Parole astruse: come identificare gli errori del nostro linguaggio

Parole astruse: come identificare gli errori del nostro linguaggio
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Ogni ragionamento astruso è accompagnato dall’inconveniente che può ridurre al silenzio un avversario pur sen­za convincerlo, e che, per riconoscerne la forza, bisogna impiegare la stessa intensità di studio inizialmente necessa­ria per inventarlo.

(David Hume, in Trattato sulla natura umana)

Questo nostro straordinario strumento, la parola, che serve la duplice funzione di conoscere la realtà e di darle forma, è stato – ed è tuttora – oggetto di innumerevoli studi e vivaci discussioni, da parte di pensatori di ogni epoca. Che relazione esiste tra pensiero e linguaggio? Tra linguaggio e verità? Quali condizioni devono essere rispettate perché una frase possa essere considerata veritiera? Le argomentazioni a sostegno di una tesi possono essere più o meno valide? Esistono strategie per riconoscere e smascherare le argomentazioni scorrette?

Vi sarà invece sicuramente capitato (o perlomeno lo avrete visto accadere) di trovarvi in una conversazione apparentemente senza via d’uscita. Di sapere che qualcosa non quadra, ma di non sapere esattamente cosa, né perché. E restare in silenzio. Silenziati, appunto, da un ragionamento astruso.

Modi e modi di pensare

Studiosi del pensiero e del linguaggio hanno scoperto, più o meno da sempre, che esistono modi e modi di pensare. Modi e modi di legare frasi tra loro, insomma, modi e modi di rendere ragione di una conclusione. Alcuni modi sono corretti, altri sono plausibili/probabilmente corretti; altri ancora sono semplicemente sbagliati. In questo articolo parleremo, in particolare, di quei ragionamenti che sembrano corretti, ma non lo sono. La filosofia del linguaggio definisce questo tipo di ragionamenti “fallacie”.

Ne parleremo perché saperli riconoscere e identificare, dar loro un nome, può essere determinante, perché può permettere alla conversazione (se intesa alla comprensione reciproca) di non scadere in derive inutilmente astruse. E di giungere a conclusioni convincenti.

“Fallacia” è una parola di etimologia latina che deriva da fallere, ingannare. Definiamo fallacia un ragionamento psicologicamente plausibile (che ci sembra corretto), ma che non è valido. Un’argomentazione che non sta in piedi, insomma: una serie di affermazioni apparentemente coerenti, che però non garantisce la validità della conclusione.

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La logica e la fallacia

In logica si dice che la conclusione non è conseguenza logica delle premesse. Questo non significa che la conclusione sia falsa – potrebbe perfettamente essere vera – ma significa che non è vero che le premesse possiedono un legame necessario con la conclusione. Ovvero: non è vero che se la premessa è vera sarà necessariamente vera anche la conclusione.

Un esempio di ragionamento logicamente corretto:

  • Premessa 1: se voglio acquistare un biglietto dell’autobus, devo spendere 1,50 euro;
  • Premessa 2: voglio acquistare un biglietto dell’autobus;
  • Conclusione: quindi spenderò 1,50 euro.

Due importanti conseguenze:

  • Non è possibile che io acquisti un biglietto dell’autobus senza spendere 1,50 euro (a meno che non mi venga regalato, ma in questo caso non lo starei acquistando);
  • Se non spendo 1,50 euro, non posso aver acquistato alcun biglietto (anche se posso averli spesi per altro!).

Lo studio della logica è piuttosto complesso e può richiedere una buona dose di sforzo. Tuttavia, proprio per facilitare il riconoscimento di questi inganni del linguaggio naturale, i filosofi del linguaggio hanno stilato un elenco di fallacie che permette, se non altro, di riconoscere le più diffuse. Ne elenchiamo alcune.

Le fallacie più comuni

La fallacia della composizione consiste nell’attribuire a una certa entità nel suo complesso una proprietà che vale per ciascuna delle sue parti. Esempio: questo smartphone può essere acquistato pagando rate piuttosto economiche, quindi il prezzo totale di questo smartphone è economico. Invece, magari, proprio economico non lo è.

La fallacia della divisione consiste nell’attribuire alle parti di un’entità una proprietà che vale per l’entità nella sua interezza. Esempio: Questo piatto è disgustoso, quindi ogni suo ingrediente è disgustoso. Invece, magari, gli ingredienti erano pure buoni – l’arrangiamento finale un po’ meno.

Le fallacie di rilevanza sono esempi di argomentazioni errate perché non rilevanti ai fini della dimostrazione di una determinata tesi. L’argomento ad hominem, ad esempio, è un’argomentazione in cui per negare una tesi si scredita una persona che la sostiene. Esempio: il professor Rossi dice che in moto bisogna indossare il casco. Ma il professore è noto per essere un corrotto, quindi non bisogna indossare il casco.

Corrotto è già un aggettivo simpatico, ma sentitevi liberi di sostituirlo con gli epiteti più fantasiosi (leghista, settentrionale, comunista, fascista, prete, omosessuale, no vax..). La tesi andrebbe sempre analizzata indipendentemente dalle caratteristiche di chi la sostiene, sia esso un individuo singolo o un gruppo di individui.

L’argomento tu quoque è un caso particolare del precedente: si tratta di screditare la validità di una tesi perché chi la sostiene non la pratica. Esempio: mio padre mi dice che fumare fa male, ma mio padre fuma, quindi non è vero che fumare fa male. Invece sì che fa male.

Un altro genere di fallacia di rilevanza è quella degli interessi in gioco: si scredita una tesi affermando che chi la sostiene è spinto ad affermarla da interessi personali. Esempio: la pubblicità di un’azienda che produce caschi dice che l’uso del casco può salvarci la vita, ma a loro conviene vendere caschi, quindi non è vero che l’uso del casco può salvarci la vita. E invece sì.

L’ultima fallacia di cui parleremo è piuttosto conosciuta (potreste averla già sentita). Si tratta dello strawman argument, o argomento fantoccio, e consiste appunto nel forzare all’eccesso la tesi avversaria, fino a renderla insostenibile. Cito l’esempio che fa Luca Sofri nel suo articolo su Wittgenstein, di cui consiglio la lettura. «Esempio: io dico che bisogna abolire la caccia e tu mi rispondi che sono un pazzo perché se i bambini non mangiano mai carne non crescono sani. Io non ho mai sostenuto che i bambini non debbano mangiare la carne, ma tu mi hai attribuito questa opinione e io ora dovrò affannarmi a dire che non è vero, ripartendo da un passo indietro».

Ci fermiamo qui, per il momento, anche se la lista potenzialmente è infinita.

Ricordiamo che non si risolve nulla con qualche elenco: serve pazienza, attenzione e un po’ di sana onestà intellettuale. Per un dialogo che ci porti da qualche parte, altrimenti cosa parliamo a fare?

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