Non ho visto giocare Maradona

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Proprio così, non ho mai visto giocare Maradona. Chiaramente ho ammirato e adorato video o ascoltato radiocronache. Ma sono nato nel decennio in cui Diego Armando ha smesso di calcare il rettangolo verde. E non vedere dal vivo un giocatore, per il mio modo di vivere lo sport e il calcio, significa non averlo davvero visto. Questo non sarà un pezzo come gli altri, dove si racconta ciò che ha fatto o ciò che è stato. Queste righe si basano su una semplice costruzione nata dai racconti di persone più grandi di me, che Maradona l’hanno visto giocare. Tutto quello che ho scritto nasce dalla mente e dai ricordi di altri, ai quali ho provato a dare forma strutturando un canovaccio che potesse far intendere ai più chi è stato e chi sarà sempre el genio del fútbol mondial.

L’epilogo

Buenos Aires. Stadio Monumental. Uno di quei posti dove il calcio non si respira, impregna direttamente ogni lembo di pelle fino a farti sentire parte di lui. I colori sugli spalti sono maggiormente il bianco e il rosso, distribuiti sulle maglie dei padroni di casa nella stessa maniera in cui vennero sistemati a cavallo della sua fondazione, nel 1901: una striscia diagonale color sangue in mezzo al petto, su uno sfondo completamente avorio.

È il 1997 e il River Plate quel giorno ha davanti la sua avversaria cittadina. Il Boca Juniors dell’astro nascente Martin Palermo, l’unico giocatore che passerà alla storia anche per avere sbagliato tre calci di rigore nella stessa partita. Eppure quei settantamila, più Milionarios che Xeneizes, sono lì solo per un nome. Anzi, quello che in Argentina è il nome. Più importante del Papa. Forse perché era il loro dio. E non quello che per decisione suprema aveva scelto la santità del Vaticano come tramite tra cielo e terra; bensì un dio che fungeva da ponte tra il surreale e la realtà, tra la magia e l’ateismo, tra la meraviglia e il pragmatismo. Rifugiandosi in un dogmatismo che non lasciava spazio a spiegazioni, costringendo chi osservava a diventare un fedele.

Un Dio con il numero 10 su una banda gialla orizzontale disegnata su un blu scuro all’altezza del petto. E sopra le quattro sillabe che l’avevano reso una leggenda: MA RA DO NA.

Maradona

L’ultima di Maradona con il suo Boca.

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La prima volta di Maradona

Come comincia un campione a essere tale? Chi lo decide? Probabilmente l’arte e lo sport sono spesso accomunati in quanto hanno come ingrediente comune la libertà artistica e lo sforzo motorio che richiedono. L’eleganza di una pennellata, la scelta di un colore piuttosto che un altro, la prospettiva che gioca in maniera magistrale tra le pieghe di una cornice, creano negli occhi dello spettatore una misticanza di incredulità ed empatia. E questo rende grande l’autore del capolavoro: il saper suscitare emozione oltre misura.

E così come nell’arte, anche nel calcio si dibatte spesso sulla capacità o meno di un calciatore, tanto che le famose chiacchiere da bar foraggiatrici di discorsi e amicizie si basano sul decidere chi sia il migliore. Il calciofilo per professione ha bisogno di dirlo e di sentirlo. O di sentirselo dire.

Nel millennio in corso la disputa si riduce mettendo a pari merito Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, per quanto ci sia sempre qualcuno che preferisce l’uno o l’altro. Così come al tempo di Crujiff e Best la discussione divampava davanti a una preferenza per il talento non sprecato contro una per l’esasperazione della follia calcistica. Ma tutti, senza dubbio, sono concordi nel dire che Pelé sia stato il migliore in assoluto dalla fine degli anni Cinquanta al termine del 1970.

Diego e Pelé ai Mondiali italiani del 1990. Foto: Virgiliosport.

Ora torna la domanda fatta precedentemente: come comincia un campione a essere tale? Innanzitutto ha bisogno di un metro di paragone. E tutti quelli già elencati, tranne i due più recenti, avevano come limite da superare Edson Arantes do Nascimiento. Erano nati a cavallo di quell’epoca e volevano essere lui. O meglio, più di lui. Il fatto che furono, tanto da essere considerati oggi, due dei calciatori più grandi della storia, è soltanto un riconoscimento da scrivere per i posteri e per chi vuole conoscere la storia del gioco.

Ma il campione della gente, l’altro fenomeno partorito, come Pelé, dalla povertà del Sud America, ha cominciato a essere un campione nell’esatto momento in cui entrò in contatto con un pallone. Così come Michelangelo conobbe i colori, Mozart la musica, Dante la scrittura; così Diego Armando Maradona divenne El Diez. E citando il suo primo allenatore, Juan Carlos Montes, quel momento avvenne nel 1976, con la maglia dell’Argentinos Junior sulle spalle: «Vai Diego, gioca come sai».

Un amore lungo una corsa

Parlare del primo goal, di statistiche su quante volte sia riuscito a essere capocannoniere o quant’altro, sarebbe decisamente ripetitivo e banale. Perché ogni partita di Maradona non erano novanta minuti di calcio, ma una dichiarazione d’amore estroverso e infinito per un pallone. Sembrava il suo. Come quando da piccoli ci si porta il pallone al parco e si decide con chi giocare e perché. E la motivazione variava da simpatie a ragioni quanto mai poco credibili.

L’unica certezza era la proprietà di quella sfera. E Diego era il proprietario perfetto, perché gli unici che non potevano toccarlo erano gli avversari. Per centro metri di campo portava in giro ventuno giocatori, tutti che pendevano dalle sue labbra per un passaggio (i compagni di squadra) o per un suo errore (gli altri). E giusto per cadere appena un po’ in una banalità necessaria per spiegare il concetto fino in fondo, il goal del 1986 riassume appieno questo concetto.

Prima bisogna fare un piccolo passo indietro. L’Albiceleste aveva vinto il suo primo (e fino ad allora) unico mondiale otto anni prima, quando Maradona non aveva ancora nelle gambe abbastanza calcio per poter presenziare a una rassegna intercontinentale. Era il mondiale di casa, quello del 1978, quando Mario Kempes fece il buono (soprattutto) e cattivo tempo, trascinando per mano Passarella e Bertoni verso un risultato storico per i sudamericani, culminato con una vittoria contro l’Olanda orfana di Crujiff.

Diego giocava nell’Argentinos già da due anni e aveva vinto la classifica dei capocannonieri; la sua convocazione in nazionale per i mondiali sembrava più che una possibilità. Ma la chiamata non arrivò e il ragazzo di Lanus dovette osservare i suoi futuri compagni da lontano. Lì cominciò a ritagliarsi, nella sua testa, il ruolo che si sarebbe preso: se l’Argentina non va da Maradona, Maradona si prende l’Argentina.

Non nel 1978. Né nel 1982, quando in Spagna c’era ma non girarono come quattro anni prima. Fu nella semifinale mondiale contro l’Inghilterra del 1986 che El Diez si presentò al mondo. Con il goal. Che chiunque provi a commentare, spiegare, delineare, cantare cadrebbe, come già detto, nella mediocre banalità dalla quale Maradona fuggiva. Nella stessa mediocrità nella quale lasciò gli inglesi che provarono a fermarlo. E si può fare solo una cosa: ascoltare la voce di Victor Hugo Morales.

Il crollo

Nel 1936 Francis Scott Fitzgerald scrisse Il crollo. Lo scrittore americano indugia in modo autobiografico sul processo di disgregamento della personalità umana, spiegando come sia pressochè complicato sistemare le incrinature che si creano nel corso della vita. Maradona è crollato e si è rialzato. Poi è crollato di nuovo e ancora una volta ha provato a ritornare a essere il Dio che tutti credevano. E che tutti amavano. Ogni volta mano nella mano con il suo più grande amore, quel pallone che tanto gli ha dato e che tanto gli ha tolto.

Come la capacità di discernimento tra male e bene, tra giusto e sbagliato, tra raziocinio e stupidità. Fu quello a farlo inciampare, a indirizzarlo verso il lato sbagliato del campo, in un angolo dal quale uscire sarebbe stato impossibile. Nel 1982 si presentò al mondo, nel 1986 il mondo lo conquistò. E si sentì forte a tal punto da sfidare probabilmente se stesso, sentendosi invincibile, mettendosi alla prova fisicamente e mentalmente. Ma giocare con la mente e col corpo può portare a sforzi sovrumani, tanto che nel mondo Diego pregò quasi di non esserci mai arrivato.

Maradona è uno, nel bene e nel male: amare il giocatore significa amare tutto ciò che ne consegue. Perché anche nelle scelte sbagliate la personalità del Diez si è formata, disgregata, ricostruita, rinata. Con le sue decisioni più discusse, il figlio adottivo di Napoli ha dimostrato come i Campioni possano essere amati a tal punto da soprassedere a ciò che la moralità umana rifiuta di accettare. Perché se hai reso grande qualcuno e qualcosa, e in questo caso si parla di due paesi, uno l’Argentina e l’altro è Napoli, dove il calcio è vissuto con amore incondizionato a tal punto da poterlo considerare una nazione, allora non c’è niente che non si possa perdonare.

Per quante siano state le stupidaggini, non riusciranno mai a superare i cuori fatti battere tra la Bombonera e il San Paolo.

Non ho mai visto giocare Diego Armando Maradona

Le ultime righe voglio partorirle dalla povertà di due occhi che non hanno ammirato il dieci più forte di sempre. Certo, Pelé ha dato un significato a un numero che prima dei mondiali svedesi del 1958 era semplicemente uno dei tanti cuciti dietro a una maglia. Maradona invece il dieci l’ha trasformato nel racconto di una poesia dove a ogni anno corrisponde un verso e a ogni verso appartiene un ricordo.

Non di Diego in prima persona ma di tutti coloro, tra i quali le persone che hanno avuto la gentilezza di parlarmene, che legano al Barillete cosmico una parte della propria vita indelebile nella mente e nel cuore. Incancellabile come la pazzia di Diego, come i trofei vinti con Argentina e Napoli, come l’emozione del primo goal con il suo Boca Juniors; tutti elementi chiave che non ho visto ma ho vissuto nelle lacrime di tutti coloro che Maradona l’hanno visto giocare.

E allora non voglio dire o millantare di potermi annoverare in questa lista di persone. Ma voglio credere che chiudendo gli occhi e ascoltando i tre grazie più famosi del calcio mondiale, in qualche modo posso avvicinarmi il più possibile a quella possibilità. Ringraziando ovviamente. Prendendo in prestito le solite parole di Morales. Le stesse che Dio, quello ultraterreno e dogmatico (ecclesiasticamente parlando) ha preso in prestito per ringraziare il fútbol di aver partorito uno così.

AD10S. Foto: Rollingstone.

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