«Draghi dovrà fare politica, altro che tecnico»: parla Nadia Urbinati

Draghi tecnico
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«Non mi piace parlare della politica come di una competizione sportiva». Così ci dice Nadia Urbinati quando proviamo a chiederle chi esca vincitore da questa crisi di governo. Una risposta che rivela uno sguardo originale sulla politica italiana. Politologa, docente alla Columbia University, opinionista per il quotidiano Domani, la raggiungiamo al telefono negli stessi minuti in cui Conte tiene la sua conferenza stampa di fronte a Palazzo Chigi.

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Professoressa, è la fine del progetto di un nuovo centrosinistra giallorosso?

«Non necessariamente; quell’intuizione può trovare ragion d’essere in un contesto come questo, con un premier di grande valore e in certo senso neutrale. Le dico di più: è ancora presto per capire se saranno in grado di stabilizzare la coalizione giallorossa, ma a me sembra che provarci sia una buona idea.».

Ieri Toninelli ha detto, ribadendo la linea già espressa da Di Battista, che Draghi rappresenta finanza e grande industria. È una lettura ragionevole?

«Non so se Draghi sia al servizio di qualcuno, francamente non credo. Sicuramente ha una visione dell’economia – che è quella egemone, che hanno tutti – liberale. Vedremo se con più o meno intervento dello stato nel sociale. In alcune sue uscite recenti, penso al meeting di Comunione e Liberazione, Draghi ha mostrato di condividere la fine del patto di stabilità, ovvero di non escludere l’indebitamento per rispondere alla crisi. E’ oggi anche la posizione della BCE, della Commissione e da tutto l’establishment europeo: senza impegno del pubblico non si esce dall’emergenza. Ma questa, appunto, è la visione che han tutti, non solo Draghi. Non votarlo perché “al servizio di…” è una posizione forse retoricamente funzionale, ma poco fondata».

Per capirci: anche l’azione di Conte rientra nello stesso schema di pensiero economico?

«Non ne vedo altri in giro al momento. Parliamo di libera impresa, attrazione di investimenti esteri e così via. Il dibattito, semmai, è tra chi vuole maggiore protezionismo e chi invece punta sull’attrarre grandi capitali stranieri».

Alcuni commentatori, però, temono che passata l’emergenza torneranno le vecchie politiche di austerity come nella crisi del 2008. E stavolta con un debito ancora maggiore.

«Rispetto al 2008 la situazione è totalmente diversa. Allora c’era accusa di qualcuno a qualcun altro: alcuni era detti più colpevoli di altri. Del Covid siamo tutti vittime innocenti, nessuno è responabile. L’Europa di tutti e per tutti. Per certi versi, ricorda davvero un’economia di guerra. Non so cosa succederà tra due anni – e d’altronde il mio background è politologico, non economico – ma non sono catastrofista. Esiste la logica delle conseguenze inattese in questi fenomeni: si parte con una certa traiettoria e man mano se ne delinea una diversa. Di sicuro ora abbiamo bisogno di soldi, e questi possono venire solo dalle tasse o dall’acquisto di titoli pubblici. Ci sarà più debito, certo, ma anche più crescita!»

Possiamo iniziare a immaginare cosa farà il governo Draghi e la nuova maggioranza, se otterrà la fiducia?

«Non so cosa faranno né come useranno i soldi del Recovery Fund. Di certo in quel piano ci sono vari settori possibili: dalla sanità all’istruzione passando per le infrastrutture e così via. Questo esecutivo sarà chiamato a fare scelte molto politiche, altro che governo tecnico».

Si è visto un ruolo molto attivo del Presidente della Repubblica. Stiamo andando come dice qualcuno verso un Quirinale un po’ meno arbitro e un po’ più protagonista?

«Non è la prima volta che di fronte ad un’emergenza il Presidente della Repubblica incarica una figura “tecnica”, cioè percepita e vissuta come al di là dei partiti. Successe con Amato, Ciampi e Monti (ma anche Conte partì come un “tecnico” anche se scelto e chiamato da un partito). Da questo punto di vista stiamo assistendo ad un processo di rafforzamento del ruolo del Quirinale – che però non inizia con Mattarella, ricordiamolo, ma viene da lontano. In situazioni di crisi economica si sceglie di dare risposte tecnocratiche, e il Presidente interviene non per rispondere ai dosaggi politici, ma per costringerli a venire a patti. Questa è la novità, che però inizia già da Oscar Luigi Scalfaro. In passato questi esecutivi tecnici hanno portato anche a decisione economiche molto pesanti, penso al prelievo forzoso dai conti correnti. Vedremo che cosa farà Draghi».

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Che giudizio dà del Conte II?

«Non mi fido delle ricostruzioni facili; ho cercato di seguire da vicino l’operato del governo. Mi sembra che per quanto riguarda la pandemia si sia mosso bene, compatibilmente con la assoluta unicità che ha comportato. Chiaramente si è proceduto per tentativi ed errori, non sono mancati i momenti di confusione e gli sbagli – d’altronde era una situazione inedita per tutti – ma alla fine ha creato un sistema di monitoraggio che funziona. Dal punto di vista economico, poi, è riuscito ad attutire le conseguenze più pesanti di chiusure e lockdown. Dire che i ristori non ci siano stati, come sostiene l’opposizione, è una menzogna. E quando ci son stati ritardi, come nel caso della cassa integrazione, la responsabilità è stata anche delle Regioni, che hanno la funzione di trasmettere i nomi dei richiedenti all’Inps. Soprattutto, il governo Conte ha ottenuto un risultato enorme e troppo presto dimenticato: il Recovery Fund. Ricordiamo il primo giudizio della Lagarde, che sembrava intenzionata a lasciare al loro destino i Paesi più deboli? E ai tempi l’Italia era la più toccata dal contragio. Se quella logica è saltata, se la linea dei frugali non ha prevalso, è anche grazie all’azione dei governi come il nostro. E in questo Conte, assieme a Sánchez, Macron, Costa ed altri, è stato determinante. Il Recovery Fund non è mica un’idea tedesca.

Poi ci son stati problemi, certo. In parte dovuti a burocrazia e lassismo, a tutti i livelli di governo. Ma vi è stata soprattutto il poco protagonismo propositivo del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Liberi e Uguali, che non hanno saputo mettere in campo la tempesta progettuale che serviva. Dovevano approntare una macchina di riflessione. Gli unici ad averlo fatto, in modo distruttivo, sono stati i renziani di Italia Viva. E infatti siamo rimasti bloccati per mesi, appesi a Renzi che ha fatto di tutto perché Conte, dopo averlo ottenuto, non gestisse il Recovery Fund».

Perché era così importante per Renzi che non fosse Conte a gestire quei soldi?

«Perché si parlava di progetti sociali, ad esempio sul mezzogiorno, che Italia Viva non sembra amare. Non a caso le teste che tenevano a far saltare sono quelle dei ministri Provenzano e Gualtieri.

Vi invito a scaricare il progetto per il Recovery Fund nel sito del partito renziano, e di confrontarlo col manifesto di Future Initiative Investiment, la fondazione a cui Renzi appartiene e per la quale ha da poco intervistato il principe dell’Arabia Saudita, Bin Salman. Troverete similitudini impressionanti. La sensazione è che ci siano due direttrici in campo. Una è privatistica, centrata sul favorire gli investimenti di grandi multinazionali, per esempio nella sanità e nell’istruzione. L’altra è più votata alle distribuzione di opportunità nei diversi settori pubblici. La seconda per ora sembra essere stata sconfitta, aspettiamo di vedere cosa succederà col nuovo governo».

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