Quentin Tarantino il femminista

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Quentin Tarantino: sapete benissimo di chi stiamo parlando. Quel tizio che nella vulgata è a metà tra Neri Parenti e Orson Wells. Nessuna via di mezzo, i giudizi sull’uomo sono tranchant, devastanti e non si può, come per tutti gli inutili contenziosi pop, tenere a freno la lingua né pensarci un attimo. 

In questo ambito, giornalismo specialistico e pubblico si trovano in comunione divina. Nessuna mezza misura, è tutto un grosso urlo a pieni polmoni nel tentativo di dire l’opinione più stupida o esorbitante. E l’autore di questo articolo vorrebbe aggiungersi a questo folto gruppo. 

Quale sarà quindi, quest’ennesima salace opinione? Semplicemente: le tante accuse di sessismo nei confronti del suddetto regista sono fuffa, polvere negli occhi di chi guarda. Il signor Tarantino è attivamente antisessista e femminista, e chi dice il contrario non ha capito un nulla.

Partiamo dalle basi: avete mai notato che nei film del Nostro non ci sono mai scene di nudo femminile? E con mai si intende mai (i piedi non contano). Vi siete mai chiesti il perché? 

La risposta è semplice, ma richiede una parziale digressione.

L’esperimento cinematografico di genere italiano

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Ruggero Deodato, maestro della formula «Tette, culi e sangue». Foto: Wikimedia Commons.

Il cinema italiano di genere è sempre stato crudo, funzionale diciamo. Arrivato al successo internazionale grazie al sangue e alle donne nude. Non fu la delicatezza a permetterci paccate di soldi a produttori incapaci e livelli di produzione cinematografica bolliwodiana. 

Furono i culi, le tette e il sangue.

Il nudo femminile in particolare era completamente funzionale e gratuito, senza alcuna integrazione o volontà di metterlo in un contesto nella scena in cui si presenta. C’era perchè vendeva, come il buon vecchio adagio il sesso vende di pubblicitaria memoria descrive.

Ed è qui la vera differenza, la chiave di lettura della questione. Il retroterra territoriale tarantiniano, ripieno di corpi nudi buttati a mo’ di pezze in mezzo a scene inutili, assorbe e rielabora. Ritorna anche in questo articolo il concetto di postmoderno nobile. Costruire con pezzi pre-esistenti, per fare però qualcosa di meglio.

Leggi anche: Revenge: il perfetto mix tra splatter e femminismo.

Le donne in Tarantino sono personaggi centrali, profondi, completi. Non ci sono macchiette con le tette grosse raccomandate da politici. Anche la sensualità e l’erotismo dei personaggi sono calati in un contesto di senso. 

E anche lì ci sarebbe da ridire. L’erotismo nei personaggi femminili di Tarantino non è onnipresente. Non è una necessità per l’approfondimento del personaggio, ma riaffiora nella necessità della scena, nel naturale sviluppo e in ciò che questo personaggio vuole e deve fare, dal punto di vista della storia e della sceneggiatura. 

Grindhouse a parte, la bravura del regista/sceneggiatore è proprio di rendere umane cose che, nella sua profonda conoscenza cinematografica, lui ha visto come figurine bidimensionali.

Cartonati che esistevano solo per mostrarsi: il Nostro li evolve, li valorizza, li rende persone.

La visione tarantiniana

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Margot Robbie, l’attrice dietro la gloriosa rappresentazione di Sharon Tate in C’era una Volta a… Hollywood. Foto: Wikimedia Commons

Viene in mente la deliziosa caratterizzazione di Sharon Tate in C’era una volta a… Hollywood. Un personaggio completo (in cui l’unico strappo è l’eccessiva presenza podologica), in cui la sensualità è parte della complessità di una persona, ma non l’unica. C’è un focus sulle intenzioni, sulle capacità di un personaggio che in un qualunque altro film sarebbe solo eye candy, per dirla all’inglese. 

E invece no, il colpo da maestro è proprio qui, e qui nasce la sua inattaccabilità. Sharon Tate è il personaggio meglio sviluppato del film, un ruolo fantastico. Una canzone di addio per ciò che avrebbe potuto essere e fare, per rimuginare sull’amarezza della sua precoce dipartita.

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Non finisce qui, tra l’altro.

Tutti i personaggi femminili di Tarantino sono così presentati. Il punto più alto è rappresentato da tutte le donne di Kill Bill, film in cui tutti i tratti presentati sopra si fanno vivi. Ogni personaggio femminile, per quanto poche battute abbia, è caratterizzato non come le macchiette da cui il caro Quentin prende spunto, ma come esseri umani (seppur pulp) con motivazioni e fini. Non più bambole gonfiabili con una lieve sfumatura di carattere, ma persone.

La questione dovrebbe essere risolta, dopotutto.

Non c’è discorso che tenga. Nella piazza principale del cinema contemporaneo pochi raggiungono il livello di comprensione del mezzo come Quentin Tarantino. Le sue intenzioni sono chiare e «politicamente corrette», per quanto paradossalmente lo si accusi del contrario. Il vero problema è come il messaggio viene trasmesso, e chi questo messaggio riesce a captarlo. 

E dispiace dirlo, ma la maggior parte del pubblico e della critica non coglie il necessario sottotesto. Rimane alla triste realtà dello schermo come stesse guardando l’ennesima serie TV. Serve esplicitare il sottotesto, anche se palese, perché arrivarci è troppo complesso per la piattezza intellettuale del consumatore medio a cui i critici fanno il filo (bisogna portare a casa la pagnotta)

La prossima volta che si vorrà esprimere un giudizio, sarebbe meglio guardare con attenzione ciò che si giudica. Senza pregiudizi e conoscendo il retroterra culturale necessario per capire ciò che passa sullo schermo d’argento.

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