“Quel che affidiamo al vento”: l’amore e il dolore sono soffi dello stesso tifone

“Quel che affidiamo al vento”: l’amore e il dolore sono soffi dello stesso tifone
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Nello tsunami dell’11 marzo 2011, una delle più grandi catastrofi della storia dell’umanità, il mare e il vento hanno incontrato il perdono di coloro che hanno saputo vederci qualcosa di più. Quel che affidiamo al vento, romanzo di Laura Imai Messina, edito per Piemme nel 2021, ci trasporta in un luogo tutt’ora esistente, a nord-est del Giappone, partendo dalla forte considerazione secondo cui tutti, in fondo, siamo izoku: i rimasti.

Izoku sono tutti coloro non abbiano permesso al mare di inghiottire anche la propria memoria e il proprio perpetuo contemplarlo alla ricerca di risposte. L’infanzia ci insegna che le forbici tagliano la carta, che la carta vince sul sasso, il sasso sulla forbice e che l’acqua, quasi come un automatismo, spegne il fuoco. Un mito sfatato, quello infantile, dalla stessa scrittrice: chi ci ha fatto credere che tutto ciò fosse vero si sbagliava.

Infatti, nulla è stato più reale delle fiamme, delle case – e non solo – combuste e di quegli uomini diventati improvvisamente pesci, ingabbiati in bocce di vetro, che sono automobili. Ma il fuoco e l’acqua quel giorno, in veste di segreti alleati, hanno inghiottito solo cemento e corpi, non hanno potuto fare di più. Non sono riusciti a rompere quell’invisibile filo rosso del destino che lega leggendariamente le anime gemelle.

Non è un caso che la tradizione giapponese insegni che è proprio in direzione opposta al mare che si trova l’aldilà e il comune continuare ad appartenersi. Se il corpo è in mano alla distruttiva potenza della natura, i legami non si esauriscono nel corso della stessa esistenza.

quel che affidiamo al vento
Foto: Federica Baldi.

Nell’immaginazione non può esserci gravità: indisturbato dialogo ultraterreno

È partendo da questa consapevolezza che è iniziato il percorso di risalita di Yui, trent’anni, a cui lo tsunami ha portato via il ruolo di figlia e madre. Da quel giorno la protagonista, ritrovandosi sola con i suoi ricordi incollati a ogni angolo della casa, ha trovato la sua personale consolazione sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena.

Quanto più si ama, tanto più si soffre e questo lo ammettono gli occhi, le parole e le mani impegnate a imprimere l’inchiostro sulla carta, delle coraggiose e tenaci creature che hanno affrontato il pellegrinaggio verso il misterioso giardino di Bell Guardia.

Solo la consapevolezza che la distanza, per quanto crudele e difficile da accettare, consenta di amare meglio, ha reso così interessante la storia di ogni uomo, donna, bambino e bambina, rilegate insieme in un’unica trama custodita dal guardiano del giardino, Suzuki san.

C’è chi arriva a destinazione e, come Yui, non entra nella cabina ma si limita a osservare, e chi, invece, solleva la cornetta e lascia che le parole si srotolino da sé. Chi scrive un pensiero su carta, accessibile a tutti quelli che vogliano sentirsi meno soli. E c’è chi semplicemente pensa o chi non ha ancora trovato il coraggio di accettare che una risposta tangibile e palpabile ai propri richiami, non può essere colta se non dal cuore.

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Un incontro rivoluzionario

Non si è mai pronti a compiere un passo decisivo fin quando l’inevitabile ti bussa alla porta e ha il sapore di una vera e propria rivoluzione, come l’incontro casuale e poi voluto, tra Yui, speaker radiofonica, e Takeshi, medico di Tokyo.

Entrare in punta di piedi nella vita dell’uomo, vedovo e con una figlia di quattro anni muta dal giorno del lutto della madre, è stato più semplice di quanto non sia stato, invece, prenderne definitivamente parte.

Il solo immaginare Hana, figlia di Takeshi, diventare adolescente; le prime discussioni familiari, i confronti con la figlia defunta, le indeprecabili aspettative della sua nuova futura famiglia, la rendevano nervosa e ogni giorno sempre più esitante.

Ma è all’amore che avevano saputo darle che Yui deve il suo coraggio, in un giorno qualunque, di correre al giardino di Bell Guardia per preservarne l’unicità e per proteggerlo dal vento gagliardo e insistente del tifone in arrivo.

quel che affidiamo al vento
Foto: Federica Baldi.

Il mio telefono del vento

Sollevare la cornetta del telefono del vento non è cosa di poco conto, è una responsabilità, è una prova di coraggio, quello da cui Yui non era stata ancora sopraffatta. Non puoi affrontare il problema ancor prima di averlo categorizzato come tale e, soprattutto, non puoi risolverlo prima di averlo, appunto, affrontato.

Arriva un momento in cui ti ci devi chiudere in gabbia col nemico, per conviverci. Devi conoscerlo, nei suoi punti deboli e farne un amico fidato, che puoi lasciare libero di andare. Solo in un secondo momento lui lascerà libero te. È uno scambio, di nota sadica e un po’ contorta, ma necessario. Vendi il tuo dolore e la tua vulnerabilità a libera offerta del destino, per chi ci crede. Ma qualcosa in cambio lo avrai sempre. Yui ci riuscirà?

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