Ritratto di famiglia con tempesta: quando è bene mollare la presa

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Dopo la tempesta

Ritratto di famiglia con tempesta inizia con una voce in radio a schermo nero che annuncia un servizio sull’ultimo tifone: «Un potente tifone, il numero ventitré». In seguito si vede l’interno della cucina di una famiglia e uno dei suoi componenti, una donna adulta, che sta ascoltando proprio quella voce mentre è intenta a scrivere, seduta a un tavolo. La donna coglie e replica immediatamente con la stessa reazione che avrebbe anche lo spettatore: «Il numero ventitré? Sono troppi tifoni per un anno solo».

Ritratto di famiglia con tempesta

Per uno spettatore che ha seguito le ultime fatiche artistiche del regista giapponese Hirokazu Koreeda, la sensazione di essere immersi dentro una quieta atmosfera familiare, concernente per di più proprio il nucleo domestico di una famiglia, è fulminea. Così anche il collegamento tra una tempesta e lo sfondo in cui questa viene appresa trova ben presto uno sviluppo che va al di là del caso. Infatti il protagonista di Ritratto di famiglia con tempesta è Ryota (Hiroshi Abe), un uomo che sembra subire ancora le scosse di uno sconvolgimento accaduto tempo prima: la separazione dalla moglie e l’allontanamento di lei e del figlio dalla propria vita quotidiana. È proprio nel cuore della vita di tutti i giorni che risiede il senso di perdita di Ryota: vive da solo, e la sua stanza è disordinata proprio come quella di un uomo, restituito allo status di scapolo, che conduce una vita precaria. Gli scaffali della sua libreria sono pieni di copie dei lustri del tempo andato, il cui emblema è un romanzo scritto in gioventù, Il tavolo vuoto, con il quale Ryota vinse un premio letterario. Così anche i suoi momenti più felici sono una collezione di cimeli sempre rispolverati, appartenenti per lo più all’infanzia: un tempo cristallizzato, esente dalle delusioni maturate durante la vita adulta. Ryota, nel presente, esiste e allo stesso tempo non esiste, in quanto l’oggi è una puntuale fuga dalle opportunità della situazione corrente, per mettere le radici nella muffa, in una recidiva passività, permeata di malinconia, rimpianto e desiderio di ciò che si è perduto.

L’articolo completo è disponibile sul nostro magazine alle pagine 31-34.

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Anastasia Piperno

Sono nata a Gallarate (VA) nel 1995 e attualmente risiedo nella provincia pavese. Dopo un'infanzia trascorsa in buona parte nelle sale della mia biblioteca, ho incanalato l'interesse per la lettura frequentando il liceo classico. In seguito ho sfruttato una certa inclinazione meditativa - un po' a tempo perso, un po' (forse) no - con degli studi universitari in filosofia. Ora sto facendo degli studi nel campo del cinema, passione che porto avanti già dalla più tenera età adolescenziale.