I Protocolli dei Savi di Sion e il complottismo politico

Protocolli complottismo
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Gli storici del tempo a venire indicheranno la nostra epoca come quella della “post-verità”, termine diventato popolarissimo negli ultimi anni, al punto da essere stato scelto come parola dell’anno dagli Oxford Dictionaries nel 2016. L’uso strumentale di notizie fabbricate sui social media (le cosiddette fake news) è ormai una parte integrante della comunicazione odierna e la sfera politica non ne è esente. Non stupisce che in un contesto di questo tipo proliferino le teorie complottiste, che le forze politiche stesse alimentano e supportano nella comunicazione di massa. In Italia il complottismo ha principalmente due facce. La prima, sostenuta da figure vicine agli ambienti della Lega ed enfatizzata da personaggi di vario genere attivi anche sui social network, riguarda l’immigrazione e non è altro che una ripresa del Piano Kalergi, ovvero l’idea che ci sia un’invasione programmata ai danni della popolazione europea. L’altra faccia è la crociata del Movimento 5 Stelle contro i “poteri forti”, figure non meglio specificate che detengono il potere all’insaputa dei cittadini. Paradossalmente, da quando il Movimento è salito al governo, i poteri forti sono diventati tutti coloro che non sono allineati alla loro visione politica. Emblematico il post pubblicato (e poi prontamente rimosso) sul blog del Movimento al finire dello scorso anno, dove si parlava di un vero “attacco contro il governo”, che minava le basi della democrazia stessa. Più recentemente, il senatore pentastellato Elio Lannutti è finito sotto i riflettori mediatici per avere condiviso un articolo che sosteneva le teorie del complotto giudaico contenute nei Protocolli dei Savi di Sion. Al di là dello scandalo suscitato, questo particolare evento pone le basi per una riflessione più profonda per provare a capire la radice del complottismo politico.

Storia di un complotto: trovare un nemico politico

Il fatto che “post-verità” sia un termine coniato negli ultimi anni non significa che la tendenza a manipolare i fatti riguardi solo la nostra epoca. La storia umana è costellata da una vasta quantità di falsi storici e i Protocolli dei Savi di Sion sono solo il più emblematico tra questi. Un caso altrettanto famoso fu la famosa Donazione di Costantino, che venne strumentalizzata per legittimare il potere temporale dello Stato della chiesa sui territori italici. La vicenda dei Protocolli, chiaramente, è estremamente diversa, in primo luogo per le conseguenze drammatiche a cui è collegato, cioè le violenze contro la comunità ebraica che culminarono con il progetto di sterminio totale del regime nazista. Ma i Protocolli sono interessanti anche perché possono essere visti come l’immagine riflessa di una società in crisi, che fa fatica a mantenere i propri valori e ad accettare i cambiamenti in atto.

La teoria di un complotto giudaico contro la società affonda le radici in tempi ben più antichi, fin da quando le comunità ebraiche si mischiarono con la cristianità. Nel medioevo gli ebrei erano raffigurati come esseri demoniaci, inviati da Satana in persona, che compivano le peggiori nefandezze aiutandosi con la magia nera. Piaghe come quella della peste nera vennero spesso attribuite alla presenza di ebrei, che erano considerati veri e propri responsabili dei disastri naturali. Nel corso dei secoli questa tendenza non venne meno, ma venne unita al fattore politico. Ciò è piuttosto chiaro se si considera che gli ebrei vennero additati come i principali orditori della Rivoluzione Francese. Agli occhi dei complottisti, le ragioni erano chiare: gli ebrei stavano cominciando ad ottenere diritti civili pari a quelli dei cristiani e quindi il passo successivo sarebbe stato rovesciare la gerarchia. Chiaramente si trattava di un modo dell’aristocrazia di dar senso a quella serie di nuovi processi sociali che portarono le società europee a muoversi verso regimi di stampo democratico. Non bisogna pensare che credere al complotto fosse solo una mossa politica, volta a giustificare il proprio fallimento. Piuttosto, questo meccanismo mostra quali fossero le difficoltà dell’ancien régime di comprendere quella rivoluzione copernicana dei diritti civili che era in atto da qualche tempo e che culminò appunto con la Rivoluzione.

 

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Una delle prime edizioni (1912) dei Protocolli, curata da Sergei Nilus. Fonte: Wikipedia.

Proprio per questa secolare fama, la teoria del complotto giudaico divenne il cavallo di battaglia delle nazioni più sofferenti nel corso del Novecento. Lo sfruttamento della minaccia ebrea per fini politici iniziò proprio nella Russia zarista all’alba del nuovo secolo. Dopo una duplice delusione politico-militare, cioè la sconfitta contro i giapponesi e la rivoluzione del 1905, l’inizio del secolo zarista era ammorbato da un clima di forte incertezza politica. Le fazioni più reazionarie (le cosiddette Centurie nere) erano alla ricerca di un capro espiatorio su cui riversare le difficoltà sociopolitiche e trovarono il loro bersaglio proprio negli ebrei. La fabbricazione dei Protocolli degli Anziani Savi di Sion (datata intorno al 1903), derivanti da una lunga tradizione di racconti antisemiti (come il Discorso del rabbino), aveva proprio questo obiettivo. Nel documento viene descritto l’incontro tra i massimi esponenti di una società ebraica segreta, i quali espongono i loro piani per ribaltare gli assetti mondiali e far crollare i governi attuali in vista di una nuova società, interamente dominata dai capi di Sion. È interessante notare come anche nei Protocolli permangano alcuni degli elementi mistici che caratterizzavano i complotti medioevali, come gli aspetti rituali e collegati all’utilizzo della magia. Ma l’aspetto più importante, che riflette il tempo in cui sono stati scritti, sono le conseguenze economiche e politiche che tale assemblea immaginaria propone. Per realizzare il loro piano di conquista, i Savi sostengono di voler sfruttare le grandi ricchezze che hanno accumulato nel corso dei secoli e con le quali possono corrompere la stampa e i membri dei governi. Per aggiungere ulteriore allarmismo, l’autore anonimo lascia intendere che questo processo di corruzione sia già in atto: in realtà i rotocalchi nazionali sarebbero già al servizio degli ebrei e nei governi molti eminenti personaggi farebbero parte del complotto. Il tono apocalittico rivela la necessità di agire il prima possibile per evitare un tale disastro e proprio per questa ragione i Protocolli vennero sfruttati dalla propaganda zarista per fomentare numerosi e violenti pogrom ai danni dei cittadini ebrei. Come nella Rivoluzione Francese la principale colpa degli ebrei, agli occhi delle Centurie nere, sarebbe stata quella di aver aperto la strada a una possibile democratizzazione della società russa, che portò all’istituirsi della Duma.

Lo stesso meccanismo si ripeté nella Germania nazista, sebbene con conseguenze ben più tragiche. Responsabilità del popolo giudaico sarebbe stata quella di aver fatto capitolare la Germania nella Prima guerra mondiale, provocando la crisi economica che stava destabilizzando la giovane repubblica di Weimar. Anche qui, la debolezza della Repubblica non era ricondotta alle sue fragilità strutturali, ma piuttosto attribuita a un complotto esterno ordito ai danni della popolazione tedesca (ovviamente con la collaborazione dei Paesi che avevano vinto il conflitto). I Protocolli ritornarono ad essere una delle principali fonti del complotto giudaico, e vennero ripresi da Hitler stesso, che aggiunse alle questioni di carattere socioeconomico anche quelle razziali: la cospirazione degli ebrei non era solo mirata a devastare il riassetto politico ed economico del mondo, ma anche a distruggere la stessa razza umana. Ciò, in ultima istanza, significava minare l’integrità del sangue ariano, dato che nelle idee del Führer gli unici esseri umani veri e propri erano appunto coloro di stirpe ariana. In questa seconda fase di prosperità, i Protocolli vennero esportati anche all’estero, con l’idea che potessero fomentare rivolte tra i governi degli Alleati. L’influenza di questo documento non diminuì nemmeno nel momento in cui il Times, nel 1921, pubblicò una serie di articoli che dimostravano la falsità dei Protocolli. È anche interessante notare come si svilupparono versioni diverse del complotto giudaico a seconda del paese in cui questo attecchiva: negli Stati Uniti, per esempio, gli ebrei erano spesso ricollegati a ideologie di matrice comunista e come tali rappresentavano un potenziale pericolo.

La domanda che sorge spontanea è la seguente: gli artefici delle teorie complottistiche (le Centurie Nere prima e i membri del partito Nazionalsocialista dopo) credevano veramente al complotto giudaico o lo sfruttavano come strumento politico? La questione è estremamente delicata e l’affresco dei personaggi al vertice della gerarchia nazista (emerso sin dalla pubblicazione de La banalità del male) è molto inquietante. Ciò che è certo, comunque, è che molte delle persone a capo del partito nazista erano effettivamente convinte che la Germania fosse tenuta sotto scacco da una cospirazione mondiale. Hitler stesso era fermamente convinto che ci fosse un complotto ebraico e che soltanto lo sterminio di ogni singolo ebreo potesse porvi fine. Anche quando la già citata inchiesta del Times provò la falsità dei Protocolli, il loro potere persuasivo non venne meno. Anzi, per molti fu come una prova del nove: la stampa non era forse nelle grinfie dei sionisti? Il potere degli ebrei era ormai tale che poteva permettersi far pubblicare ciò che era nei loro interessi. Proprio qui sta l’immenso potere che hanno falsi storici del calibro dei Protocolli: il loro valore non risiede nei fatti che descrivono, ma nelle credenze che riescono a evocare. Proprio ciò rende difficile, se non impossibile, sradicare credenze di questo tipo.

Continuando a cercare un nemico: il complottismo d’oggi

La storia dei Protocolli degli Anziani Savi di Sion ci racconta qualcosa di tuttora attuale, a maggior ragione con il fatto che oggi i falsi possono avere una distribuzione capillare grazie ai social media. Come anticipato in apertura, lo scenario politico attuale sembra incentivare meccanismi di questo tipo, ad esempio con la polarizzazione di due gruppi sociali, il popolo da una parte e le élite (la “casta”) dall’altra. Nella logica dei “poteri forti” la casta cannibalizza il benessere del popolo per fare i propri interessi e quindi sarebbe una sorta di nemico immaginario, ma potentissimo, che deve essere arrestato, anche se di fatto si tratta di una lotta contro i mulini a vento. L’altra narrazione è quella dell’immigrazione clandestina, considerata una’invasione del suolo italico e un sabotaggio dell’economia nazionale. Lo sfruttamento propagandistico di quest’ultima è ancora più palese, dal momento che quello dei migranti viene venduto dall’attuale ministro degli interni Salvini come l’unico problema dell’Italia, salvo poi fare di tutto per non risolverlo concretamente. Le due narrazioni entrano in contatto quando si parla di un piano organizzato di immigrazione clandestina (simile al piano Kalergi) voluto da una singola personalità delle sfere più altolocate, che in genere viene identificata in George Soros. In Italia, il bersaglio più facile da colpire è Laura Boldrini: l’ex presidente della Camera è diventata il canale di sfogo di tutta la rabbia popolare riguardante la questione dei migranti e per questo vittima di innumerevoli calunnie sui social network.

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George Soros.

Come dimostra chiaramente la vicenda dei Protocolli dei Savi di Sion, anche sradicare le falsità alla loro radice dà pochi risultati. Il lavoro di debunking, purtroppo, non è in grado di frenare il fenomeno delle fake news, perché spesso provoca la reazione opposta a quella desiderata: un articolo che provi la falsità di una calunnia viene visto come la riprova che quella calunnia è fondata perché i poteri forti hanno tutta la volontà di farci credere il contrario. Certo, tra la campagna propagandistica che culminò nello sterminio degli ebrei e il problema dell’immigrazione clandestina c’è sicuramente una differenza abissale e per fortuna siamo ben lontani dal clima totalitarista che si respirava il secolo scorso. Ma non si può ignorare che se oggi l’ondata di disinformazione ha una presa così forte sulla popolazione significa che è in atto una crisi paragonabile a quella passata. Oggi come allora si tratta di trovare giustificazioni per liberare una rabbia repressa provocata dal profondo malessere economico e culturale di un intero Paese. La costruzione di un complotto è solo un mezzo per incanalare questa frustrazione. Di fronte al problema dei flussi migratori dovrebbe porsi una riflessione più ampia, che sottolinei quanto essi riflettano un cambiamento radicale del sistema economico globale. La costante propaganda mediatica anti immigrazione è da interpretare come una cartina tornasole dello stato di salute (non certo ottimo) del Paese. Ignorare ciò, accanendosi solamente su questioni meno rilevanti (che vanno comunque affrontate) come quella dell’immigrazione clandestina, significa voltare la faccia dall’altra parte, evitando il contatto d’occhi con tutti i problemi strutturali della Repubblica italiana. Non sarà certo la crociata contro gli immigrati (o contro qualsiasi altra fascia della popolazione) a migliorare la situazione: il vero nemico da sradicare è il benaltrismo.

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Alessandro Rosa

Nasco in quel di Pietra Ligure nel febbraio del 1996. Conseguo il diploma di liceo scientifico nel 2015 e lo stesso anno mi trasferisco a Bologna per studiare filosofia. Qui mi avvicino alla filosofia analitica, ambito di cui ben presto mi appassiono e su cui baso la mia tesi di laurea. Nel 2018 mi laureo in filosofia e inizio la magistrale in scienze filosofiche nello stesso ateneo bolognese. Il mio principale interesse accademico è la filosofia della scienza, in particolare mi occupo di medicina e genetica. Trascorro il mio tempo libero a ritagliarmi spazi di tempo libero, cercando di suddividerlo più o meno equamente nell'ascoltare dischi, guardare film e serie tv, leggere libri e giocare a videogiochi. In genere non riesco a fare nessuna delle cose sopracitate e per questo scrivo.