Proteste in Kazakistan. L’analisi geopolitica del professor Aldo Ferrari

Proteste in Kazakistan. L’analisi geopolitica del professor Aldo Ferrari
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Nelle scorse settimane le proteste sono dilagate in tutto il Kazakistan. Ne è seguita la repressione, realizzata anche con l’ausilio di forze speciali estere (tra cui i famigerati Spetsnaz russi).

Per fare chiarezza su questa faccenda e sulle sue implicazioni internazionali, theWise Magazine ha intervistato il professor Aldo Ferrari (docente, storico e politologo italiano specializzato in armenistica e slavistica) che attraverso un’analisi geopolitica di ampio respiro dipinge un quadro ben diverso da quello a cui gli occhi degli occidentali sono abituati.

Il Kazakistan

Stato centroasiatico per antonomasia, il Kazakistan s’incunea tra Russia e Cina, dal mar Caspio fino a sfiorare il deserto del Taklamakan, nello Xinjiang tristemente celebre per il genocidio uiguro.

Si tratta di un territorio ricchissimo, dove materie prime cruciali come il petrolio, il gas, il ferro e l’uranio si trovano in abbondanza e sono fonte di potere per chi le controlla.

Da tre decenni il Paese è in mano all’autocrate Nursultan Nazarbaev: prima come presidente, ora attraverso il suo delfino Qasym-Jomart Toqaev che poco alla volta l’ha ormai quasi del tutto sostituito.

Il Kazakistan fa parte della Csto, acronimo che sta per Collective Security Treaty Organization, impropriamente definita come la Nato dei Paesi ex sovietici.

Chi è Aldo Ferrari

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Aldo Ferrari è Professore ordinario presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è specializzato in Geopolitica dello spazio post-sovietico, Storia della cultura russa e Storia del Caucaso e dell’Asia centrale. È a capo del programma Russia, Caucaso e Asia centrale per Isci ed è co-fondatore e presidente di Asiac, Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia Centrale e del Caucaso.


Dal punto di vista formale la protesta è scaturita dal repentino aumento del costo del Gpl, combustibile cruciale per buona parte della popolazione kazaka. Questo però non vale, per esempio, per la capitale. Il malcontento sembra quindi venire da più lontano: quali sono le vere problematiche che hanno causato le proteste?

«Il Kazakistan era considerato un modello di Stato stabile nel contesto centroasiatico, non avendo mai avuto guerre o particolari sommovimenti interni in epoca post sovietica. Lo specialista però sa che le proteste non sono una novità. Il motivo ricorrente è quello economico, causa di un’insoddisfazione crescente nel Paese: da una parte il Kazakistan è ricchissimo di risorse naturali (gas, petrolio, uranio), dall’altra nonostante il ridotto numero di abitanti ha aspettative di miglioramento del benessere della popolazione ancora molto elevate.

Negli ultimi trent’anni c’è stato un netto miglioramento della situazione economica, a vantaggio quasi esclusivo di un’élite che ha in mano sia il potere politico che quello economico a discapito del resto della popolazione. Questo ha causato un’insoddisfazione che è cresciuta con il passare degli anni, soprattutto nella fascia giovanile delle grandi città, che oltre alle motivazioni economiche ha affiancato la richiesta di maggiore libertà. Non userei il termine dittatura per il Kazakistan, ma è comunque una società molto autoritaria con presidenti che governano di fatto a vita e nel quale l’immobilismo politico e la corruzione dilagante forniscono tutte le motivazioni necessarie per le proteste che abbiamo visto.

Tuttavia, credo, e sono convinto che molti altri esperti siano d’accordo, che quantomeno all’inizio le proteste siano nate solo per motivazioni economiche: immaginiamo cosa succederebbe se dall’oggi al domani il prezzo della benzina aumentasse del cento per cento. Si è trattato della classica goccia che ha fatto traboccare il vaso».

L’Eni ha interessi consistenti in Kazakistan: ritiene che ci saranno conseguenze per il nostro Paese?

«Credo di no. Le infrastrutture energetiche non sono state intaccate e la fornitura di materie prime non si è mai fermata. È vero che riceviamo una consistente quota di petrolio dal Kazakistan, intorno all’otto per cento del nostro fabbisogno, ma non mi sembra che quanto è avvenuto possa compromettere la sicurezza energetica italiana o determinare un ulteriore innalzamento del costo dell’energia».

Alcuni hanno parlato di un regolamento di conti interno all’élite che guida il Paese. È plausibile?

«Sì, è plausibile. Molti studiosi che conoscono bene il Kazakistan insistono su questo aspetto. Ci sono stati dei sommovimenti quando Nazarbaev ha lasciato il potere e alcune parti sono state scontentate per favorirne altre. In generale nel Paese esiste una rivalità tra diversi gruppi di potere. Sono dinamiche con ogni probabilità reali ma molto difficili da seguire, in un Paese dove c’è una forte mancanza di informazioni chiare. Su questo aspetto mancheranno a lungo le certezze ma qualcosa è successo: le proteste spontanee, di solito, non uccidono venti poliziotti in tenuta anti sommossa, servono armi da fuoco e persone in grado di usarle».

Il presidente kazako ha parlato di golpe e di interferenze straniere, lo ritiene verosimile?

«Sarebbe un tentativo molto freddo: in un golpe si usano ben altre maniere. È però vero che in alcuni momenti le forze di sicurezza si sono ritirate – infatti il capo è stato arrestato –, sintomo che una certa parte dell’apparato era colluso, o quantomeno non ha lavorato bene, ma con le scarse informazioni che abbiamo è una questione ardua da dirimere. Quanto alle interferenze esterne non sono molto plausibili, ma denunciarle è stato “necessario”: per poter invocare l’intervento esterno del Csto, l’alleanza militare a guida russa, la minaccia deve provenire dall’esterno. Era pertanto necessario fare questa affermazione (e che Mosca fingesse di crederci) per ottenere aiuto militare».

Com’è strutturato il legame tra la presidenza kazaka e il Cremlino?

«È un rapporto molto interessante. Dopo la caduta dell’Urss il Kazakistan è stato il Paese in assoluto più vicino a Mosca. È entrato in tutte le principali organizzazioni a guida russa, sia militari che economiche, quindi da questo punto di vista i rapporti sono molto buoni. Al tempo stesso il Kazakistan ha rimarcato più volte di essere un Paese indipendente: un partner leale per Mosca, ma non in un rapporto di soggezione. Il punto è che aver coinvolto la Russia nella repressione delle proteste ha messo il Kazakistan nelle mani di Mosca assai più che nei trent’anni precedenti: quando si chiamano truppe estere per mantenere il potere si afferma implicitamente che senza di esse il sistema non si regge in piedi da solo. Il risultato è che ora il Kazakistan rischia di diventare de facto un protettorato russo».

La repressione in Kazakistan è stata brutale, con l’intervento non secondario della Csto e degli Spetsnaz russi. Che ruolo svolge la Csto nell’ambito della sfera d’influenza russa?

«Si tratta di una cambiamento epocale, pensi che una tesi che sto seguendo dopo quanto accaduto dovrà essere cambiata. La Csto, che viene spesso chiamata in maniera impropria la Nato russa, finora era sempre rimasta sulla carta e si limitava a qualche esercitazione militare congiunta: non si era mai attivata quando avrebbe dovuto, penso al Kirghizistan più volte e all’Armenia nei confronti dell’Azerbaigian.

Quindi è una grossa novità che la Csto nel suo primo intervento in assoluto violi nella sostanza l’articolo 4, che prevede l’intervento solo in caso di minaccia esterna. Questo va letto come una manifestazione del rafforzamento del controllo russo su alcuni Paesi circostanti: è qualcosa di nuovo e molto grosso. Da notare che il dispiegamento dei militari russi è stato fulmineo, ma non hanno avuto bisogno di intervenire. È stata sufficiente la loro presenza per stabilizzare la situazione e convincere le forze armate kazake che era il caso di darsi da fare. In un paio di giorni è finito tutto».

La Russia ha dislocato un considerevole apparato militare al confine ucraino. Questo può aver influito sui dissidenti kazaki nel farli sperare in un intervento meno energico del Cremlino?

«Posto che penso che la protesta abbia avuto un’origine di natura economica, chi poi l’ha cavalcata aveva degli obiettivi e potrebbe aver valutato che l’impegno russo in Ucraina avrebbe giocato a suo favore. Se consideriamo che la Csto non è mai intervenuta prima, è possibile che sia stato fatto questo calcolo, disatteso proprio a causa del suo eccezionale intervento. Rimane il fatto che si è trattato di una questione interna: noi da qui tendiamo a unire due situazioni, quella kazaka e quella ucraina, molto diverse tra loro. Però è vero che quello che hanno in comune è la Russia e, sebbene quanto avviene in Ucraina non abbia un rapporto diretto con il Kazakistan, si tratta di una domanda del tutto legittima».

Quanto conta l’esito della guerra in Ucraina in merito alla capacità della Russia di imporre la propria leadership ai Paesi ex-sovietici?

«Noi abbiamo una percezione della realtà post sovietica che non è che sia sbagliata, ma vede solo alcuni aspetti dell’insieme. Percepiamo la caduta dell’Unione sovietica e la nascita di quindici repubbliche secondo i parametri euro-occidentali. Queste quindici repubbliche sono indipendenti, e questo è un dato politico e giuridico oggettivo, ma la dissoluzione dell’Urss non ha posto fine a tutto ciò che c’era prima, cioè a più di tre secoli di controllo russo sull’area euroasiatica. Altresì, non ha posto fine alla presenza di numerosi russi in questi territori. Non tutto è misurabile con il metro occidentale e la Russia continua a non percepire questi Paesi come un vero e proprio estero. L’Ucraina, come il Kazakistan, sono quindi intesi come un “estero vicino”, nel quale la Russia ritiene di avere diritti e doveri: ne è un esempio il dovere di proteggere i cittadini russi lì presenti, e il diritto di intervenire se vengono minacciati».

Armenia, Bielorussia, Kirghizistan, e ora il Kazakistan: la lista di Paesi ex sovietici colpiti dalle proteste dei propri cittadini è sempre più lunga. È un sintomo che questi popoli sopportano sempre meno la compressione della democrazia? Verranno fatte concessioni in questo senso? O, in caso contrario, ritiene che un eccesso di repressione rischi di far scivolare tra le dita del cremlino questi Stati?

«È necessario per prima cosa fare delle distinzioni: non tutti questi Paesi hanno le stesse dinamiche e rivendicazioni, per esempio in merito alla libertà e alla democrazia. Nei Paesi centroasiatici dove manca nella maniera più assoluta una tradizione di tipo democratico le proteste sono di carattere economico e puntano a una maggiore redistribuzione della ricchezza. Ciò non toglie che nel lungo periodo tutti questi Paesi finiranno per chiedere entrambe le cose, mano a mano che le vecchie generazioni figlie dell’epoca sovietica verranno sostituite da quelle nate dopo la caduta dell’Urss.

Un fattore che ci tengo a sottolineare è che noi occidentali siamo molto egocentrici e pensiamo che il mondo debba essere come siamo noi. Quando ero giovane e studiavo la Russia sovietica, noi tutti eravamo convinti che la sua economia asfittica fosse una conseguenza della mancanza di democrazia. Al tempo sembrava un ragionamento incontrovertibile. Oggi la Cina ci dimostra che ci sbagliavamo: l’incredibile crescita cinese degli ultimi trent’anni ha dimostrato al mondo che si può avere uno sviluppo economico impressionante in totale assenza di libertà politica. Questo è un dato che noi occidentali facciamo molta fatica a digerire, perché siamo convinti che le due cose, sviluppo economico e democratico, vadano di pari passo. Ma per i Paesi geograficamente vicini alla Cina come il Kazakistan la lezione è molto chiara: non necessariamente crescerà la richiesta di libertà politiche, potrebbe essere sufficiente un sostanziale aumento del benessere.

Pensiamo all’Azerbaigian: è uno Stato dove la popolazione non si ribella mai, eppure il regime è almeno altrettanto autoritario di quello kazako. Come il Kazakistan: è un Paese ricchissimo di gas e petrolio, ma è stato in grado di redistribuire più efficacemente la ricchezza. Non che siano tutti uguali! L’élite si è molto arricchita, ma anche il livello di benessere della popolazione è cresciuto ed è stato sufficiente a disinnescare le tensioni sociali».

Se dovesse puntare cinquanta euro, scommetterebbe che per la Russia sarà sufficiente mostrare i muscoli o che si arriverà sul serio all’intervento militare?

«Escluderei prospettive di guerra globale per un motivo molto banale: ci sono le bombe atomiche. Nessuna terza guerra mondiale all’orizzonte, quindi. Detto ciò, le prospettive di una soluzione soddisfacente della crisi ucraina sono bassissime, perché si è andati troppo oltre. Dieci o quindici anni fa saremmo stati ancora in tempo per un compromesso. Ora, con da una parte un establishment ucraino che guarda a occidente e dall’altra una Russia che annette la Crimea e destabilizza il Donbass, questa possibilità è da escludere.

Da un lato l’Occidente, non senza una certa ipocrisia, afferma che ogni Stato indipendente deve essere libero di fare quello che vuole, ed è vero. La Russia dal canto suo sa benissimo che avere l’Ucraina nella Nato vuol dire avere missili americani a poche centinaia di chilometri da Mosca. Ricordiamoci che nella Guerra Fredda quando i sovietici mandarono i missili a Cuba, cioè sulla porta di casa dell’America, si arrivò a una crisi che stava per portare alla terza guerra mondiale e i sovietici dovettero fare un passo indietro. Faccio una domanda provocatoria: gli americani rimarrebbero della stessa opinione se per assurdo il Messico decidesse di entrare nel Csto?

Ci dimentichiamo sempre che una cosa sono i princìpi e una cosa la realtà. Siamo abituati a considerare la Russia un Paese minaccioso, e magari è vero, ma mi chiedo: è davvero necessario erigere una barriera militare intorno alla Russia? È davvero una minaccia? In Russia ai ragazzi insegnano che storicamente è stato l’Occidente a invaderli: la Polonia nel Seicento, Napoleone nell’Ottocento, Hitler nel Novecento. Perché dovrebbero essere contenti di avere la Nato alle frontiere? Credo che ci sia una cecità ipocrita da parte nostra».

Leggi anche: Usa, Nato, Russia: la pace impossibile.

Posto che anche l’Occidente non disdegna le black-ops, la Russia in Crimea e in Donbass ha agito in maniera clandestina e illegale. Il bias di percezione può essere dovuto a un approccio troppo spregiudicato?

«Le faccio un esempio: nel 2003 gli Stati Uniti invadono e quasi distruggono un Paese, l’Iraq, che a loro non aveva fatto nulla. Hanno mentito sulle armi di distruzione di massa e detto scemenze incredibili, come l’esportazione della democrazia. Così facendo hanno provocato trecentomila vittime e destabilizzato tutta la regione.

Dal punto di vista del diritto internazionale è stato peggio l’intervento americano nel 2003 o l’annessione illegittima della Crimea, avvenuta senza sparare nemmeno un colpo? Eppure, la prospettiva di giudicare Bush e Blair per crimini contro l’umanità per noi occidentali è irricevibile. Nessuno penserebbe mai a sanzionare gli Stati Uniti, nessuno li espellerebbe dal G8 com’è stato fatto con la Russia dopo la Crimea. Perché dovremmo noi essere i giudici quando non accettiamo nemmeno di discutere delle nostre azioni in ambito internazionale? La Russia ora è isolata dal punto di vista politico e, per forza di cose, cerca alternative».

Intende un avvicinamento alla Cina?

«Senza ombra di dubbio, sono vari anni che votano sempre insieme nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e contestano il diritto degli Stati Uniti e dell’Occidente a essere egemonici a livello geopolitico, oltre che di valori. Immaginiamoci cosa può pensare un cinese: “La Cina ha tremila anni di civiltà ed era il Paese più avanzato al mondo, perché dovremmo essere valutati secondo i parametri dell’Occidente?”. Non si tratta di un paesino, ma di quasi un miliardo e mezzo di persone. Noi occidentali abbiamo il nostro punto di vista, e ci sta, ma dovremmo abituarci a considerare anche quelli degli altri. Abbiamo abbandonato il colonialismo ottocentesco, ma abbiamo ancora una mentalità neocoloniale».

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Pubblicato da Giacomo Stiffan

Classe '83, nato e cresciuto nel profondo nordest. Ho una formazione atipica, che copre vari interessi: dal mio principale ambito di studi – le lingue e la comunicazione – alla scienza, dall'economia alla politica. La mia innata curiosità mi porta ad approfondire una moltitudine di argomenti diversi, al fine di metterli in connessione tra loro per trovare inedite associazioni. Amo scrivere di politica estera, principale argomento che tratto su theWise Magazine, tanto quanto analizzare e recensire prodotti audiovisivi, soprattutto se legati alla cultura pop. Altri ambiti di interesse giornalistico sono scienza e tecnologia, la sanità (in particolare quella pubblica e la sua relazione con la politica), la linguistica e il suo intrinseco legame con la Storia.