci saranno altre scoperte scientifiche in grado di aiutarli. Di fronte al disastro incombente, l’umanità vive in uno strano limbo tra la consapevolezza dell’inutilità tecnica degli scienziati e il fatto che solo una qualche scoperta fortuita possa salvare il destino della Terra.

L’impasse immaginato da Liu è sicuramente frutto di fantasia, ma allo stesso tempo richiama abbastanza esplicitamente un tema che la nostra società vive ormai quotidianamente, quello del collasso imminente, frutto forse della crisi ecologica o dell’ennesima crisi economica globale. La stessa logica sembra permeare il dibattito ecologico: la scienza ha causato buona parte dei danni ambientali, ma solo qualche progresso nella stessa scienza può creare una fonte di energia non dannosa. Ma il problema è ben più ampio e non si limita alla questione ecologica.

Quella che si sta profilando sulla modernità è una crisi più generale, una crisi che dipende dalla complessità che la stessa società umana ha instaurato per migliorare le proprie condizioni. Per Raffaele Alberto Ventura, che già aveva affrontato i conflitti all’interno della società moderna, il guaio è che il benessere che abbiamo conquistato nell’ultimo secolo si è basato su delle premesse tutt’altro che solide. Nel suo ultimo libro, Radical Choc: Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi, 2020), ha scelto di concludere la sua trilogia del collasso con un lavoro sistematico, in grado di tracciare una linea continuativa con i lavori precedenti e di svolgere un’accurata analisi della situazione attuale.

Radical Choc

L’ascesa dei movimenti populisti, un gruppo molto eterogeneo composto da unità molto diverse fra loro ma accomunate da un sentimento di sfida contro il potere politico tradizionale (qualcuno la chiamerebbe “casta”), ha colto di sorpresa un po’ tutti. Ci si è chiesto come sia possibile che narrazioni politiche fuorvianti, sconnesse, incapaci di proporre soluzioni concrete abbiano potuto ottenere così tanto successo. I più ingenui si sono limitati a bollare questi movimenti come banalmente ignoranti e li hanno sfidati di petto, senza però capire da dove spuntasse fuori questa volontà di distanziarsi dai “poteri forti”.

Ma questo approccio non solo non ha portato a grandi risultati. Ha anche impedito di prendere atto di una crisi più generale, che va ben oltre la dimensione politica. Radical choc, di fatto, parte da una premessa di fondo molto importante. Sono stati proprio i competenti, gli “esperti”, a fornire il giogo necessario perché si creassero movimenti anti-intellettuali. I populisti altro non sono che il naturale sottoprodotto di una classe competente che ha smesso di asservire alla sua funzione primaria, ovvero garantire benessere e prosperità. Il sentimento di decadenza, quell’impressione che tutto stia andando a rotoli, sottolineato dall’emergenza sanitaria tutt’ora in corso, non fa che far sembrare i competenti sempre meno adatti al ruolo che svolgono.

Leggi anche: Il tramonto della modernità e “La guerra di tutti”.

Radical Choc

Lo scrittore di fantascienza Cixin Liu. Foto: Flickr.

Lo scontro tra competenti e popolo

C’è indubbiamente uno scontro in atto tra questi competenti e il “popolo”, intenso perlomeno come quella fetta di popolazione che si autoproclama tale. Ma chi sono questi competenti? O per meglio dire: che cosa si intende per competenza? Perché ne abbiamo bisogno, e cosa ce ne facciamo?

Per Ventura la competenza altro non è che la causa e allo stesso tempo l’effetto della di una società moderna complessa, iper-connessa, iper-specializzata e soprattutto ultra burocratizzata. Per “competenti” non si intendono soltanto gli scienziati e i politici (i “professoroni”, qualcuno li chiamerebbe), ma anche tutti i tecnici, ovvero coloro i quali assolvono un compito tecnico nella società. Sono quelle persone senza cui gli ingranaggi del sistema non funzionerebbero. Sistema che, è bene ricordarlo, è stato proprio costruito da questa classe sociale, sia per perseguire i propri interessi, sia per dare “sfogo” alle proprie conoscenze tecniche. Buona parte dal loro status sociale deriva dalla capacità intrinseca di saper gestire i rischi.

Come il famoso Leviatano di Hobbes, sono loro ad assicurarci una vita tranquilla, al riparo dai conflitti. Con le loro competenze sono in grado di garantirci un certo benessere, che si traduce in molti diversi ambiti: una sanità pubblica, un apparato burocratico funzionante, una giustizia equa. Più in generale, un sistema politico articolato e dispiegato nella vita quotidiana. In altre parole, un mondo complesso genera problemi complessi, e dunque richiede soluzioni altrettanto complesse. Solo che chi è incaricato di portare le seconde è anche spesso e volentieri l’artefice delle prime.

Il paradosso dei competenti

Incappiamo dunque in un paradosso. Dipendiamo da una classe di competenti che è in grado di gestire la complessità del mondo, la quale non è altro che il prodotto di una maggiore formazione degli individui competenti. La competenza ha oliato gli ingranaggi del sistema, permettendogli di svilupparsi e garantire un benessere mai registrato prima in nessuna epoca. Quello che è stato chiesto in cambio non è altro che il riconoscimento di un certo “capitale cognitivo”, a cui corrisponde un certo status sociale e, perché no, un’adeguata remunerazione. Sennonché, qualcosa nella macchina si è inceppato.

Dopo un eccezionale periodo di crescita e prosperità nel secondo dopoguerra, la società della burocrazia ha iniziato ad arrancare, e dopo aver vissuto ben due crisi globali nell’arco di un decennio possiamo dire con sicurezza che l’immediato futuro non appare tanto roseo. Cosa succede quando la macchina si ferma? Beh, per prima cosa si inveisce contro il macchinista, poi forse si pensa a trovare una soluzione (o un nuovo macchinista).

Non è un caso che in Radical Choc si faccia più volte riferimento alla metafora alla base del romanzo/film Snowpiercer, dove i vagoni  di un treno rappresentano differenti classi sociali. Nel momento in cui le elité non sono più in grado di garantire il benessere viene automaticamente messo in discussione il loro status. Da qui la nascita di quello spirito anti-intellettuale che caratterizza i movimenti populisti. Sono questi ultimi a rincorrere il sogno di staccare il loro vagone da quello principale, comandato dai potenti.

Leggi anche: Dall’opinionista all’Internet commentator: decostruzione dell’intellettuale.

Crisi dei competenti o crisi della competenza?

All’alba della crisi economica del 2008 non furono pochi a chiedersi: «Com’è possibile che nessuno se ne fosse reso conto? Era davvero impossibile prevedere questo disastro?». Ciò che veniva messo in dubbio non erano soltanto le capacità degli economisti, ma più in generale le capacità del sistema di autoregolarsi. Un problema simile a quello che abbiamo vissuto, e che per molti versi continuiamo a vivere oggi, nell’ottica della pandemia di COVID-19.

Il problema, dunque, non è solo politico, ma anche (e forse soprattutto) epistemologico. Indi per cui, la crisi che stiamo vivendo è da considerarsi anche come una crisi dei nostri strumenti di conoscenza. La società moderna ha prosperato grazie alla sua crescente capacità di prevenire o arginare i rischi. E se avessimo raggiunto la soglia massima di rischio prevenibile?

Come nel romanzo di Liu, l’umanità potrebbe avere raggiunto una soglia di sviluppo oltre la quale non è possibile andare, o perlomeno non con i ritmi a cui la scienza ci ha abituati nell’ultimo secolo. Se così fosse, non solo i margini di miglioramento continuerebbero a diminuire nel corso del tempo, ma sarebbe obbligatorio continuare a investire nel progresso perché quei margini di miglioramento sono la nostra unica speranza di sopravvivenza.

Radical Choc

La copertina del libro di Raffaele Alberto Ventura, Radical Choc: Ascesa e caduta dei competenti. Foto: Einaudi Editore.

Il problema della riproducibilità

Uno dei sintomi di questa crisi epistemica è il cosiddetto problema della riproducibilità nella ricerca scientifica. Il metodo scientifico ha sempre posto grande attenzione sulla fase sperimentale come momento di verifica o smentita delle ipotesi. Perché un esperimento sia valido i suoi risultati devono essere riproducibili da terzi.

La datificazione della scienza, assieme al proliferare incessante del sistema di pubblicazione accademico, ha ormai vanificato questo aspetto. Di fatto gli esperimenti non vengono più ripetuti, e quando vengono ripetuti in genere non danno i risultati che ci si aspetta. La questione è particolarmente sentita in medicina e la stessa validità dei trial clinici è stata più volte messa in discussione dallo stesso mondo accademico. In una fase a dir poco confusa, non è un caso che le falle del sistema scientifico vengano avvertite dagli esterni come delle vere spie d’allarme.

Come abbiamo potuto vedere durante la crisi sanitaria globale, la difficoltà a delineare una strategia unitaria da parte della comunità scientifica è stata letta dai più come un indice di incompetenza e inaffidabilità. Non è che la scienza, o la competenza più in generale, sia diventata improvvisamente inutile e che quindi tanto valga affidarsi agli astrologi. Piuttosto, come scrive Ventura, è fondamentale prendere atto dello «scarto tra quello che agli esperti viene chiesto e quello che possono fare».

Leggi anche: Prevedere e calcolare. Di tecnologia, complessità e coronavirus.

Il costo della competenza

Sopratutto perché le prestazioni dei competenti hanno un costo. Hanno un costo per lo Stato, che deve in qualche modo fornire gli strumenti per creare una classe istruita, ma è anche un costo per i singoli che devono conquistare questa formazione.

La competenza è una moneta di scambio di grande valore, o perlomeno lo è sempre stata. Oggi, di fronte a un costo dell’istruzione che si innalza continuamente, i benefici che si possono trarre dai propri titoli di studio si riducono in maniera asintotica. La cosiddetta “classe disagiata”, già teorizzata nel primo libro di Ventura, è proprio questa: una classe sociale di istruiti (in genere umanisti) che ha speso anni e non pochi soldi per completare una formazione sempre più specializzata ma sempre meno remunerativa. Così da una parte si viene a creare una classe di intellettuali marginalizzati, esclusi dal mondo del lavoro, indebitati fino al collo e giustamente infuriati. Mentre dall’altra parte troviamo tutti coloro che guardano il mondo dei competenti da distanza e che cominciano a nutrire serie perplessità sull’effettiva utilità di questi ultimi.

There is no alternative

Come aveva già evidenziato Mark Fisher nel suo famoso Realismo capitalista, il vero problema è l’assenza di un’alternativa concreta. Una società complessa non può essere disfatta immediatamente, neanche se ci fosse la volontà sociopolitica di farlo. I sistemi su cui si basano gli Stati moderni sono il risultato di una lunga evoluzione di pensiero politico. Smantellare tutto appare impossibile, a maggior ragione perché al di fuori dello Stato sembra esserci solo il caos.

Lo Stato-Leviatano ha sviluppato metodi sempre più sofisticati per prevenire i rischi e garantire la sicurezza, ma nel farlo ha inevitabilmente perso qualche pezzo per strada. Tanto più che, a un certo punto, si è limitato a nascondere la polvere sotto un tappeto, continuando a tirare i lembi della stessa coperta. Lo stesso problema del debito pubblico italiano, forse il tema più scottante (non) affrontato dalla politica, rappresenta l’emblema perfetto di questo meccanismo: per ogni euro speso in ieri se ne dovranno sborsare due domani. Scaricando il peso da un sistema per caricarlo sull’altro, abbiamo solo accumulato una tensione in procinto di esplodere.

Il collasso ci appare inevitabile, anche se più lo si nomina più sembra allontanarsi, un po’ come la tanto utopica fine del capitalismo che una certa frangia marxista aspetta da più o meno due secoli. Adesso sembra anche che gli scienziati non saranno in grado di restituirci quelle aspettative dorate che nutrivamo fino a qualche decennio fa. Forse dovremmo semplicemente accettare che quel benessere non c’è mai stato, lo abbiamo solo preso a prestito per un po’, ma non era davvero nostro. D’altronde, i trisolariani descritti da Liu hanno compiuto progressi scientifici e sociali straordinari proprio perché, al contrario di noi, vivano in condizioni di sopravvivenza stentate. Forse questo bel pianeta se lo meritano di più loro.

0 Condivisioni

Alessandro Rosa

Ho studiato filosofia solo criticarne la presunta utilità. Mi interesso principalmente di scienza e società, ho una forte passione per tutto ciò che concerne la tecnologia e sono in fervida attesa della piena automazione. Trascorro il mio tempo libero a ritagliarmi spazi di tempo libero, cercando di suddividerlo più o meno equamente tra dischi, film e serie tv, libri e videogiochi. Sono molto bravo a far finta di sapere di cosa sto parlando.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.