Perché sulla questione “decoro” di Calenda Christian Raimo ha (parzialmente) torto

Perché sulla questione “decoro” di Calenda Christian Raimo ha (parzialmente) torto
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Il 15 ottobre la rivista minima&moralia pubblica l’articolo di Christian Raimo Perché Carlo Calenda è un politico di destra e un pessimo candidato sindaco di Roma, in cui si illustra l’opinione di Calenda sul decoro applicata a Roma, che per Raimo è sostanzialmente reazionaria. Se alcune considerazioni di Raimo possono essere giuste, altre sono piuttosto discutibili. Ci concentreremo qui solo su quelli che consideriamo i punti deboli del pensiero di Raimo.

L’opinione di Raimo su Calenda

Di seguito analizziamo i passi più controversi dell’articolo di Raimo.

«La quarta cosa che dice [Calenda, N.d.R.] è che “il decoro urbano non è bigottismo borghese, ma il senso di sicurezza che si dà alle periferie”, riassumendo in una sola frase il classismo, l’ignoranza del tema, e la posizione destrorsa. Non è difficile replicare come la retorica del decoro sia stata un’ideologia utile a escludere e creare diseguaglianze nella città».

Qui Raimo dice che la posizione di Calenda è destrorsa e classista, cioè in parole povere borghese, anche se Calenda ha appena specificato che «il decoro urbano non è bigottismo borghese». Quindi non si capisce su che basi Raimo possa muovere le sue accuse, forse a partire dalla parola «sicurezza».

«Per sua informazione nessuno “in periferia” chiede più decoro, ma servizi e opportunità di sviluppo; nessuno tranne i fascisti dichiarati o mascherati da classismo borghese».

Ecco, questo non è assolutamente vero. Non sappiamo che periferie conosca Raimo, ma in periferia tutti chiedono più decoro: i cittadini vogliono muri e strade puliti, palazzi ben tenuti e possibilmente esteticamente gradevoli, prati falciati, fiori nelle aiuole. Addirittura, se possibile, ai cittadini non dispiacerebbe nemmeno un poco di eleganza.

«La quinta cosa che dice è l’esaltazione dei retake. Con una frase che mette i brividi, degna di una distopia da Elias Canetti: “Fare i graffiti era rivoluzionario forse a metà del Novecento, oggi tenere pulito un muro è rivoluzionario”».

Leggi anche: Bologna sfregiata: la guerra delle scritte sui muri.

Raimo difende a priori i graffiti, ma sbaglia. Ha ragione Calenda, i graffiti sono stati rivoluzionari negli anni Settanta a New York (non a metà del Novecento), perché erano la forma di riscatto degli esclusi. Oggi sono diventati un fenomeno così vasto, diffuso e cooptato da perdere perso ogni potenziale sovversivo e sono avvertiti solo come un fastidio. Per cui, giusto cancellarli, almeno nei centri storici.

«La decima cosa che dice è “che Roma sta così perché le amministrazioni hanno fallito, ma soprattutto perché i romani non si curano di Roma”, mostrando un esempio preclaro di quello che possiamo definire populismo dall’alto: la colpevolizzazione del popolo, lo stigma sulla società, che in genere (e anche per Calenda) diventa la premessa per avvalorare un governo dei tecnici, dei manager».

Qui Calenda esprime una verità sgradevole, ma lapalissiana: è vero, i romani non si curano di Roma, come gli italiani, da nord a sud, non si curano dell’Italia. Siamo un popolo di egoisti, che impazzisce per una cicca in auto, ma non si fa scrupoli a gettare rifiuti per terra. Colpevolizzare il popolo è giusto se il popolo è colpevole, e in questo caso lo è. Che «la colpevolizzazione del popolo, lo stigma sulla società, […]» diventi «la premessa per avvalorare un governo dei tecnici, dei manager» poi sembra più una paranoia che una deduzione ragionata.

Raimo degrado
Degrado al Pincio a Roma. Foto: Abitare a Roma.

Wolf Bukowsky: i punti discutibili della narrazione anti-decoro

Tra i libri che Raimo propone nell’articolo per capire la questione del decoro ce n’è uno in particolare che si chiama La buona educazione degli oppressi, di Wolf Bukowsky, che ci è parso quello più in sintonia col pensiero di Raimo. Si tratta di un ottimo libro, ragionato e intelligente, tuttavia presenta alcuni punti discutibili su cui, come fatto nel paragrafo precedente, ci soffermeremo.

«…come accade a chi redige una pubblicazione del Comune di Milano contro il “graffitismo vandalico”, distribuita nelle scuole dell’obbligo dalla giunta di sinistra guidata da Giuliano Pisapia. […] nel libretto si spiega che da una tag tracciata su un muro può avere inizio una “spirale di degrado urbano e sociale”».

Non ci sembra ci sia nulla di male nel diffondere a scuola opuscoletti per sensibilizzare i ragazzi contro il graffitismo vandalico, visto che si tratta di una piaga che infesta i nostri centri storici. È vero, una tag su un muro non dà sempre inizio a una «spirale di degrado urbano e sociale» e al crescendo di cui parlano Kelling e Wilson, come la marijuana non conduce automaticamente ad assumere droghe pesanti. Però dove c’è una tag se ne diffondono subito decine, in progressione batterica. Ciò produce oggettivamente degrado, o meglio episodi di micro-degrado, che diventano numerosissimi e, dato che un incremento quantitativo oltre una certa soglia conduce a un cambio qualitativo, creano disagi ai cittadini.

«Si ritrovano e puliscono, organizzano feste, “adottano” i parchi, “coltivano caratteri oltre che fiori, catalizzano le energie del quartiere e possono diventare simbolo dell’orgoglio delle comunità locali»” Anche questo conio positivo – quello dei bravi borghesi, con rastrello e salopette di buon taglio, che ammorbano gli spazi pubblici col loro darsi da fare neoliberale – circola ancora ampiamente».

Si deduce che chi si riunisce, pulisce, organizza feste e coltiva fiori nei parchi, invece di essere qualcuno che si preoccupa per il bene comune, è un pericoloso borghese nemico del popolo che va fucilato in Piazza Rossa. Ci sembra francamente esagerato. Non capiamo poi perché due cose che dovrebbero essere positive, come l’attitudine ottimista e soprattutto il darsi da fare, siano definite neoliberali.

«È proprio la sinistra a giocare la partita del decoro sul corpo delle donne: “decoro e dignità” vengono chiamati, scrive Pitch, “per deprecare i bunga bunga e le barzellete sconce”».

Qui c’è una inattesa difesa di Berlusconi (con gli argomenti che usava Giuliano Ferrara, il che è preoccupante). Bukowsky accusa la sinistra di moralismo, ma non spende una parola sull’orribile concezione di donna-oggetto di cui sono pregni i bunga bunga e le barzellette sconce dell’ex premier. Inoltre non rileva che la sinistra non condanna i comportamenti licenziosi (e gli annessi favori derivati) tout court, ma quelli di un premier. Sottile, ma significativa differenza.

«Il Comune dunque, inizia a considerare la festa indecorosa, e le forze dell’ordine staccano multe ai pochi che, non trovando un bagno, come può accadere in una situazione tanto affollata, fanno pipì in una siepe o in un angolino; viene poi criminalizzato l’inevitabile accumularsi di bottiglie di birra e rifiuti».

Qui si parla del 25 aprile festeggiato al Pratello a Bologna. Chi scrive è stato a due edizioni della festa della liberazione al Pratello. Primo, tutte le volte che siamo andati abbiamo bevuto molto e di conseguenza orinato. Non abbiamo mai atteso più di un quarto d’ora, basta cercare i locali meno affollati. Non c’è bisogno di orinare per strada. Secondo, l’«accumularsi di birra e rifiuti» non è «inevitabile», nemmeno in presenza di grosse folle o feste. Se i bidoni sono pieni, basta portarsi uno zaino da casa, metterci dentro le bottiglie finché non se ne trova uno vuoto o portarsele a casa. Si può contestare il comune per non aver piazzato bidoni supplementari o bagni chimici, ma definire l’assessore Aitini di «estrema destra» (cioè fascista) per essersi lamentato dello sporco è molto ingeneroso. In questo caso, Bukowsky sembra indulgere in quel fastidiosissimo atteggiamento, in sordina per tutto il libro, che è l’apologia della sporcizia, perché i concetti di pulito e ordine sarebbero borghesi, riproponendo lo stereotipo che il “popolare” debba sempre essere sudicio per essere tale. Vale la pena di ribadirlo, lo sporco non è di sinistra.

«Avviene così che il bello, l’arte, ma anche la storia e la creatività siano impugnati contro la libertà, necessità, discrezionalità o estemporaneità [del] disegnare sui muri. Ma se mancano queste qualità irrinunciabili di libertà, necessità, discrezionalità ed estemporaneità, viene meno precisamente ciò che innesta nella storia, nella cultura, nell’arte un segno sul muro».

Come in Raimo, c’è qui la difesa dei writer. In parole povere Bukowsky dice che il writer ha la “libertà” di fare tutto quello che vuole. Ecco, a nessuno, in nessuna epoca e in nessun luogo della storia umana è stato dato di fare tutto quello che voleva. Neppure nella società anarchica, che è la più libera ed egualitaria possibile è previsto che qualcuno faccia qualcosa senza assumersene la responsabilità, perché fare quello che vogliamo non è fare quello ci pare. Inoltre manca completamente una riflessione storica e ambientale sui graffiti. Come abbiamo già detto, è chiaro che i graffiti nel ghetto di New York negli anni Settanta non hanno lo stesso valore di quelli che possiamo trovare oggi in un centro storico rinascimentale. I primi producevano valore perché erano un modo per affermare sé stessi sfuggendo dal degrado, passando, come rappa C.U.B.A. Cabbal in Boogie Down Bronx, «dai ferri ai microfoni, dai coltelli ai piatti, dalle bombe alle bombolette». I secondi generano invece disvalore perché producono degrado in contesti che degradati non sono. Sono antitetici. I graffiti possono avere un significato, ma vanno contestualizzati. Difenderli a tutti i costi non ha senso.

Alcuni dei "graffiti" di cui parla Raimo
Tag su una porta del ghetto ebraico di Bologna. Siamo sicuri che questo non sia “degrado”?

Decoro “cattivo” e decoro “buono”

In conclusione, esistono tre tipi di decoro. Uno superficiale e neoliberista, ben illustrato da Bukowsky, che esclude e ghettizza gli ultimi. Uno usato come dispositivo di controllo sociale in paesi come Russia e Cina. E un ultimo profondo, desiderabile, di cui non c’è traccia nel libro di Bukowsky e nell’articolo di Raimo, che nasce dalla cura delle cose e, in definitiva, dal sentimento amoroso verso il donativo del mondo. I primi due sono un esercizio di potere imposto dall’alto. Il terzo viene invece dal basso, è precedente al capitalismo e a qualunque sistema di governo moderno, ed è la cifra del nostro essere, dell’impronta che lasciamo nell’ambiente, urbano o naturale.

La sinistra deve capire che nessuno vuole vivere tra i rifiuti, in palazzi pieni di graffiti o frequentare parchi mal tenuti, solo perché vive in periferia o lo auspica un intellettuale. Le persone, checché ne pensino Raimo e Bukowsky, vogliono decoro. Non perché siano borghesi corrotti dalla narrazione neoliberista, bensì perché vogliono semplicemente stare bene e vivere possibilmente nella bellezza. La pulizia e soprattutto l’ordine non sono concetti reazionari da rigettare. Per strapparli alla destra, la sinistra dovrebbe accoglierli e porli a fondamento del suo modo di agire, in un’ottica di emancipazione sociale delle classi meno abbienti.

In fondo, cosa sono pulizia (ambiente sano) e ordine (efficienza dell’organizzazione) se non i fondamenti del socialismo (o di un qualunque governo appena decente)? È ora di affrancarsi per sempre dalle paranoie e dall’esaltazione del vandalismo delle sinistre antagoniste. Se la sinistra vuole tornare a essere popolare, torni a pulire le strade e i muri, curarsi del verde, a raccogliere i rifiuti, a riparare le strade, invece di perdersi in disquisizioni se coltivare fiori in un prato sia o meno neoliberista.

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Pubblicato da Stefano Cavallini

Nato a Bologna nel 1991, è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche della sua città natale. Attualmente proiezionista, spera un giorno di lavorare in una casa editrice. Ha scritto per Clamm Magazine, Bibliomanie, Inchiostro alla Spina e Bologna Blog University, presso cui ha curato una rubrica bisettimanale sullo slang bolognese. Quando può, scrive poesie, con alcuni buoni risultati. Ama Gozzano, gli Skiantos e i tortellini.