Netflix e i Festival: lo streaming a Venezia e a Cannes

Netflix Venezia
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Le recenti premiazioni della Mostra del Cinema di Venezia hanno fatto riemergere uno dei temi più discussi degli ultimi anni tra gli appassionati e gli addetti ai lavori della settima arte: Netflix, e la sua partecipazione agli eventi cinematografici. Ad accendere forti polemiche, già espresse dall’inizio del festival per la presenza in concorso di diversi film prodotti da Netflix, è stata la vittoria di due di queste pellicole: Roma di Alfonso Cuarón ha vinto il Leone d’Oro per il miglior film e La Ballata di Buster Scruggs di Joel ed Ethan Coen si è aggiudicato il premio per la miglior sceneggiatura. I risultati di Venezia sono però in totale antitesi con quanto è accaduto ad un’altra importante manifestazione cinematografica, il Festival di Cannes, da dove nell’edizione 2018 è stata bandita ogni produzione Netflix.

Il Lido veneziano si tinge di rosso, non per il sangue di Suspiria di Luca Guadagnino (remake del classico di Argento, rimasto a secco dei premi più importanti), bensì per il colore distintivo della piattaforma di streaming più famosa al mondo. Netflix avrebbe ottenuto un grande risultato anche solo grazie alla partecipazione in concorso di tre propri film, i già citati Roma e La Ballata di Buster Scruggs insieme 22 Luglio di Paul Greengrass. Inoltre, era presente alla Mostra, fuori concorso, anche l’eccezionale operazione di completamento di The Other Side of the Wind, pellicola incompiuta di Orson Welles. La giuria, tuttavia, ha deciso di premiare ben due produzioni, assegnando addirittura il prestigioso Leone d’Oro. Sebbene i film insigniti siano stati certamente scelti per la loro indubbia qualità, che trova conferma nei molteplici elogi dei critici e giornalisti che hanno assistito alle proiezioni, è chiaro che un gesto così netto nei confronti di questa questione spinosa indica una presa di posizione in completo disaccordo con l’altro grande Festival del Cinema europeo, quello di Cannes. A rispondere a molte critiche che vedono in Netflix un fautore della rovina del cinema è Guillermo Del Toro, già vincitore l’anno scorso del Leone d’Oro con The Shape of Water e presidente della giuria dell’ultima edizione del Festival: «Il cinema si è evoluto moltissimo nelle ultime dieci decadi. Dobbiamo stare rilassati perché attraverso la televisione, attraverso il cavo e internet l’importante sarà continuare a fruire del cinema». Il regista messicano rassicura inoltre riguardo alla vittoria della piattaforma e di come questo momento non sia sintomatico della fine di un certo tipo di cinema: «Sì è rivoluzionario per Netflix, ma per il cinema non cambia e non sarà uno spartiacque. Netflix non vincerà da oggi tutti i premi, ma è importante che si possa continuare la dialettica del cinema».

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Roma, il film vincitore del premio Leone d’Oro, racconta le vicende di una famiglia di Città del Messico negli anni Settanta.

Non solo le pellicole straniere, ma anche una produzione italiana distribuita da Netflix ha fatto discutere molto di sé, ovvero l’atteso film Sulla mia pelle, ispirato alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, interpretato da Alessandro Borghi, anche coprotagonista della prima serie tv italiana creata dalla piattaforma, Suburra – La Serie. Presentato nella categoria Orizzonti, il lungometraggio ha aperto il Festival, scatenando reazioni forti dal mondo della politica e delle forze dell’ordine, visti i temi delicati trattati; per diversi motivi, la pellicola ha suscitato polemiche da parte degli esercenti, molti dei quali, soprattutto i cinema dotati di poche sale, hanno preferito decidere di non proiettarla, per evitare la concorrenza, a loro dire sleale, dello streaming. Infatti, come per tutti gli altri film presentati a Venezia, Netflix ha stabilito la disponibilità dei titoli nel proprio catalogo in contemporanea con la messa in sala, da un lato fornendo agli appassionati la possibilità di godere le pellicole sul grande schermo, dall’altro creando comunque un grande rischio per gli esercenti, poiché il poter usufruire a partire dallo stesso momento di un film sulla piattaforma online, risparmiando rispetto al biglietto di sala, diminuirebbe gran parte del pubblico. Questo problema, unito a discorsi artistici sull’essenza stessa del concetto di cinema, sono alla base del pensiero francese e di Cannes su Netflix e sullo streaming.

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Sulla mia pelle, il film che racconta la dolorosa storia di Stefano Cucchi, è disponibile su Netflix e in alcune sale selezionate.

A partire dall’edizione 2018, a Cannes non sono state ammesse produzioni Netflix, e in generale produzioni di piattaforme streaming che non distribuiscono nei cinema. L’ultimatum è stato lanciato durante l’edizione del Festival francese dell’anno passato, che vedeva in concorso due pellicole, The Meyerowitz Stories e Okja, entrambe rimaste senza premi. In Francia infatti sono presenti leggi a tutela degli esercenti che impediscono la partecipazione al festival di Cannes ai film che non vengono distribuiti in un dato numero di sale nazionali e, sempre secondo la giurisdizione francese, non potrebbero poi essere inseriti in cataloghi on demand prima di tre anni dalla proiezione. Netflix non si è certo intimorita, ma anzi ha puntato molto sul festival di Venezia mostrando, con le sue vittorie, di non essere del tutto esclusa dal circuito degli eventi cinematografici. È da ricordare, poi, che da anni partecipa con diverse pellicole ai prestigiosi Academy Awards, la più importante vetrina del cinema a livello mondiale, riuscendo a ottenere diversi premi anche in categorie importanti. La vera diatriba su Netflix è spesso molto più ampia, tanto da coinvolgere il concetto stesso di cinema e la direzione che questo medium prenderà. Si discute infatti sulla possibilità di definire “cinema” ciò che non ha un passaggio in sala, bensì è relegato a supporti domestici, e dovrebbe essere trattato dunque come un prodotto televisivo. A schierarsi in queste riflessioni, oltre alle intere organizzazioni dei festival di Cannes e Venezia, che incarnano una visione generale sull’arte specifica del proprio paese (più attenta, raffinata ma anche chiusa in Francia, più indecisa e problematica, ma per questo più aperta in Italia), sono principalmente i registi. Molti infatti collaborano con Netflix che, a differenza di molte case di produzione, offre una certa libertà e un ampio budget. Altri invece vi si schierano contro relegandoli a meri prodotti di intrattenimento non paragonabili a forme d’arte cinematografica.

Che sia la prossima evoluzione del mezzo cinematografico o la causa scatenante della sua decadenza, Netflix continua da anni a mietere consensi e critiche, sostenitori e detrattori. Elogiata per produrre prodotti di qualità e bistrattata per allontanare il pubblico dalle sale, ottima nel finanziare progetti di grandi autori ma colpevole di non offrirli alla visione in sala, la piattaforma streaming è ormai diventata un vero e proprio brand, al pari di Apple o Coca-Cola, che polarizza su di sé diversi modi di intendere il cinema, tra coloro che romanticamente sono legati al grande schermo e temono per una sua possibile scomparsa e quelli che invece ben accolgono il cambiamento e i pregi che può portare. Come ha affermato Del Toro, d’altro canto, l’importante è preservare la dialettica del cinema, cercando di trovare un compromesso tra la grandezza di ciò che è stato e l’inevitabile futuro che la rete e le nuove tecnologie riserveranno alla Settima Arte.

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Andrea Damiano

Nato a Milano nel 1996, sto terminando i miei studi universitari in Scienze Umanistiche per la Comunicazione. La passione per il cinema, la tecnologia e cultura pop in generale mi ha spinto a raccontare, attraverso theWise, i miei interessi, così da affinare la mia competenza e capacità critica.